No violenza donne, ma femminicidio parola sbagliata

Angela Azzaro Pubblicato da
il 3 maggio 2012.
Pubblicato in Diritti.

54 donne uccise da mariti, fidanzati, ex. 54 dall’inizio dell’anno. Un’enormità. Un crescendo di violenza maschile che inizia a bucare il muro del silenzio dell’informazione, ma non quello delle istituzioni che balbettano e continuano a non fare niente.

Ma qualcosa va fatto. E subito. Lo stanno capendo in molti che non si può più stare a guardare. In questo senso è apprezzabile l’appello di Se Non Ora Quando “Mai più complici” che in pochi giorni ha raccolto migliaia di firme. Mi rendo conto che si tratta di un fatto importante, ma voglio lo stesso fare un paio di appunti. Lo faccio non per amor di polemica, ma perché voglio con tutta me stessa che qualcosa cambi. Da anni mi occupo di violenza maschile sulle donne, del micidiale intreccio tra informazione e politica: conosco i dati, non mi stupisco delle percentuali, ma ogni volta che una donna muore mi scandalizzo e arrabbio allo stesso modo. Come se fosse la prima volta.

Voglio quindi criticare due punti di quell’appello perché spero che la discussione aiuti a trovare soluzioni, aiuti a capire come uscire da questo tunnel. Il primo punto su cui mi preme riflettere è sull’uso della parola femminicidio. Per l’appello l’uso di questa parola è scelta dirimente di cambiamento. Da anni chi si occupa di violenza maschile ci si è dovuta confrontare. Un’avvocata molto brava come Barbara Spinelli è stata la prima a proporla all’attenzione dell’opinione pubblica e ci ha scritto un libro documentato.

Nonostante le spiegazioni di Barbara Spinelli e l’appello di Se Non Ora Quando a me l’uso della parola femminicidio non convince per niente. In questo senso do ragione al pezzo di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicato oggi sul Corriere che chiede di non usarla mai più. Il suo ragionamento mi interessa soprattutto all’inizio quando parla dell’etimo, che ci “riporta” ad essere femmine e non donne. Ciò che trovo però più preoccupante nell’introdurre l’uso di “femminicidio” è che l’accento cada sulle “vittime” e non sugli assassini. Sarà fastidioso, ma finché posso preferisco dilungarmi e dirla tutta per come è: violenza degli uomini sulle donne. Penso che la strada maestra per sconfiggere questa piaga sia quello di soffermarsi, anche con la lingua che usiamo, sui responsabili. Il femminicidio sposta l’attenzione e ne risulta, ancora una volta, che le donne sono le vittime. Il vittimismo alle donne non fa mai bene, anche quando vittime lo siamo davvero. Puntiamo sulla messa in discussione degli uomini, nominiamo loro. Nomiamo una cultura che determina la violenza. I deboli, anche quando uccidono, sono loro. Sono loro che sono sotto scacco. Non noi. Non le donne colpite, molto spesso, come i fatti di cronaca ci raccontano, per la loro libertà.

A questo proposito, e vengo al secondo dubbio rispetto all’appello, penso che il coinvolgimento della parte maschile, per quanto importante e auspicabile, sia fatto in maniera troppo generica. La presa di parola degli uomini è un passaggio fondamentale ma non può essere fatto con una firma apposta in un testo che non li chiama in causa davvero. Per chiamare in causa intendo messa in discussione. Intendo conflitto. Critica a partire da sé. Per aderire a “Mai più complici” basta leggere e firmare. Tanto che chiunque lo può fare, senza alcuno sforzo. Vorrei infatti sapere cosa

pensa davvero Roberto Saviano, tra i più noti che hanno aderito, della violenza maschile: riguarda l’altro o parla anche di lui, della sua cultura? E’ una domanda fondamentale che non possiamo sorvolare perché la violenza degli uomini sulle donne riguarda anche noi. Racconta la nostra normalità.

