Elezioni francesi, Mélenchon
sarà il rosso decisivo

Daniele Zaccaria Pubblicato da
il 19 aprile 2012.
Pubblicato in Esteri.

La vita di Jean Luc Mélenchon sembra un sogno capovolto: riformista a trent’anni, rivoluzionario a sessanta. In mezzo tre decenni di militanza socialista nel vano tentativo di spostare a sinistra l’asse del partito. Ma anche una poltrona di ministro nel governo Jospin, una di senatore, una di eurodeputato e tante stagioni alla presidenza dell’Essonne, dipartimento alle porte di Parigi e storico feudo “mélechoniano”. Una routine che s’interrompe il 7 novembre del 2008, giorno in cui sbatte la porta della “casa rosa” e fonda il suo movimento, il Parti de Gauche, formazione che si ispira direttamente alla Linke tedesca di Oskar Lafontaine, altro celebre fuoriuscito dall’albero socialdemocratico. E quella che sembrava la velleitaria ambizione di un cavallo bolso della politica si rivela, al contrario, la svolta decisiva della sua carriera.

Prima grande intuizione: aprire le braccia all’agonizzante e residuale Pcf: nessuna cooptazione però, il modello è quello federativo. Nasce così il Front de Gauche, mero cartello elettorale per i suoi detrattori, tentativo nobile di porre fine alla diaspora della sinistra radicale per gli entusiasti sostenitori. La storia sembra aver dato ragione a questi ultimi. Alle elezioni europee del 2009 il Front conquista infatti un inatteso 8% e spedisce a Strasburgo una buona pattuglia di deputati. Certo, lo scrutinio europeo è più libero, meno condizionato dagli appelli al voto utile e con un tasso di astensione elevato che di solito premia l’elettorato militante. Va bene, ma alle successive regionali del 2010, stravinte dai socialisti, l’asticella della nuova sinistra alternativa rimane ancora molto alta con oltre 7,5%.

Linea unitaria, appelli agli ecologisti delusi, al sindacalismo di base, alle associazioni altermondialiste; a poco a poco sotto le insegne del Front confluiscono simpatizzanti della galassia gauchiste, astensionisti di lunga data, intellettuali in cerca di emozioni forti, giovani indignés inciampati nella politica. Intanto i comunisti, dopo anni di frustrazioni, vedono di nuovo la luce, rianimati paradossalmente da un ex socialista; l’incubo delle ultime presidenziali 2007, quando a segretaria Marie George Buffet venne umiliata con l’1,9% (peggior risultato di sempre) è solo un brutto ricordo. L’alleanza tra la gauche del Ps e il redivivo Pcf diventa un lievito politico in cui l’insieme supera la somma delle parti.

Inizia così la sfida più difficile: l’Eliseo. In una Francia colpita dalla crisi economica e dalla “fracture sociale”, il rude discorso anticapitalista di Mélenchon funziona a meraviglia. La sua campagna, scandita da accenti giacobini, da suggestioni comunarde e puntellata dal grande carisma personale, ruota intorno a poche ma semplici parole d’ordine: tassare le rendite, aumentare salari e spesa sociale, combattere l’Europa liberale disegnata a Lisbona, aprire l’Unione ai paesi mediterranei e sganciarsi dalla Nato. Lo scontro aperto con Laurence Parisot, sofisticata presidente del Medef (la confindustria d’oltralpe) che lo definisce “un paranoico erede del Terrore” alimenta suggestioni (e incazzature) di classe che sembravano sepolte.

