Due agili libri, ”La lotta di classe dopo la lotta di classe” di Luciano Gallino e “Elogio della radicalità” di Piero Bevilacqua e un Manifesto, sottoscritto dagli stessi Gallino e Bevilacqua oltre che da Stefano Rodotà, da Marco Revelli, da Guido Viale e da altri intellettuali, segnano il ritorno in campo di una nuova sinistra.
E’ il Quarto Polo? E’ presto per dirlo visto che il Quarto Polo politicamente poggia sulle gambe di De Magistris, Vendola e Emiliano e in questo momento deve fare i conti con le difficoltà del sindaco di Bari. Culturalmente è sicuramente la più compatta contestazione sia del neo-liberismo sia della cultura riformista della sinistra tradizionale. L’impianto del documento rappresenta la più documentata contestazione dei fasti della globalizzazione e della politica. Quest’ultima viene rappresentata come nel Settecento inglese come “Old Corruption”. L’economia dei paesi industrializzati come vittima della devastazione delle ricette neo-liberiste che hanno creato un più vasto esercito di poveri e di senza potere. La democrazia come prigioniera di una logica della rappresentanza autoreferenziale. I nuovi radicali propongono un’economia che faccia perno sulla difesa dei beni comuni e sulla critica dell’egemonia del libero mercato. Evocano una democrazia più vincolata alle regole della democrazia diretta. Un sistema politico liberato dal predominio dei vecchi partiti. E’ resto per dire quanto successo potrà avere questa proposta. Non c’è dubbio che siamo di fronte a un messaggio culturale prima ancora che politico che cerca di raccogliere l’universo mondo che da Seattle in poi ha fatto della critica della globalizzazione e della contestazione ai dogmi del liberismo la sua religione laica.
Il Manifesto vuol dare basi solide a un progetto politico che ambisce a rappresentare quel mondo che dai girotondi in poi ha cercato di impostare una critica al modello berlusconiano spostando l’asse del dibattito dai temi dei diritti alla questione sociale. Il capo di imputazione maggiore è rivolto verso le classi dirigenti occidentali che sono state pervase dalla cultura neo-liberista sia nella versione neo-conservatrice sia nella versione blairiana e si concentra soprattutto nella messa in discussione delle modalità con cui i maggiori partiti della sinistra hanno interpretato il loro ruolo.
Molte critiche si possono fare a questo impianto a cominciare dalla tentazione di rappresentare come finale l’attuale crisi del capitalismo. Tuttavia ci troviamo di fronte al primo documento che cerca di interpretare le contraddizioni del mondo moderno e di offrire una via d’uscita di sinistra. C’è uno spazio politico per una forza che abbia questi contenuti? Probabilmente sì. Probabilmente c’è un territorio che la sinistra riformista ha abbandonato quando ha rinunciato a elaborare le sue proposte sulla base dell’impianto critico delle vecchie socialdemocrazie. Il Manifesto si rivolge alla nuova sinistra ma rischia di chiamare a raccolta soprattutto i nuovi capipopolo il cui ruolo lo stesso impianto partecipativo del documento dovrebbe mettere in discussione. In ogni caso siamo di fronte ad una sfida culturale di grande spessore che spinge alla riflessione anche chi, come me, si muove su orizzonti diversi.
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Paolo del Guercio
29 marzo 2012 at 23:27
L’ARROGANZA E LA PRESUNZIONE DEL GOVERNO MONTI E LE PROSSIME ELEZIONI LEGISLATIVE
“Se il Paese non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavoro, il governo potrebbe non restare.” Mario Monti, eletto Primo Ministro nel mese di novembre 2011 per la forzatura del Presidente della Repubblica Napolitano e contro il parere dei partiti della maggioranza che più tardi saranno costretti, ad eccezione della Lega, a votargli la fiducia, continua con le sue dichiarazioni arroganti e presuntuose. A lui fa eco la tracotanza di Elsa Fornero che minaccia di andarsene a casa se la sua riforma del lavoro non è accettata dai partiti. In sostanza, minacciano una crisi di governo e nuove elezioni che la maggior parte dei partiti vorrebbe in questo momento evitare.
I questi ultimi mesi, dodici leggi del governo Napolitano-Monti sono state approvate con il voto di fiducia, con grave disprezzo per la democrazia e per il compito del parlamento che è quello di discutere le leggi proposte dal governo con il potere di modificarle prima della loro approvazione. Continua il comportamento antidemocratico del governo Monti (usato anche dal governo Berlusconi) di forzare il volere del parlamento. “O accettate senza dibattere quello che io voglio, o è crisi di governo!”
Il governo, formato in gran parte da esponenti della finanza, sembra più interessato a quello che è chiamato “il mercato internazionale”, che agli interessi degli italiani che giornalmente frequentano il mercato del loro quartiere. Il governo Monti è anche un governo di professori, nel significato più retrivo e retrogrado di questo termine, cioè professori che credono nel loro irrefutabile sapere, nella loro indubbia verità, rifiutando lo scambio con gli studenti che è la vera base di ogni insegnamento.