 

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23 Responses to No violenza donne, ma femminicidio parola sbagliata

  1. olga

    3 maggio 2012 at 20:27

    sono perfettamente d’accordo con riccardo quando dice: “mi sento profondamente insultato nel sentirmi potenzialmente (e, voglio credere, involontariamente) accostato a un criminale”. come donna provo lo stesso fastidio per questo appello che mira a colpevolizzare gli uomini in quanto tali. il termine femminicidio poi è offensivo e da eliminare al più presto!

  2. Jennifer

    2 maggio 2012 at 17:20

    Ammesso che il termine usato non sia quello giusto, non ho trovato nessuna alternativa nell’articolo o mi sono distratta?
    Tutti gli uomini e tutte le donne sono coinvolti nel problema a vari livelli. Certo che la percentuale di donne uccise è molto preoccupante e non tende a calare, a quanto pare.
    Ho quasi sessant’anni e ricordo bene le femministe che poi, nella vita reale, non sono riuscite a mettere in pratica quello per cui lottavano. Una lunga strada ci attende e la polemica sul nome da attribuire al fenomeno mi sembra l’ultimo dei problemi.

    • gli Altri Online

      gli Altri Online

      2 maggio 2012 at 23:40

      Evidentemente ti sei proprio distratta. Rileggi e non offendere. La tua arroganza è piú che inutile dannosa.

  3. madele

    2 maggio 2012 at 12:19

    ecco, io invece la penso così http://www.cronachelaiche.it/2012/04/la-mattanza-delle-donne/#.T5_Mdu4PXqA.facebook
    e aggiungo, citando maurizio crozza, “nn è che una “prugna”, se la chiami “pera”, smette di far cagare”.
    a mio modo di vedere è importantissimo dare un nome alle cose e identificarle perfettamente, ma ancora più importante è stabilire le priorità: prima concentriamoci sul nn far morire le donne, nel frattempo possiamo cercare nomi, definizioni, filosofie… ma che la cosa più importante sia la vita delle donne: di tutte le donne. così come l’educazione deve essere imprescindibile per tutti gli uomini. nn tutte le donne vengono massacrate da uomini e nn tutti gli uomini massacrano le donne, ma tutte le donne ammazzate in quanto femmine vengono ammazzate da maschi.

  4. rebecca

    2 maggio 2012 at 00:53

    femminicidio, donnicidio…un articolo inutile.

  5. rebecca

    2 maggio 2012 at 00:52

    donnicidio?? femminicidio?? ci dividiamo anche sul nome di chi ci ammazza?? No! un articolo inutile.

  6. rita

    2 maggio 2012 at 00:35

    Giusto Susanna, ciascuno prova i fastidi che prova, anche in tema di femminicidio o come cavolo lo vogliamo chiamare, senza doversi sentire per questo un irresponsabile negazionista.
    Io poi non lo nego questo fenomeno, solo mi pare che a volte nel medesimo grande calderone del femminicidio si voglia per forza mettere anche ciò che femminicidio non è ma che invece ha altre origini o motivazioni.
    Non so se sia giusta questa mia percezione, ma se lo fosse, allora dipenderebbe dal vittimismo cronico di molte donne, dal fatto che, a livelli inconsapevoli, esse amano crogiolarsi nell’eterna idea dell’uomo stronzo, violento e prevaricatore, un’idea che alla fine non deve mutare, per poter continuare a fare le vittime e non ammettere di essere state incapaci di imporsi e di imporre relazioni diverse con l’altro sesso.
    E per quanto riguarda invece gli uomini, sembra che ad esempio un Pierluigi Bersani, sul tema violenza di genere, abbia tra l’altro dichiarato una cosa tipo “noi uomini dobbiamo vergognarci ….”.
    Allora, questa è una frase che rientra nell’idea della critica di sè o forse è solo una frase così, di circostanza o detta per dovere di firma?
    Cosa avrà poi da dovrà vergonarsi lui, Bersani?
    Cominci a dirlo magari e come lui altri, se hanno motivi per farlo ovviamente, non in maniera generica per dare addosso e fustigare la loro intera categoria, per compiacere a loro volta una parte dell’opinione pubblica femminile.
    Se no, cosa ce ne facciamo di frasi così?
    Spero di non aver sparato troppe cazzate e di non aver offeso la sensibilità di qualcuno.

