Può cominciare così, con un risveglio nel cuore della notte, allertati dal proprio cuore impazzito che pulsa freneticamente, come per convincersi che è ancora vivo. Oppure con un progressivo abbandonarsi al letto, troppo stanchi per le ritualità della vita quotidiana, coltivando la fantasia che tutto questo sia solo un sogno e ritardando il risveglio. Per altri, all’opposto, inizia con l’impossibilità di abbandonarsi al sonno, la mente tesa a ripercorrere in modo serrato possiblità, alternative spesso ipotetiche, non ancora rassegnata all’accettazione dell’ineluttabilità degli eventi.
Per tutti, al di là della variegata pluralità di possibili manifestazioni, il tratto comune è il progressivo senso di solitudine, lo sfarinamento del senso di appartenenza ad una comunità, il vissuto di colpa nei confronti della propria famiglia, l’impotenza derivante dall’affrontare una situazione subita ingiustamente, il senso di annichilimento derivante dalla percezione dell’assenza di alternative. L’enorme problema dei suicidi di questi giorni non è l’unico regalo che la crisi economica, e la sua dissennata sottovalutazione da parte di chi ci governa, offre alla nostra società, ma è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più pervasivo: la psichiatrizzazione del disagio sociale. Negli ultimi anni, infatti, è in costante aumento il numero di persone che, per aver perso il lavoro o anche solo per l’aumentato rischio di perderlo, sviluppa una variegata serie di “sintomi” che lo portano ad afferire ai servizi psichiatrici (il fenomeno, tra gli altri, è stato certificato dall’ Ocde, Organizzazione cooperazione e sviluppo economici). Questa tendenza riguarda tutti i paesi occidentali, e chiama in causa diversi soggetti politici e sociali.
La Psichiatria contemporanea, priva com’è di grandi e condivisi organizzatori psicopatologici che ne orientino l’azione, sempre più collude con la richiesta di occuparsi delle diverse forme di deriva sociale che si vengono a determinare (basti pensare al fatto che il principale strumento per la classificazione delle malattie psichiatriche, il Dsm, ha delle maglie talmente ampie da includere qualunque condizione esistenziale che determini disagio socio – lavorativo). Diventa allora centrale il “sintomo”, e la gamma è ampia: si va da forme di “depressione” a “disturbo d’ansia generalizzata”, “disturbo sa Attacchi di panico”, “disturbo dell’adattamento”.
I primi studi epidemiologici, che permettono solo dati parziali ma molto indicativi, evidenziano che, nel mondo, dal 1997 al 2008 la percentuale dei suicidi è raddoppiata: da 13 su 100mila a 26 (World Psychiatric association). Uno studio su The Lancet ci dice che, in Europa, dall’inizio della crisi c’è stato un aumento dei disturbi d’ansia del 30% e di disturbi depressivi del 15%, ed evidenzia anche che, per ogni aumento della disoccupazione del 3%, i decessi per condizioni cliniche correlate all’alcolismo aumentano del 30% e i suicidi crescono del 5%: in numeri “grezzi”, dall’inizio della crisi in Europa ci sono state 3500 persone morte per problemi legati all’abuso di alcol e 1700 suicidi in più.
La sola risposta a questo disagio è spesso la prescrizione di farmaci che, quando “sono efficaci”, riducono apparentemente il malessere perché lo anestetizzano. I servizi territoriali, spesso anche in deroga a quello che sarebbe il mandato istituzionale, cercano di sostenere queste persone non solo mediante la presa in carico farmacologica, ma anche “aiutandole”, magari inserendole in attività che permettano di pranzare o avviando delle procedure per la ricerca di lavori protetti, ove questo sia possibile.
A prescindere dalle intenzioni, comunque, la psichiatrizzazione del disagio resta un ottimo alibi per la politica e le altre istituzioni, che possono fingere che questo sia un problema che non le riguardi, nonostante la presenza di diversi studi che confermano che, laddove i servizi sociali sono più presenti, la psichiatrizzazione del disagio sociale sia nettamente minore. Il problema è disinnescare questo meccanismo di comodo che, trovando una facile via di fuga nella riduzione dell’angoscia esistenziale di persone che perdono il lavoro, o rischiano di perderlo, o comunque che non ce la fanno economicamente, in un problema di pertinenza dei servizi psichiatrici, permette alle istituzioni politiche e sociali una auto – assoluzione preventiva quando invece servirebbe una forte presa di responsabilità.
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