Marine Le Pen, la normalizzatrice dell’ultradestra

gli Altri Online Pubblicato da
il 2 aprile 2012.
Pubblicato in Esteri.

Più che una figlia una reincarnazione, una versione 2.0 del truculento papà. Stessa ruvida retorica, stesso gusto per la bagarre, stessa chioma bionda, stessa voce increspata. Marine Le Pen, 43 anni, è la scheggia impazzita delle presidenziali francesi, la donna che sogna di rianimare i fantasmi del 2002: un candidato dell’estrema destra che approda al secondo turno facendo vibrare le fondamenta del patto repubblicano, l’implicito arco costituzionale da cui il suo partito è sempre stato escluso. Gli ultimi sondaggi a dire il vero non sembrano attribuirle molte chances. Sarkozy e il socialista Hollande per il momento sono avanti di sette otto punti e, a meno di clamorosi colpi di scena, dovrebbero essere proprio loro i due sfidanti al ballottaggio finale. Ma la leader frontista non ha mai creduto ai sondaggi, anzi i sondaggi le fanno anche un po’ schifo perché «manipolano l’opinione pubblica» e «servono gli interessi dei poteri forti».

Mancano ancora quattro intense settimane di campagna elettorale e la tragedia di Tolosa, l’uccisione di un uomo e tre bambini in una scuola ebraica compiuta da un francese di origine algerina poi abbattuto dalla polizia, è linfa vitale per il suo discorso islamofobico. Linfa inattesa: «C’è un pericolo fondamentalista nel Paese, decine di quartieri nelle nostre periferie sono in mano a loro, a questi fascisti verdi e Sarkozy con il suo lassismo è il primo colpevole», ha tuonato all’indomani della strage. Parole dure ma senza strafare; per sottrarre consensi all’odiato Sarko, che poi è l’obiettivo conclamato di Marine in queste elezioni ma ancor di più a lungo termine, bisogna lavorare di fino, sfumare il proprio profilo ideologico, darsi nuovi codici e nuovi strumenti. Parlare di “fascisti verdi” quando nel simbolo del tuo partito occhieggia ancora la fiammella tricolore presa in prestito dal fu Msi, dà la misura della transizione politico-culturale in corso nella formazione xenofoba e populista più grande d’Europa. Una transizione che viene da lontano.

Marine entra nella vita attiva del Fn nel 1985, anche se il battesimo di fuoco della politica è avvenuto molto prima, quando era una bambina di appena 8 anni. Difficile dimenticare un’esperienza del genere: la notte del 2 novembre 1976 venti chili di dinamite esplodono nell’androne di Villa Poirier, la residenza parigina dei Le Pen. I danni sono impressionanti; le scale condominiali e due appartamenti vengono praticamente distrutti, si evita la tragedia per puro miracolo. Alla fine ci saranno solo cinque feriti non gravi tra cui due bambini: «Mi sono resa conto di essere la figlia di un uomo che vogliono uccidere. Sono entrata in politica per la via più violenta e brutale». Poco importa che i responsabili non furono mai trovati e che magistrati scartarono la pista politica, concentrandosi su una poco chiara vicenda di eredità che Jean Marie aveva seguito come avvocato. Il processo di simbiosi con papà Jean Marie iniziò in quella notte di 35 anni fa. Alimentandosi di anno in anno in un intreccio morboso di vicende pubbliche e personali senza soluzione di continuità.

Un’altra tappa decisiva di questo connubio padre-figlia è stato l’improvviso abbandono del tetto coniugale della madre Pierrette, che nel 1986 si dileguò con il suo nuovo compagno per riapparire, qualche mese dopo, seminuda sulle pagine patinate e pruriginose di Playboy. Uno scandalo e un’umiliazione che hanno unito ancora di più le tre figlie femmine al proprio genitore: «Mia madre è una donna debole e si comportava più come una sorella maggiore. Papà invece si è sempre occupato di noi con amore e dedizione, non cesserò mai di esprimergli la mia ammirazione», racconta Marine nelle frequenti confessioni rilasciate alle riviste. Chi pensa al vecchio Le Pen come a un padre-padrone invadente e occhiuto si sbaglia di grosso. Se esiste un difetto, l’unico che il fondatore del Fn non ha mai avuto quello è il puritanesimo: «A casa siamo state sempre libere di fare quel che volevamo e di frequentare chi volevamo, papà odia profondamente la polizia dei costumi e l’ipocrisia morale». La stessa Marine d’altra parte ha divorziato due volte ed è oggi al suo terzo matrimonio.

