La sinistra? Impari a criticare il capitalismo dimenticando Marx

Piero Sansonetti Pubblicato da
il 1 aprile 2012.
Pubblicato in Cultura, gli Altri.

La difficoltà sempre più grande nella quale si trova la sinistra non dipende dal destino cinico e baro. E  nemmeno dalla manifesta inferiorità dei suoi gruppi dirigenti rispetto a quelli di una volta. Francamente io non credo che i D’Alema, i Bertinotti, i Veltroni, i Vendola (e persino i Fassino, i Bersani e gli altri) siano così diversi dai Berlinguer, gli Ingrao, gli Amendola. Né sul piano intellettuale né su quello morale. La differenza tra la sinistra di 25 anni fa e quella di oggi sta tutta in un quisquilia che noi spesso dimentichiamo: la fine del comunismo. La storia della sinistra, in tutto il mondo, dal 1917 in poi è stata una variante della storia del comunismo e ha trovato tutta la sua forza, le sue idee e tutti i suoi grandissimi limiti nelle idee e nella realtà del comunismo. Si poteva ragionevolmente pensare che la sinistra non uscisse devastata dalla fine rovinosa di quell’esperienza? Si può dare la colpa del suo attuale disperato travaglio semplicemente all’imperizia, o alla debolezza intellettuale o all’assenza di spina dorsale dei suoi dirigenti?

Sarebbe utile riuscire ad affrontare la crisi della sinistra – della stessa parola: sinistra -  con laicità. Senza retorica, senza complessi, e senza apocalittiche sicurezze etiche. Oltretutto considerando il fatto che la parola “sinistra”, finché è esistito il comunismo, era pochissimo usata, scarsamente utile, ed era essenzialmente un “complemento” (c’erano i comunisti di sinistra, i socialisti di sinistra, la cristiani di sinistra) e solo molto di recente è diventata un sostantivo e dunque ha assunto su di se il compito tremendo di “essere soggetto” e non più semplice arricchimento di un soggetto.

 

Di fronte alla scomparsa improvvisa del comunismo, la sinistra si è divisa in tre tronconi. Una parte, sempre più minoritaria (e oggi quasi maniacale) ha finto che la caduta del comunismo fosse un’invenzione dei “capitalisti”, e che quindi si potesse continuare tranquillamente a fare politica immaginando che il comunismo fosse ancora vivo vegeto e operante. Questa tendenza, per capirci, ha prodotto Oliviero Diliberto.

Una seconda tendenza – con un procedimento intellettualmente simile a quello compiuto dai comunisti eterni – ha stabilito che in assenza di comunismo era meglio rifugiarsi nel capitalismo. E più precisamente che, dovendo rinunciare al marxismo, era bene abbracciare i principi essenziali del liberismo, e tentare di trovare uno spazio di sinistra dentro i meccanismi del mercato. Questa tendenza, che avendo il pregio del realismo ha raccolto molti più sostenitori di quella vetero-comunista, ha prodotto, nella sua massima espressione, Giorgio Napolitano.

Poi c’è il terzo troncone di sinistra, molto grande, credo, che non è comunista, non gradisce la dittatura del mercato, ma è “momentaneamente” privo di strategie, di idee strutturate, di progetti per l’avvenire. Perché? Esattamente per la ragione che dicevamo all’inizio: è difficilissimo ricostruire una tendenza politica che aspiri a prefigurare una alternativa al capitalismo puro, dovendo rinunciare – per dirlo con un nome e un cognome – a Carlo Marx.

E’ giusto rinunciare a Carlo Marx? Oppure, come si dice spesso, bisogna salvare Marx e distinguere il suo pensiero dalla storia del comunismo, e dunque ricercare lì – nel Capitale, nell’ Ideologia tedesca, nella Critica al programma di Gotha – i pilastri di una nuova sinistra moderna e liberale?

Penso che sia giusto rinunciare a Marx. Per due ragioni. La prima è che sarebbe troppo ingenuo sostenere che nel marxismo non ci fossero le premesse del fallimento del comunismo, della sua illiberalità, della sua pulsione totalitaria. La seconda è che la sinistra, per rinascere, ha bisogno di un nuovo sistema di idee, cioè – per dire una parolaccia – di una nuova ideologia, e non si può costruire una nuova ideologia se non si abbatte il moloc della vecchia, formidabile, invadente, monumentale ideologia marxista.