    Se il vittimismo femminile non fosse così radicato e diffuso, le donne capirebbero davvero i loro problemi con gli uomini. In realtà, se non fossero così vittimiste non avrebbero grandi problemi da capire perché avrebbero costruito, proposto o imposto storicamente relazioni diverse con l’altro sesso

    • rita

      2 maggio 2012 at 00:39

      ho dimenticato di cancellare l’ultimo capoverso.

  7. marco tarantino

    2 maggio 2012 at 00:08

    Ripensando alla questione del “nome”, riflettevo sul fatto che il vero problema è la necessità del cambio di visuale. Faccio un esempio: se si parla di infenticidio, viene automatico focalizzare il discorso non tanto sulla vittima, quanto sulla “madre assassina” (e questo a dimostrazione che il problema non è primariamente terminologico). Tornando poi alla necessità di un dicscorso che non faccia distinzioni tra uomini, mi pare che questo sia necessario. Se siamo daccordo che la violenza contro le donne sia diventato un fatto endemico e con intensità crescente, ci dovremmo porre nell’affrontarlo nello stesso modo in cui si affrontano delle emergenze sociali che riguardano la collettività: ad esempio, ci sono programmi di prevenzione primaria di fenomeni quali la tossicodipendenza (ma anche il sostegno alle neo-madri, in alcuni stati europei) che coinvolgono tutta la popolazione, nel presupposto che tutti posano essere coinvolti in questi fenomeni. Io credo che forse riusciremo a cambiare qualcosa quando affronteremo questo dramma in modo analogo

  8. alessandro timpanaro

    1 maggio 2012 at 23:41

    Ho letto l’articolo, anche se ammetto di averlo trovato leggermente contorto. Piu che altro a me non piace il termine “femminicidio”, perche suona male all’orecchio. Il termine femmina, nell’uso popolare che ha sul groppone 2000 di cultura maschilista misogina, ha sempre usato la parola “femmina” per indicare un essere inferiore, da dominare. E l’aggettivo “femminuccia” all’indirizzo di un uomo è sempre stato usato per esprimere un palese disprezzo! Io proporrei il termine “muliericidio”. So che non esiste ma credo sia indicato (dal latino mulier = donna). E credo che anche nel descriverne la violenza subita, chiamare una persona di sesso femminile Donna e non femmina, serva nel suo piccolo a restituirle un pezzo della sua dignità. Ecco come la vedo io.

  9. susanna schimperna

    1 maggio 2012 at 22:25

    L’appello di cui parlate mi ha fatto l’effetto di una petizione lacrimevole in favore di una specie animale poco diffusa ma tanto meritevole di protezione perché conosciamo i suoi esemplari come simpatici, dolci, indifesi. L’ho sentito citato al Concerto del Primo Maggio e ho visto la reazione del pubblico che, sia detto per inciso, si è finora dimostrato – e ancora si sta dimostrando visto che il concerto non è finito – impermeabile al populismo, insofferente della retorica, irritato ogni volta che artisti e presentatori hanno ricercato il facile applauso. E’ sconclusionata l’idea stessa dell’appello, che non si capisce a chi intenda indirizzarsi e cosa precisamente miri a ottenere.
    Sottolineo e riprendo quello che con grande concretezza e precisione chiede Elena Bibolotti: soccorso immediato, linee guida chiare, assistenza dal momento della denuncia a quello della soluzione. Mi dice un’amica che come psicologa da anni lavora in questo settore con il sindacato che le donne denunciano sempre meno. E’ sorprendente, ma è così. Perché hanno paura, perché vengono lasciate sole, perché non scattano subito, come dovrebbero, gli aiuti.
    Sul femminicidio e il fastidio di Angela, mi pare si possa essere in disaccordo ma non censurare.
    Angela legge nel termine “femminicidio” un’attenzione speciale per le donne vittime e il loro ruolo involontario, anziché per gli uomini colpevoli e il loro ruolo volontario.
    Ha ragione non tanto perché è veramente così (ma questo capisco possa essere discutibile), ma soprattutto perché non ci sono vicende etimologiche e storiche che possano smentire la sua sensibilità
    (e su questo nulla c’è da dire).
    Ciascuno prova i fastidi che prova, e bisogna cominciare a renderci conto che il linguaggio serve a definire e aggiungere qualità alla nostra percezione del mondo, non a stabilire “come” il mondo “debba essere” una volta per tutte.

