Dopo l’unico dibattito tivvù tra i due candidati all’Eliseo, prima del ballottaggio di domenica 6, e che ha visto Hollande e Sarkò rinfacciarsi numeri e colpe (salvo convergere su temi cruciali, come le politiche anti migranti), pubblichiamo l’intervista che Fausto Bertinotti ha rilasciato a Angela Azzaro. L’attualità europea, le destre radicali e le tante, troppe analogie tra Hollande e il premier Monti. (L’intervista è stata pubblicata sullo scorso numero del settimanale).
«Il voto francese non è una novità». Fausto Bertinotti non si unisce al coro di chi considera il successo di Francois Hollande al primo turno come un segnale che va in controtendenza. La Francia, secondo l’ex presidente della Camera, presenta un mix di fattori alcuni dei quali più strettamente connessi alla politica del Novecento e altri che la rendono simile ai processi di omologazione in atto. «Nell’unificazione europea si registrano due tendenze: il sopravvivere di una politica istituzionale nazionale e la tendenza al formarsi di un governo tecnocratico europeo. La Francia va letta attraverso questi due fattori. Ma stiamo attenti: sarebbe bene non prendere lucciole per lanterne e considerare la Francia il domani e l’Italia esempio di arretratezza. In realtà è il contrario. L’Italia è un’ala marciante del nuovo processo tecnocratico, la Francia è un punto di resistenza».
La Francia che resiste e vota a sinistra non significa quindi un’inversione di marcia?
La Francia gode ancora di una rendita di posizione. Sottolineerei “ancora”, anche se possono essere rintracciati degli elementi che la omologano al resto d’Europa. Partiamo da qui. In primo luogo anche lì c’è uno scollamento tra il Paese reale e il Paese ufficiale. Lo scollamento è profondo, durissimo. In Francia lo vedi in forme più dissimulate, ma non meno presenti. L’editoriale del direttore di Le Monde, poco prima del voto, diceva come in questa campagna elettorale siano mancati almeno tre temi: occupazione, Europa, ecologia. Ed è stata, aggiunge il direttore di Le Monde, una campagna sotto tono a cui va sommato il fatto che non ha raggiunto le zone di sofferenza sociale come le banlieue. In secondo luogo non c’è l’attesa di un cambiamento radicale e di sinistra come conseguenza dell’eventuale vittoria della gauche. C’è sì un’attesa di cambiamento, ma è resa compatibile con il regime dell’alternanza: siccome Sarkozy fa proprio schifo, perché è stato suddito della Merkel, e questa cosa ha portato grave danno alla Francia, ci vuole un riequilibrio. Questo riequilibrio lo può ottenere solo il suo antagonista.
Per questo Hollande piace anche ai moderati?
Sì, e questo vale sia per i francesi sia per noi. In Italia il favore di Tremonti è solo la punta dell’iceberg di chi simpatizza per Hollande perché è l’alternanza compatibile in chiave antitedesca ma non in chiave antimercato. Molte forze europee, che aderiscono pienamente al modello tecnocratico, agognano il riequilibrio nei rapporti con la Germania anche per sé, compreso il nostro Monti. L’alternanza destra-sinistra resiste in campagna elettorale, grazie alla specificità francese, ma anche perché sono già in corso gli antidoti a questa stessa specificità.
Ma la vittoria di Hollande, rompendo l’asse franco-tedesco, potrebbe davvero dare vita a un’Europa diversa?
Io penso che anche per l’Europa tecnocratica il dominio della Germania sia troppo forte. Noi osserviamo le conseguenze più drammatiche sul terreno sociale, della crisi, delle recessione, della disoccupazione, della precarietà. Ma anche dal punto di vista del capitale, la guida tedesca, anzi la guida della Bundesbank, è andata bene per demolire il modello sociale europeo, ma non così bene per correggere la tendenza alla recessione. Un imbrigliamento della Germania è richiesto dalla borghesia europea oltre che dalle condizioni sociali drammatiche. Questo aggiustamento potrebbe avere una chance, ma non perché contro il mercato, non perché contro la Bce, ma perché è una lettura della lettera della Bce che tende a fronteggiare le conseguenze più drammatiche. Si tratta quindi di un correttivo interno piuttosto che di una uscita da sinistra.
