Non voglio fotografare
i vostri pregiudizi

Laura Eduati Pubblicato da
il 10 aprile 2012.
Pubblicato in Profili.

È soltanto alla fine dell’intervista, e nemmeno sollecitato da una domanda, che Massimo Berruti – uno dei più talentuosi fotografi italiani, premiato due volte al World Press Photo a soli 32 anni, collaboratore continuo per Le Monde, Time, Newsweek e Wall Street Journal, eppure conosciuto davvero soltanto in ambito fotografico – riesce a tirare una stilettata ai giornalisti, ai professionisti della carta stampata e della televisione che dei fotografi sentono spesso di poter fare a meno, naturalmente a torto, visto che alcuni quotidiani importanti riescono persino a non citare il nome dell’autore di una immagine nella didascalia, come se una ottima foto fosse dopotutto un elemento decorativo, e questo è vero soprattutto per la stampa italiana con la quale Berruti, infatti, lavora molto poco. La stilettata è questa: «Ormai siamo soltanto noi fotografi a darvi le notizie perché siamo costretti a viaggiare, a vivere gli avvenimenti a pochi metri di distanza, mentre i giornalisti scrivono troppo spesso dalle redazioni».

 

Impossibile darti torto. E la pigrizia dei giornalisti è ancora più grave se consideriamo che molti possono viaggiare a spese della testata giornalistica, mentre i fotografi sono condannati ad essere dei free-lance.

In realtà preferisco essere un libero professionista con la partita Iva e viaggiare senza una redazione alle spalle che mi indica cosa devo fotografare perché, specialmente nei settimanali italiani, chi decide davvero cosa andrà in stampa sono gli inserzionisti. E Prada, per fare un esempio, non vorrebbe un reportage tragico dal Pakistan accanto ai suoi sandali primaverili.

 

Peraltro fotografi e giornalisti raramente lavorano insieme. A te è capitato?

Sì, ma non sono i servizi che preferisco. Ho viaggiato in Pakistan, terra dove sono riuscito a vivere per alcuni anni e che ormai conosco a fondo. Però quello che interessa ai lettori occidentali è la conferma dei loro pregiudizi sul mondo pakistano: le donne che subiscono violenze, i bambini che cuciono palloni. Ecco, una volta ho dovuto illustrare un reportage sui matrimoni forzati e non condividevo l’approccio.

 

Perché? Forse non esistono?

Esistono, eccome. Ma non sono forzati, bensì combinati dalle famiglie. Un po’ come accadeva in Italia ai tempi dei nostri nonni, quando gli sposalizi nascevano da una certa simpatia tra un ragazzo e una ragazza ma ciò che contava veramente era il rango sociale della famiglia di appartenenza. E poi si dimentica sempre di sottolineare che gli uomini pakistani in procinto di sposarsi subiscono le medesime pressioni culturali delle donne. Non c’è discriminazione.

 

Stai dicendo, insomma, che nonostante il Pakistan sia sotto i riflettori dei media, questi stessi media restituiscono un immagine del Paese ad uso e consumo della politica occidentale.

Certo. Così vale anche per l’Afghanistan e per l’Iraq. Se vogliamo, anche un premio prestigiosissimo come la foto dell’anno World Press è influenzato dalla politica. La donna yemenita che piange il figlio morto nel 2011, la donna bruciata dall’acido nel 2010, le donne che gridano sui tetti di Teheran nel 2009, sono tutte immagini che si riferiscono alla medesima parte di mondo.

 

Così, grazie ad una indipendenza quasi obbligata, nel 2008 sei partito per il Pakistan e hai realizzato una sequenza impressionante di immagini meravigliose, alcune delle quali vengono riprodotte in questa pagina. Perché per diventare un grande fotografo occorre viaggiare in luoghi molto lontani dalla propria cultura?

I fotografi italiani devono farlo per internazionalizzare il loro portfolio, altrimenti non susciterebbero l’interesse dei giornali stranieri. Io però ho fatto il percorso contrario: il mio primo premio World Press l’ho vinto grazie ad un reportage sui palazzinari e sul problema dell’alloggio a Roma. La questione della casa in fondo è universale e non serve allontanarsi troppo per documentarla.

 

I fotoreporter poi, sembrano sempre attratti da eventi eccezionali, drammatici, adrenalici. Le grandi foto sono l’opposto della serenità?

