«Benedetta, ma a cosa servono i tribunali?»
«Eugenio, a raccogliere documenti».
Nel desolato scambio di battute tra due dei protagonisti, in drammatica solitudine, della battaglia perché l’ultima strage con processo aperto non finisse nel dimenticatoio (e nell’impunità: ma questo era un esito già prevedibile) c’è tutto il senso dell’amarezza per la sentenza odierna in cui gli unici condannati sono le parti civili che dovranno pagare le spese di giustizia.
Eugenio è uno dei tanti compagni bresciani che quella mattina a piazza della Loggia c’era e 37 anni dopo ancora prosegue, con ostinazione degna di più fortunati esiti, la battaglia per la verità e la giustizia per le vittime della strage.
Benedetta neanche c’era al mondo: è nata nel ’77 ma siccome nel sesto anniversario della strage suo padre è stato ammazzato e gli assassini se la sono cavata con poco e niente grazie alla legge sui pentiti, ha ritenuto di doversi fare carico, in qualche modo, di un ruolo doloroso di testimonianza e di portaparola, per rompere la cappa soffocante del silenzio. E sul diritto alla conoscenza della storia e dell’esercizio della memoria per i giovani che non c’erano, ha avuto modo, nelle scorse settimane, di polemizzare, con garbo, rispettosamente, con Adriano Sofri, mentre infuriava la bufera sul “romanzo di una strage” di Giordana e sull’infelice idea di associare una meritoria opera artistica (se si pensa che i ragazzini credono che piazza Fontana l’hanno fatta i brigatisti rossi) a un libro contestatissimo come quello di Cucchiarelli.
E siccome nella promozione del film, così come nel bellissimo documentario sull’Italicus di Guzzo e Quadretti, si è fatto ampio richiamo del “j’accuse” di Pasolini, nel prendere atto della chiusura dell’ultimo portone giudiziario per la verità sulla strage di Brescia, per una volta mi voglio mettere alla finestra e unirmi al coro: “Io so ma non ho le prove”.
Io so che nel 1974 l’Italia stava voltando pagina in un contesto di nuovi equilibri mediterranei ed europei: con la guerra del kippur alle spalle e la conferenza di Helsinki alle porte, con i “fascismi mediterranei” in decomposizione (tra crisi di successione in Spagna per la morte di Carrero Blanco e contraccolpi dei fallimenti ‘coloniali’ in Portogallo e Grecia) e il grande capitale italiano che, sull’onda dell’austerity decideva la strada della ristrutturazione selvaggia e quindi della cogestione sindacale (con l’accordo sul punto unico di contingenza), quegli zucconi degli oltranzisti atlantici, i “partigiani bianchi” legati ai servizi americani (Fumagalli) e britannici (Sogno) dimostreranno di avere i riflessi lenti. Continueranno infatti a portare avanti, contro il senso di marcia della storia, i loro tentativi di riassetto autoritario con modalità più o meno violenta, fino a sbatterci il grugno.
Io so che le due stragi del 1974 maturano in questo contesto, nelle due realtà territoriali in cui più forte è l’intreccio tra vertice atlantista (Fumagalli, Gelli) e manovalanza fascista (le Sam, Ordine nero). Quanto a Brescia, poi, sono convinto che di una strage anomala si tratti: e cioè non contro un bersaglio indiscriminato ma contro i carabinieri – che nel punto dello scoppio dell’ordigno normalmente stazionavano durante i comizi – rivelatisi improvvisamente nemici, con la trappola fatta scattare con la vendita dell’esplosivo che incardina a Brescia l’inchiesta contro il Mar di Fumagalli che porta al suo smantellamento alla vigilia del referendum sul divorzio.
Ma non posso farci niente. E quindi chiudo con il calco pasoliniano e ritorno alle battute iniziali. Perché con l’imponente massa di documenti accumulati in quaranta e più anni di inchieste sulle stragi bisognerà fare i conti, quanto meno per tracciare la cartografia della vergogna, il ruolo giocato dagli uomini e dalle strutture istituzionali nella guerra civile a bassa intensità che ha insanguinato l’Italia negli anni Settanta.
Sam Moser
15 aprile 2012 at 15:47
Il dramma in realta’ e’ che non sappiamo un bel fico secco come per la strage a Bologna….