Alessandro Piperno ci deve perdonare. Stiamo per forzare il suo talento che non si piegherebbe a dispute come questa che vi proponiamo. Piperno versus Saviano. Lo scrittore di romanzi e il giornalista d’inchiesta che si è inventato in Italia un nuovo stile. L’intellettuale defilato e lo scrittore che sa sempre cosa dire e lo dice, senza incertezze. Ci deve scusare Piperno ma abbiamo nostalgia della cultura che fu, che viveva di vere dispute e contrapposizioni. Siamo cresciute scegliendo: Godard meglio di Truffaut (ma oggi tiferemo per quest’ultimo), Buster Keaton infinitamente più poetico di Charlie Chaplin. E così via, fino ad arrivare a Camus, da difendere contro tutto e tutti per stabilire la sua superiorità di stile e di umanità rispetto al rivale Sartre, che però ha vinto.
In assenza di dispute che saranno pure manichee, ma permettono il confronto tra opposte visioni, ci permettiamo di suggerire quella che vede Piperno e Saviano schierati su fronti opposti. E’ una visione forzata ma non completamente avulsa dall’ultimo romanzo dello scrittore romano.
Inseparabili, seconda parte del dittico Fuoco amico, ha come protagonisti due fratelli, Samuele (detto Semi) e Filippo. Il primo ha studiato alla Bocconi, lavora prima alla Citybank di New York e poi fa malamente affari con i cinesi. Filippo invece è uno che non sa che vuole dalla vita. E’ medico, come il padre, Leo Pontecorvo, protagonista del primo romanzo Persecuzione, ma non esercita. La sua passione sono i fumetti e sarà questa passione a cambiargli la vita. Perché, nonostante l’indolenza, quando riesce a realizzare un film d’animazione su un medico impegnato nelle zone più disperate del mondo a salvare bambini, la sua vita cambia. Cannes gli tributa grandi onori e la pellicola e il suo volto fanno il giro del mondo.
Filippo è Saviano. Ci sono tante differenze. Ma anche tante somiglianze. Filippo viene preso di mira dagli integralisti islamici. Gli vogliono fare la pelle. Ed è costretto prima a vivere sotto scorta, poi a farsi una nuova vita lontano da Roma e dall’Italia. Non prima però di aver abbondantemente soddisfatto il suo narcisismo, tra incontri pubblici, interviste, dichiarazioni. Semi, come Piperno, assiste basito davanti a tanto successo. Non capisce il delirio collettivo nei confronti del fratello, ma soprattutto non capisce il fratello, il suo – improvvisamente – prendersi così sul serio.
Saviano ci ha abituati a essere sempre dalla parte del bene. Nel privato sarà sicuramente più contradditorio, ma l’immagine pubblica ce lo restituisce nel ruolo del predicatore, di colui che sa sempre ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Piperno è l’opposto. Lo è non per le dichiarazioni pubbliche, molto puntuali e centellinate, ma per la sua letteratura. La grandezza dei due romanzi di Fuoco amico è la stratificazione delle verità. Ci sono più verità sia intime che pubbliche. Ci sono più punti di vista e anche il narratore, che a tratti appare onniscente e superiore, alla fine si scopre per quello che è. Una parte in causa e quindi non così obiettivo come all’inizio potremmo credere.
Da tanto, in Italia, non si leggeva un libro capace di giocare così con i registri della narrazione. Di essere al contempo romanzo popolare e romanzo di alta letteratura. Questa complessità dei punti di vista e dello stile è anche la qualità morale di Fuoco amico. Morale, non moralistica. Morale perché ci ricorda come la vita, qualsiasi vita, non possa essere raccontata e giudicata solo per ciò che appare, per ciò che oggi è mediaticamente rilevante. Ogni vita, come insegna la grande letteratura, è insieme vile e coraggiosa, capace di grandi bassezze come di grandi gesti di altruismo. Così sono Filippo e Semi. Così è la vita di Leo Pontecorvo. Il padre, famoso pediatra della Roma bene, viene accusato dalla fidanzata di Semi, di averla molestata e violentata. L’accusa è falsa, ma il narcisismo di Pontecorvo lo rende responsabile di aver ceduto in parte alle lusinghe della ragazzina. Per l’opinione pubblica è colpevole. E lui, come lo scarafaggio di Kafka, si lascia morire nello scantinato della lussuosa casa dell’Olgiata.
Per Piperno/Semi il giustizialismo che ha colpito il famoso pediatra, portandolo all’estinzione animale, è l’altra faccia del successo del figlio. Non si capisce il delirio della folla nei suoi confronti, se non lo si associa a quella brama di trovare un colpevole. Il colpevole. Senza sfumature. Ma soprattutto senza pietà. In un bellissimo articolo pubblicato sul Corriere della sera Piperno, criticando il giustizialismo con cui, anzitempo, si era condannato Alberto Stasi per il caso di Garlasco, notava prima di tutto come fosse morta la pietà. La pietà intesa come capacità di identificarsi negli altri, nei loro difetti, nelle loro zone d’ombra. E’ come se oggi ci sentissimo tutti superiori, tutti perfetti. E quindi tutti pronti a mandare gli altri alla gogna.
Piperno parla di noi. I suoi personaggi sono tutti allo stesso tempo dalla parte del male e del bene. Sono come noi, perché in ognuno di noi luce e ombra convivono. La grandezza di Piperno è che nel raccontare Saviano/Filippo non lo condanna. Ne mostra le debolezze, ma anche le virtù. Semi e il fratello sono gli inseparabili del titolo. Sono un tutt’uno. Due facce della stessa medaglia. Piperno non si mette su un piedistallo per giudicare l’amico di successo, si mette sullo stesso piano. E secondo noi, proprio con questo gesto – un gesto prima di tutto letterario – vince nella sfida che noi, non lui, abbiamo inventato.
Leggi anche l’intervista a Pigi Battista “Marco Travaglio non capisce niente di letteratura” di Nicola Mirenzi
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