Anche questo è un luogo comune. Il Pakistan viene rappresentato come un luogo dove scoppiano moltissime bombe. Era vero soprattutto quando ci sono andato la prima volta, Bhenazir Bhutto era appena stata assassinata e restare accalcati nei comizi era indubbiamente rischioso. Ma il Pakistan è enorme, conta 180 milioni di abitanti. Dopo un anno la mia vita pakistana era identica a quella romana, con il fruttivendolo sotto casa, la colazione a base di ceci e, sì, anche la serenità. L’adrenalina è soltanto una componente del lavoro. Vivere in Pakistan non significa rischiare la vita e nemmeno vivere in mezzo ai trogloditi. Per dire: in Pakistan ho il tesserino da giornalista che in Italia ancora mi negano e la televisione è molto più avanzata, con programmi all news niente affatto male.

 

 

Le tue foto sono tutte in bianco e nero. Lo fai per aggiungere drammaticità o per consegnare alla storia le vicende che stai fotografando?

Ho iniziato fotografando a colori. Ma ho scoperto che il colore può portare ad una ricerca estetica ossessiva, e poiché volevo diventare un fotografo che testimonia e documenta, e non un esteta della fotografia, ho scelto il bianco e nero. Tornerò al colore soltanto quando mi sentirò abbastanza maturo professionalmente, nonostante mi faccia orrore l’estremo uso di photoshop che ormai invade il lavoro di fotografi celeberrimi che, se ti dicessi i loro nomi, sobbalzeresti dalla sedia. La fotografia, per me, è testimonianza. E non è onesto nei confronti del pubblico alterare i colori, le linee, gli oggetti dopo avere scattato la foto.

 

Il 26 aprile allo spazio Forma di Milano si aprirà una mostra, a cura di Renata Ferri, dove sarà possibile vedere “Lashkars”, il tuo ultimo reportage fotografico dal Pakistan. Che cosa significa Lashkars?

Letteralmente significa “santi combattenti” ed è il nome dei civili dei villaggi ai confini con l’Afghanistan che organizzano delle vere e proprie ronde per impedire l’infiltrazione dei talebani. Chi non conosce questa realtà potrebbe confondere Lashkars e talebani poiché il vestiario è molto simile ed è per questo che per lungo tempo il governo pakistano mi ha impedito di realizzare questo lavoro nella valle dello Swat. Gettare fango sui talebani è comunque un’altra enorme mistificazione.

 

Talebano, in Occidente, è sinonimo di terrorista invasato.

È una porcata della stampa occidentale. I talebani, e posso dirlo perché ho vissuto cinque anni in quell’area, sono semplici studenti del Corano che non hanno obiettivi terroristici. Non possono essere ricondotti in massa ad Al-Qaeda, che rimane comunque uno spauracchio. I talebani che combattono sono assimilabili ai nostri partigiani.

(RICHIESTA DI RETTIFICA inserita il 19 maggio 2012. L’intervistato, Massimo Berruti, ritiene che questa risposta non sia stata riportata correttamente e chiede, pertanto, che venga considerata come più aderente al vero questa risposta: “In Pakistan, questa definizione per i talebani è stata introdotta dalla stampa estera credo per semplificare le cose, perché i talebani ,tradizionalmente, sono gli studenti del corano. Io non ho mai incontrato un militante talebano. Quei talebani che ho incontrato invece erano persone molto pacifiche che non avevano niente a che vedere con azioni terroristiche o anche più semplicemente con la militanza armata. Al-Qaeda comunque è un concetto che non si può associare in maniera scontata neanche alla militanza armata. Quella della militanza è una questione complessa e come la sua realtà sono complesse le sue radici”)

 

 

Non stupisce che la tua visione della geopolitica ti tenga lontano dalle grandi redazioni. Eppure sei riuscito per due volte a illustrare la copertina di Time. Quanto ti hanno pagato?

Millecinquecento dollari a foto. Circa 1100 euro. La metà delle quali vanno all’agenzia francese Vu alla quale consegno le mie foto da mettere in vendita.

 

Mi pare un compenso molto magro per una foto che gira il mondo.

Certo. Ma come puoi rifiutare? Vivo grazie alla stampa estera, che in alcuni casi mi paga il viaggio per andare a compiere dei fotoreportage. In Italia è accaduto soltanto una volta, con Io Donna. E questo accade per la mancanza di una vera cultura fotografica, nonostante i fotografi italiani abbiano molto credito nel mondo perché sono professionalmente molto preparati.

 

Potresti fare a meno dell’agenzia Vu, come di altre agenzie fotografiche importanti?

Sono loro che vivono grazie a noi, non il contrario. E così dovrebbe essere anche per voi giornalisti: dovrebbero essere i giornali a vivere dei giornalisti, e non i giornalisti a vivere dei giornali.

 

 

 

 

 

 

 

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