Firenze, prove d’orchestra
di una “Cosa” nuova davvero

Roberto Musacchio Pubblicato da
il 29 aprile 2012.
Pubblicato in Politica.

Paul Ginsborg all'assemblea di Firenze

Sull’assemblea di Firenze che riunisce la “sinistra diffusa” che in linea di massima non aderisce a partiti abbiamo pubblicato l’articolo di Aurelio Mancuso che trovate qui sotto come secondo titolo: idee diverse e interventi che guardano e giudicano secondo punti di vista molto diversi. Venerdì prossimo sul settimanale in edicola altri articoli.  

L’inizio poteva ricordare quello del bel film di Fellini con tanti orchestrali che si ritrovano in una sala senza aver mai suonato insieme. L’esito nel film era catastrofico perché ciascuno seguiva il proprio spartito a simboleggiare in modo preveggente quello che sarebbe stata l’Italia. Qui invece la musica ha trovato rapidamente una sua melodia. Merito del lavoro preparatorio fatto che aveva comunque individuato in un bisogno radicale di democrazia e politica il tema dell’oggi. E merito delle 4 brevi prolusioni.

Parte Marco Revelli e situa nella analisi di Gallino sul finanzcapitalismo l’origine della crisi di democrazia e politica. Non dunque una generica accusa ai partiti in quanto tali ma alla loro incapacità di confrontarsi con questo scenario sconvolgente. Che chiede punti fermi alternativi. E questi sono in primo luogo il lavoro e il rigetto del fiscalcompact. Si può e si deve discutere liberamente dell’impianto programmatico, ma la difesa dello statuto dei lavoratori, e dell’art.18, e il no alla manomissione della Costituzione italiana per introdurre l’obbligo al pareggio di bilancio, sono precondizioni. Lo spettro dei temi e dei nodi politici si dispiega nel corso delle altre prolusioni e degli interventi, tutti rigidamente di 7 minuti. La sala del Pala Mandela è enorme anche per i 1400  circa che si sono registrati, solo metà dei quali ha sottoscritto il manifesto programmatico. Ma la platea resta abbastanza attenta, nonostante lo svolgimento un poco rituale dei lavori che per alcune ore si svolgono in plenaria prima di dividersi nel pomeriggio in gruppi. Con la femminista Nicoletta Pirotta, Paul Ginsborg  e Claudio Giorno, del movimento no tav, si concludono gli interventi introduttivi inserendo elementi come il tema del genere a cavallo tra gli anni ’70 e l’oggi, la questione paradigmatica, e drammatica, della lotta alla Tav, la riflessione sul conflitto e la crisi della politica, fatta da Ginsborg  anche replicando a qualcuno degli autorevoli intervenuti nel dibattito ospitato da diversi giorni dal Manifesto. Dibattito che ha comunque mostrato che la provocazione del soggetto nuovo un sasso in piccionaia lo ha gettato.

Quale effetto avrà  è tutto da vedersi e dipenderà sia dalla forze che sarà capace di evocare sia dalla direzione di marcia. La platea intanto è un poco vecchiotta,anche se non mancano i ragazzi. Il rapporto con i movimenti è da vedere nel concreto. Molti dei convenuti sono interni, sia alla dimensione nazionale che a quella locale dei movimenti di questa fase. Ma molte assenze le si può notare. Il fatto che la questione di una nuova dimensione del rapporto tra movimenti e rappresentanza è attualissima ma tutt’altro  che facile, in generale, e in particolare in Italia dove una gerarchizzazione c’e sempre stata. Nella discussione il tema non sfugge a partire dagli interventi di esponenti conosciuti come Lucarelli e Mattei. Ma intanto ci sono non pochi elementi forti propedeutici  alla discussione  più ravvicinata. Tutti dicono di non voler essere un partitino. C’ è una ambizione a rappresentare la ” maggioranza del 99% “, ma una chiara affermazione a favore  del proporzionale, Lucarelli, come forma propria della democrazia del conflitto e dell’alternativa. Libere le militanze plurime in più soggetti. E altri soggetti si materializzano con gli interventi di Fratoianni di Sel e di Ferrero, segretario Prc.

Nel dipanarsi della discussione il tema lavoro entra a fondo nei materiali costitutivi di un soggetto che pure si richiama ai Beni Comuni. Gli interventi di Rinaldini e di Airaudo sono assolutamente di casa. E Paolo Cacciari esprime con efficacia il bisogno di alleare lotte e soggetti. Cosa sarà di questa nuova ” cosa ” che nasce non è facile pronosticarlo. Anche perché delle tante ” cose ” nate in questa infinita transizione cominciata con la fine della prima repubblica è la prima che non prende l’avvio da un soggetto precedente, e in particolare dal Pci. Da cosa nasca non è chiarissimo. C’è un mix tra intellettuali e movimenti che comunque incuriosisce. E intanto, a differenza della cosa occhettiana, ha scelto un suo primo nome. Nasce dalla indicazione arrivata da un migliaio di sottoscrittori del Manifesto che hanno avanzato proposte. Le quattro più votate in rete sono state portate al voto dell’assemblea che ha scelto il nome provvisorio di ALBA, e cioè Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente. Oltre al nome via libera già ad alcuni pronunciamenti, non a caso sull’art.18 e la manomissione della Costituzione. L’augurio è che il buon giorno si veda dal mattino.

