Sulla scena teatrale, ci sono inequivocabili segnali di un terremoto. E’ l’eco di quello che avviene fuori dalla scena, in questo fragile, azzoppato, esasperante Paese dove si è allargata la fascia di chi ha perso tutto e non sa più come vivere. Uno di quei segnali della “scossa” è il ritorno alla drammaturgia in senso più classico. Non che gli autori di teatro non abbiano continuato imperterriti, soli, arrabbiati, a scrivere drammi e commedie, ma l’attenzione di chi contava era diretto o verso la narrazione o verso linguaggi più mischiati, debitori di altre arti. L’imperativo della contaminazione estetica ci ha reso miopi, portandoci a scambiare qualsiasi sperimentazione per avanguardia e qualsiasi testo scritto in una forma più tradizionale per ferro vecchio. Ora le cose stanno cambiando. Perché l’Italia è allo stremo. Come se fosse stata in guerra. Come se, dopo anni di simulazione, stessimo di nuovo facendo esperienza della privazione su corpo. E’ da queste condizioni estreme che rinasce il teatro come specchio rappresentativo (e non più elusivo) della realtà. Una commedia come quella di Pierpaolo Palladino, L’albergo rosso, scritta per Ninetto Davoli (nel ruolo del capofamiglia) e Gabriella Silvestri (la madre) e per un cast di giovani notevolissimi (Fabrizio Giannini, Valentina Marziali, Francesca Romana Di Santo e Roberto Capitani), per la regia di Federico Vigorito, segna allora una soglia importante. E’ il 1936. Una famiglia di artigiani viene sfollata (assieme a decine di altre famiglie) dal centro, perché per far nascere via della Conciliazione bisogna demolire Spina del Borgo. Il primo tempo presenta personaggi ancora speranzosi un attimo prima della caduta. Nel secondo tempo siamo a Garbatella, dentro l’albergo provvisorio fatto costruire per gli sfollati. Ogni famiglia in una stanza di ferro (bellissima scenografia “castriana” di Alessia Sambrin) con un unico bagno per piano. Se non si pagano 34 lire al mese, si precipita nelle cantine, uomini e donne separati. Per risalire alla luce, il figlio ruberà ad un povero, un extracomunitario di oggi. Il maturo testo di Palladino mostra l’alleanza tra fascismo e vaticano, in una drammaturgia di piccole cose e relazioni credibili. Il pubblico ride e partecipa, con una leggera inquietudine. Perché l’ombra di un albergo provvisorio è dietro tutti noi, nell’Italia del terzo millennio che ci ha sfollato con metodi più sofisticati, senza esibire per strada camicie nere e toghe cardinalizie. (Per la tournèe, )
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