Il sospetto – più che un sospetto, ad esser sinceri – è che esista un nesso. Recessione economica e recessione democratica si tengono a braccetto e muovono passi luttuosi lungo il sentiero infinito della quaresima montiana. Su entrambe gravita il nuvolone dell’austerity. Un’austerity universale, infettante, che punta alla sottrazione (delle risorse, dei soggetti) senza avere neppure la forza di immaginare una resurrezione. Non è decrescita felice (ça va sans dire ) ma neppure risparmio o gestione oculata del poco che c’è in cassa. È piuttosto penitenza, castigo, abbandono, necrosi. Ed è facile verificare come ciò valga tanto per la salute dell’economia che per quella della cosa pubblica, precedute da un inquietante segno meno.
Le pensioni e i partiti, i finanziamenti e i rimborsi, le sostanze dei comuni e i “costi della politica”: tagliare tagliare tagliare. Lo stanco rosario del “ce lo chiede l’Europa” è rito che ormai non anima la fede neppure dei suoi severi pasdaran, visto che l’invito a tirare la cinghia in attesa di tempi migliori si infrange puntualmente sulla cruda realtà dei dati: produzione industriale ai minimi storici, consumi sotto il livello di guardia, imprese e lavoratori alla canna del gas, persino la famiglia – ultimo baluardo di un welfare fatto in casa – ridotta a brandelli per troppa usura (il potere d’acquisto negli ultimi tre anni si è ridotto del 12%). Il governo dei professori, a dispetto della sua autoproclamata infallibilità, è costretto a rivedere in peggio le stime sul Pil e a rinviare sine die l’ora dello sviluppo, e ciò malgrado ostenta una protervia che fa volentieri a meno del momento democratico.
Parallelamente, per osmosi e per rifrazione, nel grande consorzio della politica giunge a compimento una parabola speculare, cominciata con la resa senza condizioni all’avvento dei tecnocrati, proseguita con il sequestro coatto degli spazi di democrazia e (quasi) conclusa con l’autodafé dei partiti sulla scorta dei recenti scandali.
Si usa dire che la politica, specie quella veicolata dai partiti, costruisca da sola la propria delegittimazione. Verità inconfutabile, motore del tentativo (per ora non riuscito) di superare forme vetuste e incancrenite di organizzazione del consenso a vantaggio di un livello più avanzato di partecipazione (che ad esempio ha trovato terreno fertile durante la stagione referendaria a tutela dei beni comuni). Qui però s’assiste alla più tipica delle retromarce, ad una dinamica regressiva in cui a rimetterci è la democrazia, già provata dai colpi inferti dalla dottrina dell’emergenza e letteralmente asfaltata dalla testuggine mediatica che ha trasformato in bestemmia ogni sussulto di critica e di conflitto.
Come non scorgere, tra i rivoli di un problema estremamente serio, cogente e attuale – lo sperpero di denari pubblici maneggiati dai “tesorieri”, i bilanci opachi dei partiti – quel sovrappiù di ideologia che turba il giudizio laico sui costi fisiologici della politica, lo livella e lo traduce in umore antipatico, in sondaggismo costante, in pronuncia manichea, infine in ghigliottina?
Il paradosso è che stavolta la sempreverde rabbia anticasta incrocia – anziché contrastare – l’etica dei nuovi governanti bramosi di recidere gli ultimi lacciuoli con l’idea stessa di rappresentanza. Le riforme “o così o tutti a casa” e il pubblico sdegno verso i politici di professione sono due facce della stessa medaglia e il rischio concreto è che a pagare pegno non siano soltanto i furbetti del partitino. Lo stato d’eccezione permanente, senza più il filtro della politica e in un momento di depressione economica, ha precedenti nella storia che qui è meglio non evocare. Ma una cosa si può dire senza essere accusati di procurato allarme: se è deprecabile la difesa d’ufficio delle corporazioni avide di privilegi, lo è ancor di più la demagogia scoccata dall’alto del potere; deprecabile e letale, perché salda la collera popolare con i pruriti di élites non certo meno potenti del potere che intendono sopprimere.
Piazza e palazzo si scambiano i ruoli, e non è un bel vedere. In questa bizzarra partita senza regole, montiani e grillini, Passera e gli indignati, si ritrovano nella stessa metà del campo. Dall’altra parte il nulla, o quasi. Un gol a porta vuota.
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