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2 Responses to Firenze, prove d’orchestra
di una “Cosa” nuova davvero

  1. GIUSEPPE

    5 maggio 2012 at 20:47

    IN SINTESI:FEDERARE,FEDERARE,FEDERARE TUTTA L’OPPOSIZIONE DEMOCRATICA.TRASVERSALMENTE,SENZA IDòLA(pregiudizi),per L’ UNITA’,che non è UNANIMISMO,CONFORMISTA ED APRIORISTICO!
    CIAO
    GIUSEPPE

  2. Pier Luigi Tosi

    29 aprile 2012 at 20:56

    ALBA: lo spettacolo si vede
    dal mattino

    Tra le frasi brillanti e pungenti di Oscar Wilde vi è “La naturalezza non è che una posa”. L’evento che è andato in scena ieri (sabato 28 aprile) al Mandelaforum di Firenze si potrebbe così definire: la spontaneità non è che una regia attenta e un’organizzazione molto curata.
    Andiamo con ordine. L’assemblea costitutiva per un soggetto politico nuovo era stata preceduta da ripetuti proclami che l’inedita formazione sarebbe stata creata dal basso, con il contributo di tutti gli interessati e di tutti gli aderenti, sulla base di un manifesto orientativo stilato o sottoscritto da un gruppo di intellettuali (Paul Ginsborg, Marco Revelli, Ugo Mattei, Paolo Cacciari, Piero Bevilacqua, etc.). All’uopo si sollecitavano interventi propositivi sia sul sito (soggettopoliticonuovo.it), sia a questa prima assemblea, nella quale gli interventi sarebbero stati limitati a sette minuti per consentire il maggior numero di interventi. Sul sito si dichiarava: NON sarà un convegno, NON sarà una conferenza o un congresso ma, coerentemente con il metodo proposto nel Manifesto, sarà un’assemblea aperta.
    Fin dall’arrivo nel palazzetto fiorentino si è avuta la sensazione che i partecipanti e i firmatari non sarebbero stati (collettivamente) protagonisti, come dalle premesse dichiarate ci aspettavamo tutti, ma semplici spettatori. Chi, come me aderente all’iniziativa in rete fin dai primi giorni, chiedeva come iscriversi a parlare, illudendosi che questo fosse il fulcro dell’incontro, veniva genericamente rimandato a dopo il primo intervento, poi indirizzato a un tavolino dove veniva invitato a iscriversi piuttosto a un gruppo di lavoro perché c’erano già troppe richieste per la seduta plenaria: una procedura, che lungi dal garantire la libera partecipazione nel maggior numero appariva un dettaglio, una piccolo fastidioso rito obbligato, quasi un impiccio per organizzatori che dovevano badare a ben altro.
    In effetti, assolutamente al contrario degli intenti dichiarati, si è trattato di tutto tranne che di un’assemblea aperta: una conferenza o un convegno o un congresso in cui sul palco si sono succeduti alcuni professori promotori del manifesto, i volti più noti e telegenici della sinistra (Fratoianni in rappresentanza di Vendola per la SEL, Ferrero del PRC, Airaudo della FIOM, Norma Rangeri de Il manifesto), i rappresentanti dei movimenti al centro dell’attenzione pubblica (Val di Susa, Teatro Valle occupato…), nonché qualcuno col nastro arancione, cioè del gruppo degli organizzatori, o staff come preferiscono chiamarsi sul sito (è o non è un soggetto politico nuovo?!). Una conferenza o un convegno o un congresso in cui ogni cosa era stato prevista e organizzata alla perfezione nei minimi dettagli, tranne l’atto di disobbedienza civile collettiva, quando è stato proposto di non interrompere per il pranzo e mangiare un panino mentre si ascolta, mentre invece gli spalti si sono di colpo svuotati a beneficio del bar: per questo il moderatore poi rammentava a più riprese che si era in ritardo di quasi un’ora sulla tabella di marcia. Una tabella che aveva composto la scaletta degli interventi con calibrata scientificità e assolutamente in anticipo. Nulla è cambiato quando una persona è arrivata al trespolo degli oratori per dichiarare che il tutto appariva un pranzo preconfezionato, né si son tenute in gran considerazione le proteste dei partecipanti che si erano iscritti a parlare e che sono stati completamente ignorati.
    Già, ma i gruppi di lavoro a cui eravamo stati dirottati? Sono iniziati verso le 17, quando il termine era previsto per le 17.30 (“ma si poteva rimanere fino alle 18 nel palazzetto”), tre minuti a testa non di più e le iscrizioni a parlare del mattino erano state smarrite: per chi ancora non avesse capito che quel registro era un mero pro-forma… I gruppi erano tre; qualcuno tra gli organizzatori (lo staff, pardon!) ha ironizzato sul fatto che quasi tutti si sarebbero diretti verso quello dei contenuti anziché quelli organizzativi, come dire: sarebbe meglio che i contenuti fossero lasciati al gruppetto degli inventori dell’iniziativa e che gli altri si occupassero piuttosto di organizzare la diffusione del verbo sul territorio. Altro che non-partito! Altro che democrazia partecipativa contro il governo dei tecnici!
