Alcuni film hanno uno strano destino. Sfuggono alla legge del mercato cinematografico, che decide la bontà del prodotto con gli incassi del primo weekend, e ne fa sparire le tracce appena ottenuti i ricavi possibili. Si tratta di opere che continuano a vivere al di là dei calcoli di botteghino, storie a lungo lavorate, pensate, che hanno appassionato tanto gli autori e poco, purtroppo, le grandi produzioni. Uno di questi è Maledimiele, il film sull’anoressia diretto da Marco Pozzi e scritto con Paola Rota, autrice del soggetto. Girato e uscito nel 2010, presentato lo stesso anno fuori concorso a Venezia, vincitore del Premio Speciale del Fiuggi Family Festival, torna ora in molte sale italiane. A Roma viene ospitato dal cinema L’Aquila.
Un argomento, l’anoressia, niente affatto semplice, sul quale sono state spese molte parole, opinioni di esperti che sembrano non aver mai centrato la questione. Maledimiele ha il pregio di penetrare il cuore oscuro e ossessivo della questione, e lo fa senza emettere sentenze.
Il film nasce da anni di ricerche sul mondo dei disturbi alimentari e dei siti pro-ana (pro anoressia) e pro-mia (pro bulimia), dove bulimiche e anoressiche si confrontano per raccontarsi le loro esperienze e scambiarsi consigli. Il disturbo diventa una vera e propria religione corredata di comandamenti: 1 non si può essere belle senza essere magre; 2 essere magre è più importante che essere sane; 3 compra taglie più piccole, rasati i capelli, prendi pillole dietetiche, fai la fame, fai di tutto per essere più magra; 4 non devi mangiare senza sentirti colpevole; 5 non devi assumere cibo ingrassante senza punirti; 6 devi contare le calorie e ridurre le assunzioni di cibo in base a questo; 7 quello che conta è la risposta della bilancia; 8 perdere peso è giusto/prendere peso è sbagliato; 9 non sarai mai troppo magra; 10 essere magra e non mangiare sono indici di vera forza di volontà e di successo. Un decalogo che torna nel film e nelle intenzioni di Sara, la protagonista adolescente interpretata da Benedetta Gargari. Ogni giorno vengono chiusi molti siti pro-ana e pro-mia perché illegali, e ogni giorno ne nascono di nuovi.
Vedere il film è come aprire la porta dell’inferno. Dentro non ci sono più ragioni.
Sara mangia biscotti, li mangia tutti, beve latte e vomita. Esce di casa, ricompra i biscotti, li mangia tutti, beve latte e vomita. Riesce di casa, ricompra i biscotti, li mangia tutti, beve latte e vomita. Questa la sequenza iniziale del film.
L’anoressia è un universo ossessivo, fatto di piccoli gesti che si ripetono giorno dopo giorno, ora dopo ora, è un diaframma sul mondo che non ammette trasgressioni, un imperativo che mira solo all’obiettivo: il peso. L’obiettivo di Sara è 38 chili. La protagonista ci arriva gradualmente, misurando di volta in volta le forme, trascrivendole su un lenzuolo nascosto in un luogo segreto, che conserva le tracce del progressivo assottigliamento. L’anoressia è una malattia antisociale. Lentamente Sara rinuncia alle relazioni con le amiche del cuore e con il ragazzo che la corteggia. Tutto – un pomeriggio in compagnia, un incontro, una confidenza – rischia di diventare solo un ostacolo al raggiungimento del traguardo. La strategia non può essere allora che la sottrazione: evitare tutto ciò che vorrebbe impedire di dimagrire. Il film ha il merito non solo di essere ben documentato e di aver pescato senza preconcetti dentro la filosofia pro-ana per restituirci le giornate di un’adolescente anoressica, ma anche, o forse soprattutto, quello di prendere lo spettatore per mano per portarlo dentro l’ossessione. Sara è una ragazzina bellissima, figlia unica in una famiglia apparentemente sana (Sonia Bergamasco e Gian Marco Tognazzi interpreti della madre e del padre), solo un po’ fredda e quasi distorta nella rigidità delle sue forme. Maledimiele sta addosso al personaggio per non perderlo di vista e registrarne ogni singolo respiro, ogni sottrazione anche minima di peso. Per tutto il tempo vediamo Sara esclusivamente alle prese con la sua malattia. A parte un flashback, che è più sogno che ricordo, il film inizia con una sequenza che è già piena anoressia e finisce senza che l’anoressia sia superata. Prima e dopo non c’è niente, come è nella percezione di chi la malattia la sta vivendo.
marco tarantino
25 aprile 2012 at 00:36
Bella recensione e bel film, che parlano di un problema terribile perchè sottostimato, in qualche modo incentivato dai modelli estetici culturalmente imposti, e tra i più difficili da curare. Uno dei tanti modi in cui l’anoressia si può leggere è il progetto, spesso portato a termine purtoppo, della mortificazione del corpo ad opera della mente. Un altro bel film sull’argomento è “Primo Amore” di Garrone, dove si vede una donna diventare sempre più magra per corrispondere all’immagine ideale del compagno, un bravo e terribile Trevisan, e che riesce in qualche modo a sottrarsi (in questo caso l’imperativo viene dall’esterno, quindi è vissuto come egodistonico)