Venticinque anni fa ci lasciava l’inventore della pop art. Speciale Queer su gli Altri di questa settimana con interventi di Pablo Echaurren, Mario Perniola, Alessandro Antonelli, Katia Ippaso e Laura Berna. In edicola da venerdì
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Warhol? Hai voglia a dire Pop Art. Warhol è l’ultimo dei dadaisti. Il figlioletto maggiore di Marcel Duchamp. Sarebbe stato il prediletto. Il produttore a getto continuo di ready-made, (si definisce ready-made qualunque entità comune che per il solo fatto di essere stata scelta dall’autore, senza subire alcuna modifica, è consacrata opera d’arte).
Tutto per lui fu Arte, con la maiuscola. Più una cosa era minuscola (culturalmente parlando) e più a lui gli sfagiolava, gli garbava assai raccattarla e imbastirci su un business coi controfiocchi.
Bastava che identificasse un oggetto reietto o un’immagine spazzatura e vi puntasse su il proprio cannocchiale ultrafenomenale. Una scatola di detersivo, un barattolo di zuppa, una banale foto di giornale. Arte precotta. Pronta per essere firmata e slurpata. Senza particolari interventi invasivi, solo leggermente filtrata (secondo la SLD, la Seconda Legge Duchampiana del ready-made rettificato)
Ma un elemento fondamentale Warhol lo aggiunse alla collaudata ricetta del Bel Marcel. I soldi.
Marcel doveva sposarsi donne facoltose per alzare la grana, per non fare una vita grama a sorvegliare i suoi celebri “allevamenti di polvere”.
Andy la grana non aspettò che gli cadesse dal cielo, se la procacciò senza invocare l’aiuto divino, la inventò di sana pianta. Fu la sua gran trovata. Stamparsela in casa, moltiplicarla, serigrafarla. La grana. Tipo Re Mida.
Tutto quel che toccava cresceva di valore in un battibaleno. Anzi egli faceva, produceva, dipingeva proprio col proposito di creare plusvalore. Voleva fare concorrenza a Fort Knox. Superarlo, possibilmente. Metterlo in ginocchio. Dimostrare che era più superpotenza lui degli interi Stati Uniti d’America. Lui figlio di immigrati “ruteni” colle pezze al culo, i Warhola.
Se avesse potuto si sarebbe messo a battere moneta in proprio. Purtroppo è un reato federale. Assai grave.
Ne fu tentato, lo si percepisce nettamente in alcune sue prove giovanili in cui lavorava attorno a dei fogli di banconote ritoccate. Sapeva che se avesse voluto avrebbe potuto superare in velocità la zecca americana. Ma si trattenne.
Non per amor di patria.
Non ci teneva a finire nel mirino dell’Fbi. Magari con una condanna a tre o quattro ergastoli da scontarsi nelle carceri di massima sicurezza a stelle e striscie che sulla certezza della pena non guardano in faccia a nessuno.
Comunque si avvicinò molto all’obiettivo inflattivo. Ogni sua opera moltiplicata funzionava da valuta pregiata. Ogni cazzata.
Gli fruttava dollaroni, montagne di verdoni a go-go.
Un genio dell’impresa do-it-youself. Arrivò al punto di trasformarsi in sponsor del suo prodotto, peggio di Giovanni Rana o di quello della Mediolanum. Ispirò perfino Scilipoti. Mandava spesso in giro per il mondo un suo sosia. Tanto lui di solito stava zitto, fissava e scattava Polaroid che poi vendeva a caro prezzo. Un genio della fuffa. Certe volte uno non sapeva se si trovava di fronte al falso o all’originale. Mi capitò pure a me. C’è una foto che lo ritrae mentre soppesa pensieroso una copia dell’almanacco di “Tango”, osserva intensamente la mia copertina cubo-futurista- fumettista. Era lui o non era lui? Era lui, dicono i testimoni, tutti attendibili et in bona fide.
