Perché ha vinto
il femminismo moralista

Angela Azzaro Pubblicato da
il 11 marzo 2012.
Pubblicato in Cultura, Diritti, Donne, gli Altri.

L’ennesimo otto marzo, è stato detto, schiacciato da una eccessiva istituzionalizzazione. Invece mai come quest’anno potrebbe tornare utile per fare un bilancio di quello che è stato il movimento delle donne degli ultimi due anni. La maggior parte della popolazione di sinistra dirà che questo bilancio è positivo: è infatti grazie alle donne che sono scese in piazza che Berlusconi ha ricevuto la spallata decisiva.

Leggendo il libro di Valeria Ottonelli, “La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista” (Il Melangolo, pp. 125, euro 12) si capisce invece che il bilancio può risultare molto negativo. Gli ultimi due anni hanno visto un forte protagonismo femminile per chiedere e ottenere non la libertà delle donne, ma la sua messa sotto sequestro. Una contraddizione che il libro ci aiuta a capire a partire dal ruolo centrale del movimento “Se non ora quando”, che ha avuto tra gli input iniziali l’appello di Concita De Gregorio, allora direttora dell’Unità, rivolto alle madri, figlie, sorelle… Il femminismo moralista ha la pretesa di dire ciò che è giusto, ciò che è vero, ciò che bisogna fare per essere delle donne liberate, emancipate, che decidono da sé. Se non si rispettano questi canoni, si è subalterne, offensive rispetto alle proprie simili, soggette a un giudizio inappellabile. È quello che è accaduto con le cosiddette olgettine per arrivare al recente caso di Belen, rea di aver mostrato la farfallina.

Nel libro di Ottonelli, Belen non c’è per motivi di tempo. C’è invece tutta la disamina di quello che è stato in questi mesi il discorso sul corpo delle donne, a partire dal documentario e dal libro di Lorella Zanardo. Un discorso che ribadisce il punto di vista di un femminismo censorio, che confonde la libertà con l’imposizione di un modello che si presume essere il migliore, perfetto, l’unico in grado di garantire di far parte di quella parte giusta e sana della società. Ottonelli non teme di parlare di razzismo, ma soprattutto non teme nel dire come questo punto di vista si appelli a «un orizzonte simbolico e valoriale» conservatore, «rivisitazione in chiave laica di vecchi miti familisti, religiosi e tradizionalisti».

L’attuale movimento femminista non si può certo ridurre a questa descrizione. In questi anni hanno continuato a vivere e produrre pensiero molti femminismi, tra cui sempre più interessanti quelli che provengono dal decennio dei Settanta. Bisogna però ammettere che in questi mesi non hanno vinto i femminismi che, pur con proposte e analisi diverse, spesso addirittura contrastanti, chiedevano e chiedono un cambiamento radicale della società e quindi del rapporto uomo-donna. Non ha vinto il discorso sulla libertà fuori dagli stereotipi. Ha vinto, per quanto sia doloroso ammetterlo, il femminismo moralista di cui parla Ottonelli.

È quindi importante capire come sia potuto avvenire e cosa questa vittoria comporti. Si potrebbero porre molte questioni. Mi soffermo intanto su tre che mi premono di più.

La prima. Leggendo il libro di Ottonelli, il pensiero che ho avuto è stato di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato. In tante non condividevamo i toni di “Se non ora quando”, la contrapposizione tra donne perbene e donne permale, eppure è mancata la forza di contrastare davvero quella posizione. Ci siamo dette che siamo riuscite a correggere il tiro, che grazie a noi la manifestazione del 13 febbraio 2011 aveva modificato impostazione. Ma davanti all’attacco nei confronti di Belen, trattata da minus habens perché non rispetta l’idea di dignità prestabilita, come pensare di aver inciso davvero? È evidente che l’idea che ha vinto non è quella della libertà delle donne, ma di quella libertà, una libertà che, come vedremo, è funzionale. Bastava Berlusconi per farci aderire a quella manifestazione? Basta ancora oggi il richiamo alla sobrietà per non contrastare apertamente una posizione che si sta sempre più affermando come reazionaria? Il consenso che “Se non ora quando” ha avuto nella società non può bastare a nascondere le responsabilità di chi la pensa diversamente e non prende una posizione pubblica più decisa, né possono bastare le buone motivazioni di tante che hanno aderito ma con altre priorità.

La seconda questione che mi piacerebbe discutere, partendo da libro di Ottonelli, è che cosa intendiamo appunto per libertà. Il punto cruciale è se la messa in discussione dei modelli costruiti dalla società patriarcale vadano superati imponendone dei nuovi, oppure moltiplicando i ruoli e le possibilità di scegliere. Non significa rinunciare alla critica dei rapporti di potere e di come questi agiscano nella costruzione di identità, ma di capire se questa critica possa sfociare in un ideale di perfezione. Il discorso come sempre cade sul corpo. Anzi, dire corpo non è esatto. Stiamo parlando di sesso e dell’uso del nudo. E’ qui che si accanisce il discorso. La stessa cosa non viene fatta nei confronti per esempio della costruzione dei ruoli come quello di madre, figlia, sorella, eppure anche qui il corpo conta. La televisione è zeppa di questi modelli imposti. Nessuna o poche protestano. Mentre contro Belen si scatena il putiferio per avere mostrato una parte intima del proprio corpo, e averlo fatto consapevolmente.

Terza questione, la più scottante. L’impressione è che questi discorsi tendano a riportarci indietro. Come dice Ottonelli essi rappresentano il ritorno a un sistema valoriale tradizionalista e familista. La donna, anche quella che lavora, è sempre descritta e nobilitata dentro il sistema-famiglia, quello stesso sistema che in realtà il femminismo ha sempre cercato di contrastare. Mentre le donne vengono cacciate dai luoghi di lavoro, i valori per cui dovremmo batterci sono la dignità in quanto sobrietà e morigeratezza. Sarò un’inguaribile nostalgica, ma libertà non può avere sinonimi né controllori, ancor più se dello stesso sesso delle controllate.

Su violenza sulle donne Leggi articolo contro chi la chiama dramma della gelosia

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