Esiste la possibilità di esercitare al di fuori del marxismo una vera critica al capitalismo? Se non esiste, chiudiamo bottega. Altrimenti è arrivato il momento di misurarci con questa altezza dei problemi. La sfida che ci ha lanciato il governo Monti è esattamente questa. Monti ci dice: «La destra ha in me una sua espressione completa, coerente, idealmente e concretamente praticabile. Decidetevi se volete stare anche voi dentro questa opzione, e allora rinunciare a qualunque aspirazione a criticare il mercato e i sistemi gerarchici che prevede, oppure se volete stare fuori, e allora provatevi a mettere insieme una forza che possa controbilanciare la mia  discreta potenza».

Come si risponde a Monti? Qualcuna delle forze politiche attualmente esistenti ha la forza per rappresentare da sola una soluzione? Cioè per mettere in moto il famoso big bang che faccia sorgere una nuovo schieramento? Non mi pare, francamente. O si mettono insieme forze diverse, non solo di sinistra, che siano in grado di raccogliere la sfida di Monti, e quindi ri-avviare la ricostruzione di un pensiero – diciamo così – di sinistra,  oppure la partita è perduta per almeno mezzo secolo. In fondo il compito della sinistra moderna, oggi, è proprio questo: dimostrare che la parola sinistra ha ancora un senso, inventare un nuovo linguaggio che ci permetta di discutere e di costruire idee, connessioni, soluzioni, programmi. E’ l’ultima occasione quella che abbiamo davanti. E, nonostante tutto, non è difficilissima da cogliere.

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Sullo stesso tema leggi anche:

Sul Manifesto appello per una nuova sinistra. Buona l’idea, ma attenti ai capipopolo di Peppino Caldarola

Beni comuni e più politica, la sinistra ha bisogno di un nuovo soggetto di Gennaro Migliore

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5 Responses to La sinistra? Impari a criticare il capitalismo dimenticando Marx

  1. Sam Moser

    4 aprile 2012 at 00:17

    Caro Sansonetti : non so se tu potresti sopportare lo schifo della politica ma senza dubbio, ammesso e non concesso che ne abbia la voglia, saresti un ottimo leader di una vera e nuova sinistra facendo fede a cio’ che esprimi sul tuo giornale.

    Mi interessa molto questo articolo: il guaio della sinistra e’ che si chiama ancora “comunista”? si ispira agli esempi del “socialismo reale” dell’ex Unione Sovietica? Al Leninismo? Allo Stalinismo ( sic!). Cos’e’ oggi questa sinistra? Bandiere rosse e falci e martello che portano memorie tristi di dittature ed esagerazioni anti-democratiche e anti-popolo ? Prima la sinistra deve fare un’autocritica, o meglio, deve implodere, esplodere e scomparire cosi’ come si e’ “agglomerata” e deve rinascere con uno spirito nuovo fatto dalla gente e per la gente in uno spirito vero di “fratellanza”, “uguaglianza” e di “diritto” e “democrazia” nel rispetto sacrosanto dell’individuo e delle sue liberta’ fondamentali. La “collettivita” ha un senso se insieme di individui che sono appunto elementi costitutivi e creativi di un’unione ancora piu’ forte delle singole unita’… solo cosi’, lasciando perdere ormai tutte ‘ste ideologie ormai morte e sepolte, tutti i romanticismi ormai fuori luogo e soprattutto la nostalgia, che si puo’ rifondare un movimento di “lotta” e di “governo” basato non su dogmi di Marx o dei suoi interpreti ma bensi’ di gente che come lui pensava al futuro e non al passato. Ecco, forse l’esempio calzante e’ che come lui altri pensavano ad un futuro migliore e proponevano…qui non ci sono ne’ proposte ne’ soluzioni ma solo appiattimento e una deliberata manovra per stringere sempre di piu’ la bocca e le mani alla vera democrazia che non e’ ne’ quella del PCUS ne’ del PCI ne’ tantomeno del PD ( lasciamo pure stare i vari PDL, Sel, IDV, UDC, & Co. ). Lotta perche’ bisogna lottare per i diritti comuni a tutti: liberta’, dignita’, uguaglianza nel trattamento – non eliminazione della meritocrazia ma l’abbattimento psicologico-sociale delle classi che si stanno ricostruendo ( inlcusi i lavoratori pubblici che sono diventati un’altra casta – e parita’ tra uomo, donna , gay , non gay, bianchi, verdi, rossi e azzurri, etc. etc. ). Di governo : perche’ e’ necessario abbattare questa porcata di aristocrazia e oligarchia che tiene in pugno con l’aiuto della sinistra, vigliacca e utilitarista da Soviet, un paese intero.

