Non è proprio una recensione, questa che leggete di “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani. Non parleremo di montaggio, costumi, suono o fotografia; della scelta dei registi di girare in digitale (obbligata, poiché «non c’erano soldi per la pellicola»). Né ci soffermeremo sulla distribuzione della Sacher di Nanni Moretti: ultimo ad aver visionato il film e unico ad accettare la sfida di distribuirlo in un mercato dove la commedia fa la parte del leone e anche tutte le altre. Non è una recensione, dicevamo, ma più che altro un’impressione a caldo dell’opera che dopo 21 anni ha riportato l’Orso d’Oro – riconoscimento più ambito della Berlinale – nel nostro Paese, ringalluzzendo così l’italico orgoglio che in molti, in quest’epoca di tecnici, già davano in ripresa. E che ha innanzitutto il merito di aver acceso una luce dietro le sbarre di una prigione, luogo di rimozione per l’intera società. Un faro, caldo e potente più di quelli del set, sui volti e le anime di un’umanità da molti considerata materiale di scarto, rifiuto sociale, ovvero quanto di più lontano dal talento. Dall’arte e dalla bellezza. E che invece della bellezza dell’arte è riuscita ad appropriarsi, facendone uno spazio di evasione, un’occasione di riscatto. E perfino un’opportunità di lavoro.
Anche per questo “Cesare deve morire”, girato interamente tra le mura del carcere romano di Rebibbia e con i detenuti del reparto Alta Sicurezza impegnati a mettere in scena il “Giulio Cesare” di Shakespeare, è insieme contraddizione e metafora. Racconto disarmante della quotidianità della reclusione attraverso la messa in scena di un testo che molto tratta di libertà, e personaggi il cui vissuto e le emozioni – il tradimento, il sospetto, l’omicidio – in tanti casi appartengono all’esperienza di quei detenuti che sono stati invitati a interpretarli, ognuno nel proprio dialetto d’origine.
Così, mentre Bruto e Cassio tramano i propri piani di congiurati in siciliano e in napoletano, il dramma shakespeariano s’intreccia con quello dei reclusi. Con i loro umori, la memoria, i rimorsi e le speranze. L’immedesimazione, così, appare quasi un processo naturale. E la finzione apre squarci di verità su quanto sarebbe altrimenti rimasto nascosto sotto la dura crosta della realtà quotidiana, su cui scorre tempo sempre uguale a se stesso. Scandito dal rumore delle grosse chiavi che girano nelle serrature e dei blindi che, una volta calato il sipario sul palcoscenico di Rebibbia, di nuovo si chiudono pesanti. Dietro le spalle di Cesare e Bruto che, smesse le toghe, tornano a vestire i panni di Giovanni e Salvatore. E di Cassio, al secolo Cosimo Rega, che rivela: «Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione».
«Se volete che le cose cambino, regalate libri agli istituti penitenziari», hanno dichiarato a proposito dell’emergenza carceraria alcuni degli interpreti di “Cesare deve morire”, oggi uomini liberi e attori professionisti. Forse con la cultura non si mangerà, come ha sentenziato una volta un importante ministro italiano, ma di certo si diventa più liberi.
marco
1 marzo 2012 at 10:52
si parva licet componere magnis… l’affascinante Tragedia epica trasposta nei luoghi della triste tragedia quotidiana dei nostri giorni. non vedo l’ora di vederlo.