Come Grande Simulatore Professionale ricopiava, ricalcava, duplicava a man bassa. Per carità, non è che spacciava per sue cose di altri, non si provò a vendere la Fontana di Trevi – non ci pensava proprio a prendere il posto di Totò – ma il Cenacolo (The Last Supper), quello di Leonardo sì. Prese di peso una foto riproduzione, la ritinteggiò, una ripassata qua, una là et voilà! Passare alla cassa, prego. Altro che arte Picassa fatta di sudore e ardore.
Se vi mettete a spulciare lo trovate catapultato nelle situazioni più incresciose: in un video dei Cars, nelle pubbli della BMW e della TDK, nel serial ultracretino di Love Boat a interpretare la caricatura di se stesso: un artista di successo che esegue ritratti su commissione per i facoltosi crocieristi in vena di souvenir d’alto bordo. Tutto faceva brodo.
Sapeva che la cosa funzionava. Adorare i soldi attira i soldi. I soldi pretendono d’essere amati, adulati, mica sfanculati. È una regola aurea del mercato.
Ma a differenza dei giovani d’oggi, lui il mercato lo ha generato. Fiat pecunia!
Lo ha guidato. Non si è lasciato fagocitare, condizionare e condurre per mano di asta in asta a scodinzolare. No, lui era il mercato. C’era portato, vocato per natura, bacato come Zio Paperone. Ma lo era con somma eleganza, con estrema coscienza, con lungimiranza. Non si faceva traviare. Traviava lui direttamente, senza intermediari bancari. “La banque, c’est moi!” Moi, ovvero il novello Louis XIV del pennello automatizzato.
«Provatevi a detronizzarmi, molluschi che non siete altro! Vi faccio vedere i sorci verdi, vi faccio vedere i topoloni verdoni!».
Tutti gli altri, quelli venuti dopo, furono solo delle pallide imitazioni. Delle limitazioni del libero arbitrio creativo. Dei sudditi senza spina della quotazione gonfiata & drogata.
Null’altro che degli epigoni, delle esanguisughe senza talento. Degli emuli vaguli blanduli.
celeste murgia
23 febbraio 2012 at 10:56
rileggendo stamattina il commento di ieri mi dico, cosa ho scritto?
In effetti nessun accostamento personale tra i due artisti: anzi si potrebbe rovesciare il paragone: come un diamante il cantante e pablo la matita di grafite, uno è tanto bello quanto cristallizzato, la matita invece può essere fonte inesauribile di immaginazione.
Leggendo Pablo pensavo a quante occasioni ha perso la TV. Ricordate Nanni Loy e il suo “specchio segreto”, il “rododendro”. Perentoriamente diceva che i programmi alla Mike Buongiorno tolgono intelligenza alla gente. Oggi invece paperissima, celentanate e via discorrendo,,,,, buon prò a chi li guarda.
Invece io sono ancora convinto che si possono trasmettere programmi, anche senza pretesa di far buona satira, spumeggianti, grotteschi, da saltimbanco, divertenti anche con le” parolacce”, veramente controcorrente, con personaggi non tanto artisti ma genialità in ricerca dell’arte e delle arti ……..insomma più che fare e trasmettere culture essere consapevoli del tanfo che ci fanno respirare e aprire le finestre per sentire nuovi profumi in attesa di uscire definitivamente all’aria aperta.
saluti
celeste
celeste murgia
22 febbraio 2012 at 21:44
finalmente un tuo articolo. Il tuo libretto “impala l’arte” è uno dei miei libri preferiti che ho sempre a portata di mano. Leggerne ogni tanto qualche pagina oltre al buon umore , fa buon sangue.
Mentre leggevo questo articolo, sempre con il tuo linguaggio rocambolesco, pensavo che anche il molleggiato tenta di fare questo tipo di sermone, però con i risultati che sappiamo. Infatti non bastano le buone intenzioni e una strapagata e monumentale macchina televisiva a sostegno.
Già alle scuole medie insegnano che dagli stessi componenti chimici si può ottenere un risultato diverso: grafite o diamanti.
Con la grafite ho visto che si cantano bene le canzoni, quindi….
saluti
celeste