  2. Alessio

    2 aprile 2012 at 16:37

    Jacques Derrida amava ripetere che lo spettro che si aggirava per l’Europa nient’altro fosse che quell’insieme di idee, aspirazioni, impulsi verso un mondo più giusto che ha sempre innervato, e generato, i movimenti che nella storia hanno lottato per il riscatto degli oppressi e degli sfruttati. Per oltre un secolo questo spettro ha trovato una casa, un linguaggio, un’incarnazione nell’ideologia marxista (a sua volta espressione di quei sentimenti). Oggi quello spettro è fuggito da quella casa (i cui muri sono crollati insieme a quello di Berlino) ma continua ad aggirarsi per l’Europa e per il mondo. La dogmatica marxista non lo contiene più, anzi ormai lo soffoca (forse lo ha sempre soffocato). Non credo però ci sia bisogno di nessun parricidio: Marx stesso suggerì di interpretare il suo pensiero non come un monolite dogmatico, ma come una cassetta degli attrezzi da cui ogni volta si sarebbe potuto attingere, anche solo per utilizzare un singolo aspetto delle sue analisi. In questo senso sono convinto che Marx, insieme a tanti altri pensatori, possa essere ancora molto utile a dare voce e forza a quello spettro. Altro che dimenticarselo… Si tratta di andare oltre marxismo non di dimenticare il vecchio Karl (che ha ancora molto da dire e da dare, soprattutto quando mette in guardia dal pericolo delle interpretazioni dogmatiche delle sue analisi). Non condivido dunque integralmente l’articolo di Sansonetti (anzi certi passaggi mi risultano particolarmente indigesti), ma sicuramente è a questo livello che bisogna (ri)cominciare a discutere. Non solo quello spettro continua ad aggirarsi per l’Europa, ma scalpita e ha un disperato bisogno di incarnazioni che gli consentano di incidere davvero su una realtà sempre più drammatica.

  3. Tepozzino

    1 aprile 2012 at 21:26

    Io ripartirei dalla lettura di Keynes. In particolare dalla Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Utili specialmente il capitolo XII (su come funziona il mercato finanziario) ed il I sul laissez faire. Se tanti economisti marxisti l’avvessero letto e capito non avrebbero abdicato ai neoliberisti agli inizi degli anni ottanta. Ma purtroppo la sinistra italiana va sempre troppo oltre.

  4. militante

    1 aprile 2012 at 17:48

    continua questa affascinante quanto superficiale teoria secondo la quale per far nascere il “nuovo” bisognerebbe uccidere il “vecchio”.
    Per il momento l’ unico frutto che ha prodotto questa mirabolamente impresa è una totale subalternità al capitalismo.
    E se il comunismo non fosse morto? E chi è Sansonetti per dirlo? E se quelli che lui addita per “identari” fossero un passo più avanti di lui, invece che un secolo indietro come sostiene il Nostro?

  5. riccardo

    1 aprile 2012 at 16:46

    Apprezzo l’analisi e concordo…quasi in toto.
    A costo di mostrarmi ingenuo, continuo a pensare che Marx possieda non solo una sua grandezza (sul piano dello studio questo è innegabile e innegato anche dai suoi “avversari”)ma anche una sua attualità.
    Non penso che ci sia da sbarazzarsi tanto di lui, quanto piuttosto del leninismo (in termini teorici) e dello stalinismo (in termini pratici)…con buona pace di Diliberto che (concordo con Sansonetti) non mi ha mai convinto.
    Al di là, comunque delle puntualizzazioni – che possono divenire trappole mortali, e di questo mi scuso – sono assolutamente d’accordo sul fatto che sia urgente trovare una strategia nuova, soprattutto interpretativa.
    Il conflitto di classe esiste ancora – eccome! – ma le classi che si confrontano sono cambiate.
    Da una parte i produttori di beni e di servizi, cioè “quelli che lavorano”, dall’altra gli speculatori, i politicastri, i banchieri e così via, cioè “quelli che non producono ricchezza, rapinando quella altrui”. Sarà anche una semplificazione, ma è la realtà: lo dico da responsabile di una cooperativa sociale (vera), di tipo “B” (reinserimento lavorativo), quindi da persona…informata sui fatti.
    Noi, semplicemente, non possiamo più permetterci il modello di sviluppo capitalista, basato sullo sfruttamento assoluto delle risorse, naturali e umane, e portatore di un modello sociale darwiniano che lega male con i duemilacinquecento anni di civiltà che abbiamo alle spalle.
    Ora si tratta di UNIRE GLI SCONTENTI, GLI SFRUTTATI e , ahimé, anche i disperati, in un unico grande fronte di opposizione, capace già di pensare in termini di governo della cosa pubblica, su basi non capitaliste e non materialiste (altra parte del problema, e lo dico da laico, si badi bene).
    Salute a tutti.