Oggi Mélenchon si ritrova a urlare slogan rivoluzionari acclamato da folle oceaniche, avvolto da bandiere rosse e drappi del “Che”, immerso nel suo elemento primordiale: il popolo “sovrano e dal libero genio” descritto dallo storico Jules Michelet, anima e corpo della nazione repubblicana, entità con cui lui intrattiene un rapporto tra il mistico e il carnale e che ama titillare con un lirismo d’altri tempi: «Prendete il potere cari cittadini, prendetelo e allargate la nostra insurrezione, l’insurrezione della Francia bella e ribelle». Piazze stracolme, come non si vedevano da tempo, oltre centomila persone ai comizi di Tolosa, Parigi e Marsiglia. E dei sondaggi da far perdere la testa: il più lusinghiero gli attribuisce il 17% delle intenzioni di voto, due punti più di Marine Le Pen, la candidata dell’ultradestra. E pensare che appena 12 mesi fa galleggiava nella zona grigia dell’irrilevanza, i sondaggi gli attribuivano tra il 3 e il 4% dei consensi con prospettive politiche poco superiori alla testimonianza.

Jean Luc Mélenchon nasce a Tangeri nel 1951, quando la città era ancora un protettorato francese. Nel 1960 la famiglia torna in patria trasferendosi a Yvetot, cittadina dell’alta Normandia. L’incontro con l’impegno politico avviene proprio nel ’68 quando diventa leader del movimento studentesco del suo liceo: «Mi sono formato leggendo Storia della Rivoluzione di Adolphe Thiers e naturalmente il Capitale di Marx». Per una fugace stagione sarà anche trotzkista-lamberstista, militando nello stesso gruppo di Lionel Jospin. Nel 1974, a soli 23 anni nasce la figlia Maryline; il diploma in filosofia non serve a granché e la militanza per il momento non permette di arrivare a fine mese. Così si trova costretto a lavorare sodo: sarà operaio in una tipografia e poi in una fabbrica di orologi, sorvegliante pomeridiano nelle scuole medie, pubblicista per il quotidiano Dépeche du Jura, vignettista per un settimanale cattolico e infine insegnante in un liceo tecnico.

A differenza della gran parte dei suoi colleghi, Mélenchon non ha mai frequentato l’Ena, fucina della classe dirigente repubblicana, né le grandi scuole riservare ai rampolli della borghesia colta. Ammiratore di François Mitterrand si iscrive al Ps alla fine degli anni 70 e contribuisce alla grande vittoria delle sinistre nel 1981. Da allora una lunga e contraddittoria carriera nel partito di rue Solferino, le sue posizioni radicali marginalizzate dalle scelte centriste dei vari segretari, l’adesione al Trattato di Maastricht e alla stagione del pensiero unico vissuta con il classico naso turato ma senza per questo disdegnare nomine e poltrone di prestigio. In tal senso Mélenchon è parte integrante della giostra politica repubblicana e non l’estremista antisistema descritto dalle destre. Né tantomeno il bieco qualunquista  che viene associato a Marine Le Pen da alcuni media, i quali vedono nel “populismo”, nella “retorica antieuropea”, nel richiamo indentitario alla “patria” diversi punti di contatto tra estrema destra ed estrema sinistra. «È un’operazione disgustosa – tuona Mélenchon – noi siamo l’antidoto civile al Front National, la nostra idea di patria è democratica, sociale e multietnica, noi siamo gli eredi dell’illuminismo e della rivoluzione, loro sono gli eredi del nazifascismo e di Vichy».

Se si tenta di far passare questa caricatura del candidato fasciocomunista vuol dire che il “terzo uomo” della campagna presidenziale inizia davvero a dare fastidio. In particolare tra gli ex compagni del Ps, procurati da eventuali travasi di consensi dalla gauche molle alla gauche dure. Non tanto per un improbabile approdo al ballottaggio presidenziale (Hollande è al 30%, Sarkozy intorno al 27%), ma in vista delle legislative di giugno, quando il peso del Front de Gauche farà la differenza tra la sconfitta e la vittoria.

Comunque vadano le cose il 61enne Jean Luc Mélenchon sa di aver già vinto la sua scommessa politica, si gode questa inaspettata maturità rivoluzionaria, e ogni tanto si concede piacevoli incursioni nell’autoironia. A un giornalista che gli chiedeva quale fosse la sua principale debolezza, lui ha risposto con un ghigno: «Devo ammettere che mi piace molto Carla Bruni. Amo la sua musica e le sue canzoni, di notte le ascolto in cuffia e mi fanno sognare».

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