  10. Angela Azzaro

    Angela Azzaro

    1 maggio 2012 at 21:16

    @rita grazie

    posto anche un commento di Lea Melandri pubblicato sul blog del corriere.it la 27esima ora. L’articolo di Bossi Fedrigotti, a cui faccio riferimento, era una risposta a un precedente editoriale di Lea pubblicato sul Corriere. Lea ribadisce la sua posizione in queste righe che reputo molto interessanti per la discussione.

    di Lea Melandri
    Neanche a me piace il termine “femminicidio”, e forse è la prima volta che ne faccio uso per parlare della violenza contro le donne. Ma riconosco che ha una sua efficacia per portare allo scoperto verità storiche che si vorrebbero negare:
    1.perchè sottolinea che siamo difronte a un “eccidio” che dura da secoli e che ha a che fare con un “dominio”, sia pure del tutto particolare in quanto legato alle relazioni più intime (come la nascita, la sessualità, l’amore), di un sesso sull’altro: dalle violenze in ambito domestico allo stupro di guerra, per non parlare di tutte le morti conseguenti alla condizione di schiavitù in cui sono state spesso ridotte le donne, come le morti da parto o da aborti.
    2. perchè dice che le vittime non è ‘questa’ o ‘quella’ donna, ‘questo’ o ‘quell’uomo’, – cioè situazioni patologiche particolari di una coppia, di una famiglia, che scoppiano all’improvviso, imprevedibili come tutti i fatti casuali-,bensì le donne in quanto “genere”, che ha subito storicamente la sorte di sottomissione che sappiamo. E’ vero, come scrive oggi sul Corriere Isabella Bossi Fedrigotti, che “non ci piace essere chiamate femmine”, perchè è un termine che si porta dentro un’intenzione, non direi neanche troppo “vaga” di “svilimento”. Ma sta di fatto sono stati proprio quella che gli uomini hanno pensato fosse la “natura femminile” e i “doveri” dell’altro sesso,considerato un tutto omogeneo (non singole persone), a motivare le forme più efferate di violenza: i roghi delle “streghe”, le lapidazioni delle “adultere”, gli stupri “etnici”, i delitti “d’onore”.
    La violenza di cui stiamo parlando, che lo si voglia o no, è di “genere”,in quanto parla dei rapporti di potere non tra singoli uomini e donne ma della forma violenta -violenta anche per gli uomini- su cui si sono costruiti le identità del maschile e del femminile.
    Non si tratta di “colpevolizzazione” e “vittimizzazione” -lo abbiamo precisato in questo blog fino alla nausea-, ma evidentemente a qualcuno/a piace metterla in questi termini,che rassicurano, disimpegnano, legittimano posizioni di un irresponsabile negazionismo.

  11. Angela Azzaro

    Angela Azzaro

    1 maggio 2012 at 15:55

    sicuramente leggeró il pezzo di Barbara Spinelli, anche se a proposito di stile e di linguaggio sarebbe stato piú carino se fosse intvenuta pure qui, invece di lasciare solo un link. Anche considerato che io molto gentilmente la tiro in ballo.

    Voglio rispondere a riccardo perché ha ragione a porre la questione.
    Premetto che anche io detesto le generalizzazioni. Quando le donne dicono che gli uomini sono tutti uguali, salto sulla sedia, cosí come quando lo sento dire dagli uomini nei confronti delle donne. Combattere le generalizzazioni, per paradosso, è un modo per sconfiggere quei ruoli che pure in parte ci rendono simili al nostro stesso genere.

