Ancora oggi, dopo il momentaneo “salvataggio” di Atene deciso dalla Troika e il trionfalismo di Monti per aver evitato il rischio “contagio”, circola una vulgata della crisi greca che lascia basiti. La Grecia, si dice, non sarebbe dovuta entrare nella zona Euro, i conti erano truccati, i suoi governi hanno raccontato bugie agli altri Stati e al popolo. Davvero qualcuno può credere che ci beviamo questa tisana neutralista europea?
Qualcuno in Europa ha barato, perché come non era possibile per l’Italia raccontare bugie, pagando allora una manovra di decine di migliaia di miliardi di lire per poter stare dentro i parametri, anche per la Grecia si sapeva tutto, ma si è fatto finta di credere alle balle. Chi è stato a non dire la verità? Dove sono i governi di sinistra e di destra che si sono alternati nella Commissione Europea? Qualche coraggioso a mezza voce ricorda, che non si poteva tener fuori la Grecia, che la sua posizione geopolitica le conferisce un ruolo strategico, pur essendo un paese non decisivo dal punto di vista economico.
Bene, quindi, per ristabilire la verità possiamo dire che l’Unione Europea e la Grecia hanno raccontato un mucchio di frottole. A pagarne le conseguenze, sono naturalmente gli strati più esposti della società, anche se nell’attuale fase anche classe media si sta rapidamente impoverendo. Sappiamo che se tale tragedia è in corso le responsabilità maggiori sono da imputare alle classi dirigenti greche, ma anche i cittadini, non possono sottrarsi dalla responsabilità di aver voluto credere a politici sfacciatamente corrotti, populisti, spendaccioni. Ora la gloriosa e fiera Grecia si trova immersa in un incubo che la costringe da una parte a sottostare alle bizze teoriche di una Germania rigorista sulle spese sociali e ingorda sugli affari che vuole continuare a fare, per esempio in materia di commercio delle armi, il tutto condito da una sostanziale indifferenza da parte degli altri paesi europei. La Grecia licenzi, chiuda servizi, poi si vedrà e, in sfregio a qualsiasi decenza democratica, s’impegni anche dopo le elezioni a essere suddita della Bce, del Fmi, dei governi forti dell’Unione. Insomma è chiaro a tutti che la Grecia è commissariata, la sua democrazia sospesa, forse compromessa per alcuni anni, senza che ci si indigni.
D’altro canto, l’Italia è in mano a un governo fintamente tecnico, imposto con più attenzione istituzionale, perché comunque il presidente della Repubblica era d’accordo. A colpi di spread e di annunci catastrofisti, nel giro di poco, ciò che non era riuscito a un’opposizione sgangherata, lo ha organizzato il salotto buono europeo, facendoci sottoscrivere un’agenda politica ed economica precisa, che Monti sta seguendo alla lettera. Se al governo dell’Unione ci fosse, in questo periodo una maggioranza di sinistra sarebbe stato differente? I dubbi sono più che plausibili, perché il tema di fondo è che quest’Unione Europea è un mostro giuridico e finanziario, nessuno vuole cedere sovranità nazionale e allo stesso tempo i forti utilizzano le istituzioni europee per imporre le loro politiche. Tornare a Spinelli, al sogno della grande Europa federalista, dei popoli, della centralità dei diritti e delle politiche sociali, sembra talmente arduo, che vince la linea conservatrice, una sorta di reaganismo moderno, che non può che procurare guai e disfacimenti.
Cosa manca a questo quadro? Le elezioni presidenziali americane, che saranno decisive rispetto al futuro dell’Europa. Per Obama il vecchio continente è essenziale, vuole in qualsiasi modo aiutarlo a uscire dalla crisi, affinché lui possa nei prossimi quattro anni occuparsi con più decisione della riforma sociale, che prevede l’introduzione di strumenti sociali europei. Per i repubblicani, l’Europa è lontana, al limite si ferma alla Gran Bretagna, nazione che potesse farebbe a meno di stare nell’Unione. Scommettere su Obama è l’unica minima alternativa che ci rimane, perché se lui vincerà il pur moderato e confuso campo progressista europeo, potrebbe riorganizzarsi e, facendo tesoro degli enormi errori del passato, proporre una nuova speranza. Mancano pochi mesi per sapere se andremo incontro al crollo del sogno europeo o a una lunga difficile fase di ricostruzione.
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