Quella politica ipocrita dell’Ue
sui diritti degli animali

Leonora Pigliucci Pubblicato da
il 2 maggio 2012.
Pubblicato in Diritti.

Una sentenza della Cassazione di fine marzo annulla d’un colpo la moltitudine di deroghe della legge sul maltrattamento animale che hanno fino ad oggi svuotato letteralmente di senso una norma che, nei termini, proteggerebbe ampiamente i non umani da tutte le forme di sfruttamento. Svolta o demagogia? Secondo Paola Sobbrio, che è dottore di ricerca in normative comunitarie sul benessere degli animali all’università di Messina mai, come nel caso delle leggi sugli animali, le garanzie sulla carta sono lontane anni luce dalla tutela effettiva degli interessi. Ovvero quando legiferare su chi non può avvalersi di un avvocato è un gioco troppo facile.

Gli animalisti hanno salutato come storica la sentenza che dichiara illegittime le deroghe su vivisezione, circhi, caccia e allevamento che caratterizzano l’art. 544 del codice penale sul maltrattamento animale, che novità dobbiamo aspettarci?

La sentenza fa scalpore, fino ad oggi erano esenti dalla tutela delle legge pressoché tutti gli animali e in tutti gli ambiti in cui essi sono utilizzati. Cosa cambierà adesso? In realtà nulla: in tutte le normative il riferimento al benessere dell’animale è sempre, senza esclusione, circoscritto all’ambito della gratuità: il divieto è relativo alla sofferenza “senza necessità”. Questa clausola di esenzione pone in tutti i casi gli scopi umani al di sopra della vita e del benessere degli animali.

Sta sostenendo che non esistono i cosiddetti “diritti animali”? Che anche se la legge li chiama “esseri senzienti” sono tutt’oggi degli oggetti?

Esattamente. Il legislatore, anche nel tutelare l’animale in un determinato ambito, tiene a mente lo scopo della produzione in cui esso è inserito: il benessere dell’animale nell’allevamento significa una carne più sana, nella sperimentazione una cavia meno stressata che dà risultati più attendibili. Dobbiamo essere consapevoli che il messaggio inviato dalle istituzioni europee attraverso l’articolo 13 del Trattato di Lisbona (che dal 2009 aggiorna il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, n.d.r.) è del tutto privo di significato: afferma il diritto al benessere degli animali in quanto esseri senzienti ma non esiste una sola norma che dia contenuto a questa indicazione formale poiché sono troppe le eccezioni che consentono di derogare al principio generale.

Che dire della nuova direttiva europea sulla vivisezione in via di recepimento in Italia?

Per noi e per tutti i Paesi con qualche tradizione normativa, seppur minima, di tutela degli animali è in toto peggiorativa. Apporterà qualche miglioramento solo nei Paesi entrati da poco a far parte dell’Unione europea, dove la garanzia per gli animali era nulla: Estonia, Lettonia e Ucraina, ad esempio. Ovunque avrà impatto devastante sui primati, fino ad oggi in Italia leggermente più al riparo per la necessità della deroga al loro utilizzo, mentre ora anch’essi potranno essere sacrificati per la ricerca di base. E poi c’è il grande inganno della questione degli animali geneticamente modificati: lo sono pressoché tutti i topi, i maiali, le mucche e le pecore usate nella ricerca e la direttiva non tiene conto di tutta una serie di problematiche di sofferenze specifiche causate dalla loro condizione.

Quale autonomia hanno i Paesi europei per attuare singolarmente misure più restrittive alla vivisezione?

Altro punto dolente, perché la Direttiva impone dei limiti al margine di miglioramento delle condizioni animali da parte dei paesi membri in senso antidumping, sono vietati se limitano la competitività delle aziende nazionali.

Eppure per la prima volta in Parlamento è stato presentato un disegno di legge dall’ex leghista Filippi che al punto uno indica l’abolizione tout court della sperimentazione animale in Italia, cosa ne pensa?

Per quanto forse utili da un punto di vista mediatico, temo che iniziative di questo tipo non abbiano possibilità di essere prese in considerazione seriamente e siano piuttosto demagogiche. Oltre ad essere in contrasto con la direttiva europea, un provvedimento del genere bloccherebbe interi settori industriali in un momento di gravissima crisi economica. È chiaro che non sia una strada che qualcuno considererà praticabile.

Come allora, da un punto di vista legislativo, dovrebbero muoversi gli animalisti?

Un buon primo passo potrebbe essere lavorare per ottenere trasparenza e accesso ai dati, per poter monitorare effettivamente il tipo di esperimenti che avvengono e le finalità che hanno e se e come le raggiungono. E invece oggi non solo la maggior parte dei protocolli di ricerca è coperto da brevetto, e dunque dal segreto industriale, ma è quasi impossibile persino accedere alle statistiche, perché tutto avviene ancora in forma cartacea e non informatizzata. Questo è un grosso limite che allunga anche i tempi delle ispezioni nei laboratori.

Qual è la via d’uscita dalla vivisezione che lei vede più probabile?

Posto che non possiamo abolire la ricerca, o chiamarcene fuori, la soluzione è l’implementazione delle efficaci alternative scientifiche. L’emendamento Brambilla, in accordo con quanto previsto dalla Direttiva, chiedeva che la ricerca sui metodi alternativi fosse finanziata, ma con la scusa della crisi temo che nessuna risorsa verrà destinata a questo ambito e i finanziamenti saranno sempre dirottati su ricerche che si avvalgono dell’uso degli animali.

Come funziona coi metodi sostitutivi a livello comunitario?

C’è un ente di validazione, l’Ecvam, che per quanto abbia approvato in questi anni delle metodologie molto efficaci, prevede una serie di lungaggini burocratiche pazzesche. Ricordiamoci sempre che invece la vivisezione è solo un’abitudine di ricerca ereditata dal passato, mai è stata validata, e non supererebbe i rigidi criteri attuali. Probabilmente tra cent’anni ci renderemo conto di quanto ha rallentato il progresso scientifico.

 

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