    Dire violenza degli uomini sullle donne, mi rendo conto, conserva in parte questa ambiguità, ma la uso perchè secondo mette comunque in risalto il fatto che quegli omicidi nascano esattamente dentro quei ruoli che vogliamo criticare. La motivazione dell’omicidio è tutto dentro il rapporto uomo/donna. Non si tratta quindi tanto e solo di dire che non ci piace la violenza ma di cambiare il rapporto uomo donna.

    Dire questo non vuol certo dire che tutti gli uomini sono assassini, ma vuol dire che tutti, donne e uomini, dobbiamo essere investiti da questo cambiamento che ci riguarda tutti.

  12. rita

    1 maggio 2012 at 15:34

    condivido le tue considerazioni Angela, ma ancor più sono d’accordo al 101% con Riccardo.
    E aggiungo pure io una cosa: non credo molto nell’efficacia degli appelli, soprattutto di quelli di questo tipo, talmente impalpabili… perchè infatti è vero: cosa penserà realmente Saviano?
    Dirò una stupidata, ma per me queste iniziative hanno lo stesso sapore di una petizione contro il maltempo e perdipiù c’è sempre il rischio della ricerca della buona e giusta visibilità da parte dei più noti.
    Penso che la strada da seguire rimanga sempre quella – faticosa e con prospettive di risultati incerti e molto dilatati nel tempo, perciò a rischio frustrazione – dell’educazione, fin dalla più tenera età.

  13. Barbara Spinelli

    1 maggio 2012 at 15:11

    Prima di decidere se questo termine ci piace o no, leggiamo perché si chiama femminicidio.
    http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-si-chiama-femminicidio-2/

    • rita

      1 maggio 2012 at 19:11

      bene, Barbara Spinelli, ora conosciamo eventualmente più in dettaglio un tema che comunque non ci era sconosciuto, soprattutto per quel che riguarda il termine.
      Vorrei solo dire, confermando quel che ho già detto, che della cacofonia e dell’abbinamento al concetto di femmina a me personalmente non interessa un fico secco.
      E Angela è stata molto ma molto gentile, perchè non si interviene con il tono perentorio della maestra severa che, indispettita, ti dice di studiare prima di esprimere un’opinione.

  14. Barbara Spinelli

    1 maggio 2012 at 15:09

    Prima di decidere se questo termine ci piace o no, leggiamo perché si chiama femminicidio.

    http://27esimaora.corriere.it/articolo/perche-si-chiama-femminicidio-2/

  15. marco tarantino

    1 maggio 2012 at 01:06

    Questo articolo era necessario, ancora di più oggi che di questo problema se ne parla sui mezzi di informazione (spero si continui a farlo con costanza, ma purtroppo temo che non sarà così). Il punto centrale è proprio quello di spostare il focus dalle vittime della violenza ai soggetti attivi della stessa. A questo proposito, Riccardo, credo che purtroppo il tema riguardi proprio tutti noi, senza nessuna esclusione, in quanto la tendenza generale è quella di relegare questi atti nella sfera del “mostro”, del “matto” quando non vengono avvolti da una subdola aura giustificatoria (movente “passionale”). Di fronte a questa situazione, occorrerebbe una presa di coscienza del fatto che il tema riguarda noi uomini, il nostro rapporto con un femminile diverso da quello di anni fa, il nostro rapporto con l’aggresività, e di conseguenza la politica potrebbe e dovrebbe pensare a delle strategie di prevenzione primaria e secodaria, che mancano totalmente

  16. Daniel Rustici

    Daniel Rustici

    30 aprile 2012 at 21:46

    Comprendo il pensiero di Riccardo ma non lo condivido: purtroppo, anche se pure io mi sento un po’ offeso se si parla di violenza degli uomini in genere, credo che sia la forma coretta. Parlare di violenza di “alcuni” uomini sminuirebbe il problema come se la violenza sulle donne, fisica o verbale, fosse solo un problema di alcuni individui mentre secondo me è una questione che chiama in causa tutto il genere maschile. Spia di questa cultura è la facilità con cui molti uomini ( e anche donne a dir la verità) accostano a una donna la parola “puttana” come insulto. Il cambiamento parte anche dalla bonifica di questo linguaggio secondo me che purtroppo spesso usiamo magari senza pensarci troppo. Per il resto condivido al 100% il pensiero di Angela.