    Una menzione meritano le nuove tecnologie del cui utilizzo fin dall’origine si è fregiato il soggetto politico nuovo. Sul sito erano state raccolte centinaia di proposte, di cui però in assemblea non si è avvertita traccia, sicché più che altro hanno costituito un blog in cui ognuno fosse libero di scrivere e di leggere, non una piattaforma di discussione. Durante l’evento, che ha certamente conquistato il diritto di fregiarsi dell’epiteto mediatico, scorrevano sui mega-schermi i cinguettii, cioè i twit, della rete dedicati alla giornata. Chi scriveva che finalmente si tornava a parlare di Rivoluzione (con la maiuscola!), chi al contrario che Ugo Mattei incontrava tutti tranne che gente di sinistra: già, perché ai nuovi linguaggi le mezze misure e le sfumature non si addicono e i tempi televisivi di sette (poi di tre) minuti a intervento sono delle insostenibili ere geologiche che vanno condensati in quattro parole, un titolo o un motto di spirito. Così le critiche si possono e anzi si devono ridurre a “non è abbastanza di sinistra”. Non importa che un numero recente di Micromega (8/2011) sia stato interamente dedicato alla definizione di Sinistra oggi, con contributi di grande spessore in un dibattito per forza di cose aperto e complesso: ciascuno si sente molto sicuro di questa parola-totem e di poterla adoperare a metro di consenso o dissenso di ogni iniziativa, che, se fallisce, è perché non è abbastanza di sinistra…
    La giornata ha avuto il merito di riunire intellettuali ed esponenti della “sinistra”, in quantità e qualità non frequenti, che per il limite dei sette minuti non hanno potuto dare il meglio di sé, ma hanno comunque detto cose di tutto rispetto. In una liturgia oltremodo collaudata, che se non si fosse camuffata da assemblea aperta avrebbe dimostrato maggior onestà e non avrebbe lasciato a molti partecipanti-spettatori l’amaro in bocca di un sottile inganno.
    L’impressione è che gli organizzatori, praticamente gli unici giovani presenti in una platea che il quotidiano Il manifesto dipinge come over 40 ma in realtà era essenzialmente over 60, siano persone che in buona fede abbiano pensato di avviare così un percorso vivamente partecipato e non si rendano conto di aver invece predisposto lo spettacolo della spontaneità democratica, il suo simulacro non la sua espressione autentica. Già, perché nella società dello spettacolo (leggere Guy Debord e Jean Baudrillard per comprendere a fondo il significato del termine) anche gli insospettabili e gli alternativi per (auto)definizione giocano uno spettacolo della realtà, da cui è sempre più difficile sfuggire, mentre il contatto con la realtà non è garantito neppure da uno stipendio sotto i mille euro.
    A questo punto gli appartenenti alla “sinistra”, o meglio, genericità per genericità, diciamo gli uomini di buona volontà, devono decidere che strada prendere al bivio: o spingere la spettacolarizzazione alle massime conseguenze e candidare un Gad Lerner, un Michele Santoro alla direzione dell’area politica e del paese (non è né una provocazione, né un paradosso a effetto, ma una proposta molto seriamente meditata) oppure imparare ad ascoltare indistintamente ogni persona, in vista dell’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza,
    sperimentando di più il sentimento dell’empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altra/o, in termini non solo personali ma politici, praticando quella “salda comunanza” (Martha Nussbaum) che esalta le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità (sono parole del manifesto fondativo, rimaste sulla carta al primo appuntamento). Magari, nel secondo caso, col minor numero possibile di filtri telematici.
    Ugo Mattei nella sua prolusione affermava che i presenti evidentemente avevano completato una rivoluzione personale, interiore che ora li rendeva pronti alla rivoluzione sociale e politica. Siamo proprio sicuri?!
    P.S. Chiedo scusa se ho superato i sette minuti.
    Pier Luigi Tosi, firmatario n. 1477 del manifesto