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La Grecia fa paura a Bruxelles

Lanfranco Caminiti Pubblicato da
il 22 febbraio 2012.
Pubblicato in Economia, gli Altri, Politica.

La Grecia fa paura all’Eurogruppo. Non per l’entità e l’impazzimento dei conti greci, o per la trattativa con i privati per stabilire il taglio sul valore dei titoli, o per l’ammontare preciso del piano di salvataggio. Di queste cose, gli uomini dell’Eurozona sono esperti: è tutta la vita che fanno queste cose, le loro biografie stanno lì a dirlo. Sono riusciti a inventarsi dei meccanismi “finti” per cui in realtà la Bce immette liquidità a iosa e salva, spalmando su archi temporali inverosimili, ma senza che questo sia conclamato. Il Fondo monetario internazionale farà il resto.
La Grecia fa paura all’Eurogruppo perché è una “questione sociale” assolutamente estranea per il loro sapere, le loro conoscenze, la loro formazione. Non è come il fallimento della Lehman Brothers. Gli sta scoppiando fra le mani un processo di cui non potevano minimamente immaginare la portata. È un dato di fatto – ci sono moltissime dichiarazioni pubbliche – che in tanti, e in posti chiave di decisione, ragionassero concretamente sull’opportunità di un default greco, e di un ritorno alla dracma. I tumulti di piazza Syntagma circondando il parlamento in seduta-fiume hanno convinto i tecnocrati di Bruxelles e la politica dei maggiorenti europei che occorresse fare qualcosa e il più presto possibile.
Il salvataggio della Grecia, perciò, non è il risultato delle alchimie finanziarie e politiche di Bruxelles, ma della rivolta di piazza. La rivolta di piazza non aveva un “programma” di fuoriuscita dall’euro – benché in molte componenti sindacali, di partito e di movimento questo convincimento sia forte. La rivolta di piazza era contro un’Europa che aveva prima profittato della gestione allegra del debito pubblico, e aveva poi stigmatizzato questo stesso, imponendo condizioni impossibili da sostenere e il cui unico esito sarebbe l’ulteriore affossamento di ogni speranza di ripresa. È stato, quello, un tumulto che ha tolto autorevolezza e cogenza a quella costituzione formale [adesso, si chiede che nella costituzione greca venga inserita come clausola l’obbligo di ripagare anzitutto i debiti] che si delineava tra Papademos e Bruxelles. È stata la rivolta a aprire perplessità sulla opportunità di far firmare ai partiti greci l’adesione “a futura memoria” ai patti europei.
È stata questa decisione del salvataggio una tappa di svolta, è stato approntato un programma credibile e definitivo? Manco per niente. Più che una tappa è una toppa. Tecnicamente è un pasticcio: un default pilotato [cos’altro è la trattativa sul deprezzamento dei titoli, di cui si dice possa arrivare al 90 per cento del valore nominale?] e insieme un programma di aiuti; il primo dovrebbe “chiudere” il passato, il secondo aprire al futuro, ma come questa distinzione sia possibile numerarla sul valore e sulla credibilità dei prossimi titoli greci è un mistero. L’attesa è a metà marzo, quando vanno a scadenza 14 miliardi di titoli greci. Non è difficile pensare però che in qualche modo la Bce farà il suo lavoro.
In sostanza – come gongola Monti – si è provato a impedire il contagio greco. Di quale contagio parlano quando parlano di Grecia? Certo, non di quello del debito pubblico greco, che già da tempo è circoscritto, fra banche e privati e entrambi in trattativa. Parlano del contagio “politico” della Grecia. Del contagio della rivolta.
Per ora, la decisione, come di fronte a ogni contagio, è quella di “mettere in quarantena” la Grecia, in un lazzaretto. Verrà marzo e le aste di titoli e poi ci sarà aprile e le elezioni. Lì si vedrà.
Quello che sperano, i tecnocrati di Bruxelles, è che la paura sociale faccia ingoiare la loro medicina. È la paura sociale che tiene assieme ancora un qualche rappresentanza politica e sociale intorno Papademos. Il tumulto è ancora destituente, non decreta costituzione materiale, possibilità diversa di governarsi. Nell’incertezza, nella paura di quello che potrebbe accadere, ancora peggiorativo, si aspetta.
È la prima volta in assoluto che si è conclamato un rapporto stretto fra decisioni dell’Eurozona e “questione sociale”, fra i piani di liberalizzazione, di decurtazione delle pensioni, il rigore fiscale e la rivolta sociale.
Ma è all’incontrario: dovrebbe piuttosto essere la regola, che qualsiasi decisione europea sia con ogni evidenza una misura positiva, di crescita, di uguaglianza della questione sociale. E accolta con entusiasmo dalla popolazione europea.
Chissà, forse la rivolta greca potrebbe invertire la tendenza.
Piuttosto che l’isolamento, che il lazzaretto, dovremmo allora portarla in processione la Grecia. Sì, lo so, che era questa misura poi un elemento di diffusione del contagio.
Già, ma è proprio quello che penso, al contagio politico della rivolta. Se c’è riucita piazza Syntagma a impaurire i tecnocrati di Bruxelles, pensate cosa accadrebbe se tutte le piazze d’Europa…
Non è questa l’Europa che vorremmo?

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