Pasolini Superstar

Katia Ippaso Pubblicato da
il 5 marzo 2012.
Pubblicato in Rubriche, TEATRO di Ippaso.

Offeso a mezzo celebrazioni.  Vituperato anche da morto. Ammazzato non una ma mille volte. Dalla negligenza abusiva con cui si spende dal 1975 il suo nome. P.P.P. Lo tirano tutti, da sinistra e da destra. Con il cappio che stringe fino all’osso ogni memoria corrosiva dei suoi scritti e la reiterata messa in scena del suo omicidio. Da due stagioni, avevamo evitato di vedere Pasolini Superstar. Non per la Superstar, ma per Pasolini. Per via dello scempio con cui lo si spinge violentemente  nella tomba, fingendo di onorarlo. Che poi lui di sicuro non voleva essere onorato, ma anelava a bruciare vivo, per ardere nelle nostre coscienze infelici. Questo Fabio Morgan (anche regista), Leonardo Ferrari Carissimi e Andrea Carvelli l’hanno capito. E dunque la maschera di Pasolini avvampa come una madonna votiva al centro del palcoscenico, e recita le parole dei suoi testi oracolari, come se qualcuno li gettonasse. Estrapolati in gran parte da Petrolio, i suoi ragionamenti si piazzano come riluttante materia ancora indegeribile (ma in Italia già digerita, anestetizzata a furia di citazioni automatiche). Alternativamente, un lato della scena si illumina di quadri viventi girati proprio all’Orologio: installazioni filmate che rimandano all’immaginario di Bill Viola,  ma con una ossessività in più, una nota maniaca, volutamente disturbante. La reiterazione dei gesti di violenza sessuale descritti con imperturbata ferocia, come se nulla fosse, non possono non far risalire a galla il gelo angosciante di Salò e le 120 giornate di Sodoma, film-testamento del 1975 che a tutt’oggi rimane forse la più sconvolgente drammatizzazione  del Potere. Il Potere, dunque, che nell’ altra stanza, quella abitata e “recitata” dal vivo, assume i volti di Cefis, Andreotti, Licio Gelli e Totò Riina, mandanti della ininterrotta tragedia che ha investito gli ultimi cinquant’anni di storia italiana. E che arriva fino a Berlusconi, in una rilettura degli eventi dichiaratamente arbitraria e tendenziosa. Ideologicamente discutibile (il berlusconismo ha padri e madri insospettabili) ma esteticamente fulminante, Pasolini Superstar ha il pregio di aver messo a fuoco il processo di carnascialesca beatificazione di un irredimibile intellettuale divenuto icona pop, mangime per salotti buoni e alla fine anche cattivi.

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