Sarà una banalità ma il fatto che la mutazione sia affidata a una donna, anche se porta un cognome che fa tremare i portoni, sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa. Il Fn è storicamente un partito di uomini, o meglio un partito di maschi, monocratico ma soprattuto monosessuato. Dai reduci della guerra d’Algeria ai ragazzotti con la testa rasata dei servizi d’ordine apparsi nei primi anni 80, passando per i milieux più tradizionalisti della provincia cattolica e rurale fino al proletariato bianco delle banlieues dormitorio, la vita quotidiana del frontista, militante di base o dirigente nazionale, ha sempre trasudato virilità. La nostalgia per la Francia perduta di Pierre Poujade, il paracadutismo culturale, ma anche l’iconografia pacchiana del primo Front; il mito della Vandea controrivoluzionaria, la chioma di Jeanne D’Arc portata sui palchetti di provincia come una Madonna pellegrina, nella mente di Marine sono un elemento di contorno destinato in poco tempo a riempire il forziere dei ricordi. Gli ambiziosi colonnelli di Jean Marie invece non hanno mai visto di buon occhio l’ascesa di Marine. Troppo moderata e aperta su temi di società considerati dei tabù invalicabili. Su tutti la legge per l’interruzione di gravidanza che Marine invece sostiene fin dalle sue prime apparizioni pubbliche. Ma anche la condanna dell’omofobia (è favorevole ai Pacs, ma non ai matrimoni gay) e dell’antisemitismo, temi che non hanno mai suscitato grandi passioni dalle parti del Fn per usare un eufemismo. Nel paese europeo che registra il triste primato di atti compiuti contro la comunità ebraica, Marine ha tracciato una netta linea di demarcazione con il proprio passato, definendo il nazismo e la collaborazione della Francia di Vichy «un abominio» e rimpiangendo di non essere nata prima «per non aver dovuto combatterli di persona». Basta pensare al ghigno osceno di Le Pen senior che durante un comizio definì le camere a gas e i campi di concentramento del Reich «un dettaglio della Storia» per cogliere il senso cambiamento.

La modernizzazione è stata naturalmente contrastata dai vecchi rottami del partito nella furibonda lotta di successione al trono di Jean Marie, ma senza successo. «La sua linea diluisce la nostra identità e la nostra radicalità» denunciò il torbido Bruno Goldnisch, anima nera del partito e protagonista di uno scontro all’arma bianca con Marine dopo che Jean Marie si è ritirato dalla politica attiva. Uno scontro che Goldnish ha perduto miseramente: il congresso di Tours del 2011 l’ha incoronata con quasi il 70% dei voti, praticamente un plebiscito, sconfessando la linea identitaria e cripto-reazionaria dei colonnelli e consacrando definitivamente la giovane leader. Da allora le redini del Fn sono saldamente nelle mani di Marine e la sua candidatura all’Eliseo rappresenta solo la prima tappa della lunga marcia verso lo sdoganamento repubblicano, verso quella normalità da sempre negata alla destra radicale francese, brutta, sporca e cattiva e percepita come una specie di virus nel corpo sano della République. Se la presidente del Fn non riuscirà ad approdare al secondo turno è certo che il 6 maggio tiferà contro Sarkozy, sperando nell’implosione politica dell’Ump per poi raccogliere consensi fra le macerie del sarkozismo infranto. Le elezioni legislative si terranno a giugno, appena un mese dopo la giostra presidenziale e in quell’occasione la figlia prediletta di Jean Marie Le Pen potrebbe vincere la sua prima battaglia nella sfida per l’egemonia che ha lanciato alla destra franc

Be Sociable, Share!
Puoi seguire gli aggiornamenti di questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Both comments and pings are currently closed.