Che cosa ha salvato finora la Francia dalla totale omologazione rispetto al processo tecnocratico?
La campagna elettorale, su cui hanno pesato le specificità francesi, è stata molto interessante. È stata determinante, intanto, la storica avversione all’Europa reale, manifestatasi anche con il referendum e poi con la forte propensione nazionale sia a destra che a sinistra. In secondo luogo in Francia la pubblica amministrazione è ancora efficiente. In terzo luogo destra e sinistra hanno ancora senso. Resistono nomi come partito socialista, Front de Gauche, partito Anticapitalistica: termini quasi scomparsi dal linguaggio italiano, tranne rare eccezioni. C’è una sostanziale diversità tra il partito socialista francese e quello del principale partito della sinistra italiana, dalla tobin tax alla patrimoniale, dalla redistribuzione del reddito alla separazione tra banche di investimento e banche di risparmio, alla riduzione dell’età pensionabile, fino al reddito garantito. Sono misure significative non tanto per il futuro di governo quanto per il rapporto tra la politica e il Paese, il che ha fatto sì che il dato dell’astensione sia ancora basso.
Hollande non rispetterà le promesse fatte?
I segni si vedevano già in campagna elettorale. Quando Hollande ha parlato alla City ha usato un linguaggio diverso, che guardava all’Europa. Puoi anche fare una campagna elettorale con promesse che non manterrai, ma queste promesse si sedimentano nella società civile sia come ulteriore discredito nei confronti della politica, sia in termini di contenuti e di rapporto con le attese delle popolazione che possono tradursi in rivolte.
Il successo di Marine Le Pen fa parte della novità o del Novecento?
La traduzione in francese del populismo è il Front National, il cui successo è stato favorito dal consenso che si è guadagnato per esempio nel Nord della Francia, in quelle zone di antica industrializzazione e deindustrializzazione dove lo smottamento è avvenuto nel partito Comunista. È un voto che va a favore del cambio della guardia. Jean Marie era la Francia di Vichy, del tradimento. Oggi Marine rappresenta un populismo di destra. È un fattore che ci deve far molto riflettere. Il rischio che l’ondata populista sia catturata più a destra che a sinistra è nelle viscere del populismo medesimo. Anche nel caso di Marine Le Pen sono presenti contenuti di sinistra, come la rivolta contro l’ingiustizia sociale, l’odio per la borghesia, il rancore nei confronti delle classi agiate. Sappiamo però bene come questi contenuti si coniughino con il massacro dei diritti, della persona, del diverso, dell’immigrato. Con il massacro della civiltà della persona.
Hollande uomo normale: è la fine del leaderismo?
In Francia è più contraddittorio che da noi. Si registra la crisi del leaderismo come fenomeno di governo: Sarkozy, l’ultimo dei leader spettacolari, crolla, e Hollande si fa strada come uomo normale. Sul terreno di chi si candida a governare è quindi vera questa tendenza. Non è vera invece per quei candidati che non possono aspirare a governare ma aspirano a guadagnare consensi. Mélenchon, fenomeno di questa campagna elettorale, è un esempio. Non ci si deve stupire che abbia preso il doppio di quanto previsto all’inizio, ma meno di quanto prevedevano i sondaggi. La sinistra è maggiormente presente nella società civile che nelle forme della democrazia rappresentativa. Il leaderismo però non è più credibile nella sfera di governo perché si affermano uomini politici che assomigliano ai tecnocrati. Il leaderismo cade da destra, perché non c’è più nessuna attesa miracolistica.