Ma l’arroganza di Monti, Fornero, Passera, Polillo e compagnia, può nascondere un progetto politico di più ampia portata.
Angela Merkel, nel nome di una Europa delle banche e delle grandi holding internazionali, di una Europa governata dal Fondo Monetario Internazionale e pilotata dagli Organismi di Valutazione Economica, teme più di ogni altra cosa nei paesi europei l’avvento al potere di partiti di sinistra o centro-sinistra che potrebbero contrastare anche in parte i suoi voleri. Già in Grecia e in Spagna è riuscita a far eleggere un governo di destra, ma resta il pericolo della Francia e dell’Italia. Per quello che riguarda la Francia, la Merkel sostiene apertamente la riconferma di Sarcozy di fronte al candidato Hollande.
In Italia, la situazione è più complessa. Il Partito Democratico è attualmente il primo partito italiano nelle intenzioni di voto e il chiaro vincitore di possibili elezioni. L’unico modo per indebolirlo è fargli perdere quella base operaia che ha sempre fatto la sua forza, così come le simpatie delle classi meno fortunate.
L’appoggio al governo Monti (un governo decisamente di destra per la sua politica, anche se si proclama tecnico e al di sopra delle parti), e il voto favorevole alla riforma delle pensioni e all’aumento delle tasse indirette, hanno già notevolmente attenuato le simpatie per il PD delle classi meno abbienti. L’assenza del PD alla manifestazione nazionale della FIOM, prima con la scusa della presenza di una delegazione noTAV, poi per il fatto che la manifestazione era contro la politica del governo e che il PD sostiene il governo Monti, ha decisamente innervosito i metalmeccanici e non solo loro.
Ora Monti vorrebbe obbligare il PD con la minaccia delle dimissioni, a votare una riforma del mercato del lavoro contrastata dalla CGT, FIOM e altri sindacati, perché limita il diritto del lavoro italiano acquisito a caro prezzo negli ultimi decenni.
Monti e Fornero non hanno minimamente aiutato i sindacati e i partiti di centro-sinistra a trovare un accordo, anche su problemi secondari come la riforma dell’’articolo 18 del Codice dei Lavoratori approvata nel 1970, articolo che è diventato per i lavoratori un vero tabu.
A proposito di questo articolo, i sindacati non hanno richiesto molto, solo la possibilità di reintegro su decisione del giudice in caso di licenziamento individuale per motivi economici non motivati. Un possibile reintegro non serve, come pretendono alcuni, a rilanciare l’economia e a ridurre il numero dei disoccupati, e non ostacola, come è stato detto, gli investimenti stranieri. Quello che temono gli investitori stranieri è la corruzione dilagante e il controllo della malavita organizzata sull’economia italiana, argomenti che non sembrano interessare molto il governo Monti.
Ma forzare il PD ad accettare la modifica del Codice del Lavoro per evitare una crisi, serve a creare un dissenso tra sindacati, specie CGL e FIOM, e il PD, con la risultato di indebolirlo in vista delle elezioni del 2013.
Monti, in questo caso, si mostra chiaramente un alleato del partito di Berlusconi, persino con la ventilata possibilità di esserne il candidato al posto di Primo Ministro nelle prossime elezioni politiche.
Berlusconi è entrato in politica alla caduta di Craxi per difendere i suoi interessi personali e non finire in prigione per il resto della sua vita. Dopo le sue dimissioni, ha nominato Alfano segretario del suo partito, ma non sembra convinto che Alfano abbia il carisma per condurre il Popolo della Libertà alla vittoria nelle prossime elezioni. Ha bisogno di un uomo forte, prestigioso e influente, capace di raccogliere i voti del centro e della destra.
La non condanna di Berlusconi e di Dell’Utri, l’assenza di ogni progetto legislativo che possa efficacemente combattere la corruzione e la malavita organizzata di cui il cavaliere si è sempre avvantaggiato, la mancanza di ogni progetto di legge (per esempio una tassa sul patrimonio) destinata a far pagare all’impero finanziario di Berlusconi, l’uomo più ricco d’Italia, una parte del prezzo della crisi (nel 2011 Berlusconi ha aumentato i suoi benefici del 15%), l’assenza di ogni desiderio di intaccare i monopoli di cui gode il cavaliere nell’economia italiana, l’atteggiamento di Monti volto a indebolire il PD diretto avversario del PdL, possono convincere Berlusconi che Monti possa essere la persona giusta. O perché no, anche Passera. D’altronde, Passera non ha escluso un suo possibile ingresso in politica. “Dopo aver fondato e finanziato “Forza Italia”, il cavaliere progetta ora di fondare e finanziare “Forza Passera”, diceva una recente vignetta.
In conclusione, Pier Luigi Bersani, per evitare delle elezioni anticipate in cui risulterebbe vincitore, sembra lavorare per riportare al potere il partito di Silvio berlusconi.