Quella volta che Virgilio
mi portò troppo in alto

Darwin Pastorin Pubblicato da
il 6 marzo 2012.
Pubblicato in CALCIO di Pastorin, Rubriche.
Da anni, ormai, mi dedico al rapporto, sempre più fitto, sempre più intrigante, tra calcio e letteratura. Il pallone accompagna, da sempre, la mia vita: giocavo al football da bambino a San Paolo del Brasile, feci parte del Pertusa, del Bacigalupo e della Rappresentativa del V° Liceo Scientifico (centravanti), effettuai un provino alla Juventus (al mitico campo Combi: una rete, di ginocchio su corner, ma presero il figlio di Sidney Cunha Cinesinho). Per due anni ho arbitrato le partite, su un campo da 5, di mio figlio e dei suoi compagni delle elementari, ancora adesso tiro qualche calcio, nel vano tentativo di mantenermi in forma. Tifoso di due società: il Palmeiras e la Juventus. Ho fatto il giornalista sportivo per stagioni e stagioni, inviato speciale in ogni anfratto, il mio primo mondiale da cronista fu quello dell’82 in Spagna, con la vittoria della nazionale di Enzo Bearzot, il Vecio.
Oggi mi occupo di televisione, cercando sempre di mettere insieme il tiro al volo e i versi folgoranti. Gigi Riva ed Eugenio Montale, Petruzzu Anastasi e Umberto Saba. Leggere è stata ed è l’altra mia infinita passione. Trascorro molte notti perdendomi nella trama di un romanzo. Mi succedeva così fin da ragazzino, preso in felice ostaggio da Emilio Salgari e Mark Twain, da Raymond Radiguet e Gianni Rodari. Durante gli anni liceali la lettura diventò “matta e disperatissima”. Qualcuno citava Cesare Pavese? Bene: mi mettevo a leggere tutta l’opera dell’autore di Santo Stefano Belbo. Scoprivo la “beat generation” e, cominciando la pratica di narratore, mi illuminò la prosa asciutta di Ernest Hemingway, con quei dialoghi magistrali, ficcanti, scheggianti. Poi: l’amicizia con Giovanni Arpino, Osvaldo Soriano, Mario Soldati, Eduardo Galeano fino ad arrivare ad Antonio Tabucchi, Sandro Veronesi, Giuseppe Culicchia, Alessandro Perissinotto. Spendo soprattutto in libri. Ed è il mio vanto. Quando sono triste mi basta recuperare John Fante, Alvaro Mutis e Guido Gozzano (le indimenticabili lezioni universitarie di Stefano Jacomuzzi!) per ritornare sereno.
Leggevo e leggo in ogni dove. Per strada, rischiando di andare a sbattere contro i lampioni, sulle panchine, in attesa di un treno o di un aereo, durante una sosta all’autogrill, su un prato, sugli spalti di uno stadio. Un giorno, averò avuto sedici anni, prendo l’ascensore, assorbito dalle pagine dell’Eneide. Invece di schiacciare il quarto piano, premo il quinto. Convinto di essere arrivato davanti alla porta di casa dei miei genitori, sempre a capo chino sul capolavoro di Virgilio e avvolto dalla pietas di Enea, suono il campanello. Mi aprono, entro, sempre ghermito da quelle avventure, finché una voce mi chiede: «Darwin, cerchi qualcosa?». È  la signora Saveria Antiochia (il figlio poliziotto, Roberto, verrà assassinato, con il commissario Ninni Cassarà, in un agguato di mafia a Palermo il 6 agosto 1985). La signora del quinto piano! Balbetto: «È… che… insomma… cioè… mi sono sbagliato». E torno, a piedi, di sotto. Il libro, stavolta, chiuso.
Ultime letture: La ragazza che vendicò Che Guevara, Storia di Monika Ertl (Guanda) di Jurgen Schreiber e La sorella di Freud (Guanda) di Goce Smilevski. E La custode di libri, traduzione di Giusi Barbiani, (Einaudi) di Sophie Divry, francese (di Lione), al suo esordio letterario. Un autentico gioiello, di nemmeno 70 pagine. Una bibliotecaria di provincia, che si occupa dei libri di geografia, scopre un ragazzo che ha trascorso la notte nel seminterrato della biblioteca. Qui comincia un monologo ironico, divertente, “colto” sul piacere di stare con i libri e tra i libri: «Sa, nel mio mestiere la cosa più esaltante e valorizzante è stimare il tipo di persona che si ha di fronte, scoprirne le aspettative, trovare sugli scaffali il libro che risponde alla sua richiesta e permettere che si incontrino. I due insieme, il libro e il lettore, al momento giusto nella vita di ognuno, possono fare scintille, produrre un fuoco, un incendio, sono cose che cambiano l’esistenza. Dico davvero». E non perdetevi i passaggi su Guy de Maupassant (e l’uso della parola “torpore”) e Honoré de Balzac, su Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Sophie Divry lascerà il segno, vedrete, nella letteratura. Ha talento, stile, intuizione, sa come maneggiare gli aggettivi. E alle ragazze e ai ragazzi dico: andate in biblioteca, fatevi contagiare da quei volumi sino a farvi cogliere da vertigine, scoprite nuovi autori. I libri sono amici silenziosi e veri: e non vi tradiranno mai.
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