Hollande come Monti?
Sì, esatto. È la normalità di una oligarchia, il dittatore dolce che deve avere un tratto rassicurante, esprimere buone maniere. In Francia c’è ancora una forma molto politica rappresentata da Hollande, ma in controluce si può vedere la tendenza al governo neutrale, dei tecnici, al governo che non spaventa. In Francia è sottotraccia, in Italia è “in” traccia con Monti.
Molti sperano che il risultato d’Oltralpe sia foriero di un cambiamento anche per l’Italia. Sarà così determinante anche per noi?
Non regge come paragone, intanto perché in Francia esistono ancora due sinistre, una moderata e una radicale. In Italia non abbiamo più nessuna sinistra. O meglio c’è una presenza di sinistra molto rispettabile, ma appunto non influente sul piano dei processi politici. In Italia siamo più vicini alla necessità/possibilità del Big Bang politico. La differenza con la Francia non è nel Paese reale, i processi sociali sono infatti molto simili, ma nel sistema di rappresentanza politica. È lì che perdura la specificità francese. L’Italia è più avanti: il disfacimento è a un livello impresentabile, e coinvolge tutta la politica, e quindi la necessità/possibilità del Big Bang è molto maggiore. Per la sinistra l’unica possibilità sarebbe – non di rimpiangere la situazione francese, o peggio di pensare di ereditarla – ma di approfittare di stare avanti nella disgrazia per mettere in discussione tutto.
Come dare il via a un cambiamento così radicale?
Sono insieme critico e interessato all’appello pubblicato dal manifesto “per una nuova soggettività politica”. Ci vorrebbero uno due tre mille manifesti che mettano in discussione l’esistente e che annuncino il proprio punto di vista, affinché siano insieme produttori di Big Bang e produttori della fase ricostruttiva senza che ognuno pensi a fare il proprio partitino. È questo il pericolo che vedo: trasformare il Pd nel partito di Hollande e trasformare in tanti pezzettini la sinistra che sta al di qua del Pd, ognuno con la pretesa di essere Mélenchon. Così non funziona. Bisogna che tutta questa costruzione salti per aria.
Feder
3 maggio 2012 at 13:42
Stimo molto Fausto, ma questo ragionamento non mi convince. Ieri ho seguito tutto il dibattito e, al contrario, ho nutrito quasi un pò di invidia nel vedere che là si stavano fronteggindo due ipotesi di governo diverse. Certo, in parte convergenti, ma comunque diverse e alternative.
In fatto che Hollande non rappresenti la discontinuità auspicata da Bertinotti mi sembra un ragionamento scontato… Mi pare un’ovvietà che il candidato del Ps non rappresenti una rottura rispetto al modello neoliberista dominante… Tra l’altro, tra i candidati presenti alle primarie, aveva anche un profilo più moderato della Aubry… Di cosa ci si stupisce scusate??
La cosa della quale bisogna sorprenderci semmai, è che nonostante Hollande sia tutte queste cose (più moderato della Aubry, membro del Ps ,etc.) propone comunque politiche ben più decise di uno schieramento di centrosinitra nostrano.
Per fare qualche esempio: chi da noi avrebbe il coraggio di mettere così decisamente in discussione il Fiscal Compact?; Chi da noi si esprimerebbe chiaramente per il ritito anticipato dei nostri soldati dall’Afghanistan? Chi da noi avrebbe apertamente il coraggio di dire che gli equilibri franco-tedeschi in europa sono un ostacolo allo sviluppo?
Certo se poi mi si viene a parlare del Nucleare e di alcune altre questioni, mi sembra ovvio che in Francia la sinistra moderata si attesti su toni più pacati che altrove… E’ un pò come un inglese che assiste ad un dibattito italiano sul riconoscimento delle coppie di fatto in Italia… rimarrebbe stupito dalla debolezze delle affermazioni di entrambi i candidati…