Perché serve l’amnistia.
Intervista a Luigi Manconi

Nicola Mirenzi Pubblicato da
il 2 aprile 2012.
Pubblicato in Diritti.

«Se le persone sapessero come è andata veramente con l’indulto le assicuro che non sarebbero ostili all’amnistia». Quando il parlamento italiano votò a larghissima maggioranza la legge che condonò la pena di determinati reati, Luigi Manconi era sottosegretario alla giustizia. Anche per questo si ricorda bene il clima di larghe intese nel quale quella legge nacque. Ma si ricorda altrettanto bene la velocità con la quale quella stessa legge venne rinnegata dalle medesime persone che poco prima l’avevano votata. Da sociologo qual è Manconi snocciola dati su dati per mostrare la ragionevolezza della battaglia che conduce da anni per ripristinare le regole minime di civiltà nelle carceri italiane: «Lei sa che nella città di Parma nessuno degli indultati ha commesso di nuovo un reato?»

No, non lo sapevo. So però che appena si pronuncia la parola indulto o amnistia le persone rabbrividiscono.

Il fatto è che nel discorso pubblico – e tanto più nel senso comune – l’amnistia e l’indulto sono vissuti come una bizzarra ed eccentrica anomalia. Invece stiamo parlando di provvedimenti solennemente previsti dalla nostra carta costituzionale. Sono cioè strumenti che l’ordinamento giuridico del nostro paese ritiene indispensabili.

Eppure c’è gente che ancora ce l’ha con Prodi per averlo lasciato fare, l’indulto.

Questo è un altro stereotipo da sfatare. L’indulto fu una legge di iniziativa parlamentare, non del governo Prodi. L’unico partito che compattamente vi si oppose fu la Lega Nord. Coerentemente alla sua natura autoritaria, forcaiola, e schiettamente reazionaria. I partiti che si dichiararono ostili videro nelle proprie file comportamenti difformi da quelle decise nelle segreterie. Dall’Italia dei valori ai Comunisti italiani ad Alleanza Nazionale. Voglio ricordare che a votare a favore ci fu Altiero Mattioli. E poi anche nel partito meno garantista della sinistra italiana – i Comunisti italiani – vi furono posizioni o di astensione o voto favorevole. Infatti la legge venne approvata con una maggioranza amplissima.

E poi cos’è successo?

È successo che questa legge che ha conosciuto il più rapido e ampio disconoscimento da parte dei tantissimi padri e madri che l’hanno generata. C’è stato un immediato meccanismo di ripulsa. Che ha portato al disconoscimento e alla diffamazione. Una maggioranza così ampia che nel tempo più breve e praticamente nella sua totalità rifiuta di riconoscere la propria creatura, l’abbandona, la mette nella ruota dei conventi, la lascia in un cassonetto, se ne vergogna. È stato uno scandalo politico vero. Di quelli che riguardano la profonda moralità istituzionale, non le mani pulite.

Qualcuno che l’ha continuata a sostenere c’è stato?

So per certo che non l’hanno disconosciuta Romano Prodi e Giorgio Napolitano. Che pure non l’avevano votata.

Ma se le cose non andarono così bene non sarà anche perché il provvedimento aveva dei limiti?

Sicuramente. Quello più grande fu che l’indulto non venne accompagnato da un contestuale provvedimento di amnistia. Questo accadde perché il fuoco di fila contro quel provvedimento fu così violento e immediato che intimidì quanti avevano sempre ritenuto necessario combinare insieme l’uno e l’altro provvedimento. Ci furono poi dei limiti nel favorire l’integrazione di coloro che uscivano, nell’assicurare loro sostegno, assistenza, orientamento. Però le vorrei proporre un paradosso basato su dati di realtà.

Prego.

Se noi prendiamo una città come Parma, scopriamo che delle decine di persone che uscirono dal carcere nessuno commise un nuovo reato. Io credo che se la popolazione di quella città venisse a conoscenza di questo dato darebbe un giudizio positivo di quel provvedimento. Siccome così non è, coloro che commettono reato a seguito dell’indulto diventano la prova del fallimento dell’indulto.

Una bugia?

Una vera e propria menzogna. Una falsificazione profonda dei dati di realtà. A me è capitato appena qualche mese fa di leggere due editoriali di due importanti giornali nazionali che entrambi davano per scontato il fallimento del provvedimento sulla base del fatto dato per acquisito che “tanto gli indultati sono tornati tutti in galera”. Io e Giovanni Torrente abbiamo condotto una ricerca su questo. Vuole sapere cosa abbiamo scoperto?

Sì.

Ebbene, tra coloro che hanno beneficiato dell’indulto hanno commesso nuovo reato il 33,60%. Che è una percentuale elevatissima. Ma noi abbiamo un parametro al quale comparare questa percentuale: la recidiva ordinaria, ossia quella di coloro che escono dal carcere senza beneficiare di nessuna misura d’indulto. In questo caso il dato è superiore al 68%. Si rende conto la percentuale del 33,60% – che è elevatissima – è pur sempre meno della metà della percentuale ordinaria.

Come si spiega questa mistificazione e demonizzazione?

Ala luce di un altro dato. Che mi pare non abbia bisogno di nessun commento. Nel 2005 lo spazio dedicato alle notizie di cronaca nera e alle cronache criminali su tutti i telegiornali nazionali era intorno all’11%. Nel 2006 e fino al 2007 salì a 23%. C’è bisogno di aggiungere altro?

 

 

Date queste premesse, come è possibile oggi fare accettare all’opinione pubblica l’amnistia?

Intanto dicendo che il provvedimento di amnistia non presenta i falsi pericoli che hanno accompagnato quelli dell’indulto. Nel senso che il provvedimento non agisce liberando persone che sono detenute ma agisce facendo diventare legale quel meccanismo di prescrizione extra legale che l’attività giudiziaria nella sua crescita abnorme produce quotidianamente. Oggi ci sono più o meno 500 prescrizioni al giorno. Sono del tutto irrazionali. Nel senso che per metà sono affidati al caso per metà sono affidati a meccanismi classisti. Si tratta dunque di intervenire con la ragione.

Perché l’Italia si è avvitata intorno a questo problema della pena?

Quello della pena nel nostro paese, diventando una tragica questione umanitaria, ha impedito che si pensasse a essa in maniera adeguata ai tempi: come una grande questione morale.  Perché una volta che tu hai assolto alla prima urgenza – impedire che un criminale faccia male a terzi – bisogna provare a riflettere cosa sia la pena in un sistema democratico. Si è arrivati invece al punto che per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica la pena è un sinonimo di vendetta, di rivalsa sociale, di livellamento delle disparità. Perfino un succedaneo della lotta politica.

 

Be Sociable, Share!
Puoi seguire gli aggiornamenti di questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Both comments and pings are currently closed.