    • riccardo

      30 aprile 2012 at 22:24

      C’è un passaggio di questo modo di ragionare che non riesco proprio a cogliere, perché non riesco a vederne il fondamento logico. Io sono un non violento, ergo avverso ogni forma di violenza,a cominciare da quella fisica (ed è di questa che si sta parlando qui). L’omicidio è un atto criminale, la cui responsabilità ricade per intero su chi lo commette, come emerge dalle giurisprudenze di tutto il mondo. Perché l’omicidio di una donna DEVE prevedere la “chiamata in causa” dell’intero genere maschile? Se un valdostano (io abito ad Aosta, perciò porto questo esempio) ammazza qualcuno, devo chiamare in causa l’intera comunità della Valle d’Aosta? Ma stiamo scherzando? In una cultura laica – come quella che mi pare animi questo giornale – non può esserci spazio per i dogmi, di nessun genere. Le “verità indimostrabili” lasciamole all’ambito religioso: io qui vorrei sentire argomentare razionalmente.

  17. riccardo

    30 aprile 2012 at 21:34

    Molto bene la precisazione su “femminicidio”: concordo “toto corde” con l’autrice dell’articolo. A questo punto vorrei aggiungere un’ulteriore considerazione: smettiamola, care amiche, di parlare di “violenza DEGLI uomini sulle donne”, perché è una formula sottilmente fuorviante. La violenza è di ALCUNI uomini o, per dirla meglio, di alcuni farabutti.
    Quel “degli”, così generico e vagamente onnicomprensivo, è pericoloso e molto offensivo per noi uomini.
    Io mi batto da anni contro la violenza di ogni tipo e in special modo contro quella usata alle donne e mi sento profondamente insultato nel sentirmi potenzialmente (e, voglio credere, involontariamente) accostato a un criminale.
    Se vogliamo essere semanticamente precisi e sostanzailmente corretti, dobbiamo esserlo sempre ed in ogni direzione.

  18. Angela Azzaro

    Angela Azzaro

    30 aprile 2012 at 17:40

    Cara Elena grazie. E’ da anni che voglio scrivere questo pezzo. Le urgenze, anche rispetto alla violenza sulle donne, sono sempre altre. Ma resto convinta che il linguaggio sia importante e che questa deriva vada se non bloccata perlomeno messa in discussione. Se no anche una parola diventa un dogma.

  19. Elena Bibolotti

    Elena Bibolotti

    30 aprile 2012 at 17:33

    Grazie, di cuore. questo articolo mi ha tolto un fastidio che sentivo da tempo alla parola “femminicidio” e che per superficialità, pigrizia, distrazione, non riuscivo a razionalizzare. Inoltre credo che, accanto a un appello, debbano andare di pari passo delle proposte concrete. Come tante di noi, anche io ho un bel carico di storie, sentite e vissute, e che parlano di violenza più o meno grave, più o meno arricchita da giustificazioni affettive o psicoanalitiche ma so che se manca la soluzione, delle immediate linee guida di ” primo soccorso” tutto ciò non serve a molto. Cosa faccio io donna una volta denunciato l’abuso? E cosa succede se l’uomo lo viene a sapere? Torno a casa a farmi ammazzare di botte? La catena di solidarietà e di gruppi anonimi che c’è in altri paesi (U.S.A. in testa) potrebbe essere d’esempio. Le case famiglia in cui subito dopo la denuncia, donne e figli possano rifugiarsi è qualcosa che qui non c’è. Spingere una donna a denunciare e non poterla aiutare è grave quasi quanto ignorare il problema. Bell’articolo, come sempre un pensiero indipendente.