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Un mese con Carmelo Bene. Corpo e voce contro la sobrietà

Angela Azzaro Pubblicato da
il 21 febbraio 2012.
Pubblicato in Cultura, gli Altri.

L’articolo che qui pubblichiamo fa parte di un intero speciale Queer dedicato al grande attore pugliese, in cui hanno scritto Miro Renzaglia, Giorgio Cappozzo, Nicola Mirenzi, Katia Ippaso. Fino al 16 marzo, giorno in cui cade il non-anniversario della morte di Bene, vi proporremo sul sito, sul settimanale e su twitter (@gli_altri) interviste, racconti, analisi, video e chicche di colui che è stato secondo noi un genio.

Per lui l’Io non esisteva. Seguendo la lezione del filosofo francese Gilles Deleuze, con cui scrisse pure un libro, l’Io è in continuo divenire. In continua metamorfosi. L’Io è tanti. Molti. Nel suo caso troppi. Un eccesso di narcisismo ma che otteneva un risultato eccezionale: mandare in frantumi la dittatura del soggetto, quell’Io limitato e piccolo borghese che oggi impera nella politica e nelle arti. Davanti a questo spettacolo Carmelo Bene avrebbe vomitato e avrebbe mandato tutti a prenderla in culo, senza dimenticare di dire che prenderla in culo è un piacere.

E’ quindi difficile senza compiere un tradimento tentare di scrivere su di lui. Ma è proprio il suo non-essere a renderlo oggi così interessante. Parlare di Carmelo Bene, non vuol dire fissare dei punti, dei concetti, men che mai dei valori. Sarebbe una banalizzazione insopportabile. Ma anche impossibile: se provate a cercare informazioni su Wikipedia, troverete un racconto conteso, una disputa ancora aperta anche su ciò che fu e ancora è. Carmelo Bene è interessante perché parlare di lui significa lasciare la porta aperta alle domande. Non una descrizione, ma una ricerca. Non certezze, ma domande. Non verità assolute, ma dubbi, provocazioni, sfondamenti di costruzioni ideologiche. Un delirante come lui non avrebbe sopportato di essere rinchiuso in una verità, in caselle prestabilite. L’infinito (la minchia infinita, come disse in tv da Costanzo) è ciò che gli si addice di più e che così poco, però, si confà a noi, a questo tempo di identità atomizzate, ma sempre più aspre e sicure di sé.

L’amletica domanda essere-non-essere lui la scompone e distrugge. Ci sarebbe da discutere se così facendo non segua più degli altri la volontà di Shakespeare, costretto da un teatro mediocre a diventare formula scontata. Resta il fatto che rompendo quella dicotomia, Bene manda all’aria tutto il sistema di opposti. Destra/sinistra, bene/male, giusto/sbagliato, vero/falso, femminile/maschile. E così via.  Ma la sua è una cattiva sorte, perché prima come dopo qualcuno tenta sempre di chiuderlo dentro una categoria.

Per esempio fu di destra o di sinistra? A Giordano Bruno Guerri che gli chiedeva se era fascista, rispondeva con una pernacchia. Ma come poter dire, senza mentire, che era di sinistra? Non lo fu in maniera profonda e non solo perché non credeva all’uguaglianza, né tanto meno alla solidarietà. La sua idea di uomo e di mondo stavano da un’altra parte, senza redenzione, né possibilità di costruire mondi possibili. Anarchico e libertario non può essere piegato a scontri ideologici, né annoverato in una fazione piuttosto che in un’altra. La tentazione, in questo non anniversario, sarà sicuramente quella invece di intrupparlo, di omologarlo, di renderlo innocuo. Bene è di tutti. Di chi lo vuol far suo, di chi lo vuol tradire. Allora può anche essere di CasaPound, i fascisti del Terzo millennio, che per un giorno si sono chiamati come lui suscitando l’ira della sinistra. Intervistato alla fine degli anni Novanta da Liberazione, il giornale di una Rifondazione comunista allora unita e in auge, esordì sparando a zero sugli operai in quanto categoria della politica e su quel partito che ancora credeva alla missione del lavoro.

Ma oggi queste dispute rischiano di essere residuali. Perché la dittatura è un’altra. E’ la dittatura del senso (o della sobrietà come la chiamano oggi). L’artista pugliese il senso lo considerava una barbarie, qualcosa da fare a pezzi. Il senso omologa, banalizza, rende tutto uguale. Gli contrapponeva allora il non-senso, un linguaggio da reinventare, smembrare, decostruire e liquidare. Il significante contro il significato. La phoné contro la koinè: il suono, il timbro del corpo stesso che si fa voce e uccide alla radice la convenzione del senso, appunto, codificato dal luogo comune.

Aveva ragione Gilles Deleuze quando, di Carmelo Bene, scriveva: «Grazie a tutto ciò che ha fatto, può rompere con quanto ha fatto. Attualmente traccia per se stesso un nuovo cammino. S’interessa sempre più all’elemento sonoro preso in se stesso. L’immagine è passata interamente nel sonoro. Non è più questo o quel personaggio che parla, ma il suono stesso diventa personaggio. Il canto degli universi, il mondo del prima dell’uomo o del dopo. Impresa grandiosa che ricrea dappertutto le paludi primitive della vita».

Battaglia persa la sua, soprattutto oggi che la banalità del significato impera e costruisce un consenso mai visto prima. Ai tempi di Monti, cioè del senso dello spread e del linguaggio stabilito dalla Goldman Sachs, Bene però resuscita per non farci capire più niente. Niente, almeno, di quello che siamo abituati a dare per scontato. Sarà questa la vera liberazione?

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6 Responses to Un mese con Carmelo Bene. Corpo e voce contro la sobrietà

  1. Enea

    26 febbraio 2012 at 15:19

    …Chi può dirlo? Un artista sorprende sempre. A mio parere è probabile che Bene avrebbe usato la rete e i social network proprio al fine di prendere le distanze da pseudi-intelletuali italioti che sono pieni di se solo per il fatto di starne lontano.

  2. Larry Massino

    23 febbraio 2012 at 18:47

    Bisognerebbe parlarne tanto, di Carmelo Bene, almeno per sottrarlo allo sciacallaggio. Non sono infatti d’accordo con l’articolista sul fatto che lo possono usare tutti. Almeno nel senso che capito bene, Bene, magari spiegato dal punto di vista del teatro (dove fu un grandissimo) e non dal punto di vista della tv e del gioirnalismo, con rispetto parlando, diverrebbe più chiaro chi lo può usare e chi no. No di certo chi fa battaglie retrograde in nome del valore della patria, della forza, dell’identità. Ci ho fatto un post che mi permetto di linkare.

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2012/02/carmelo-bene-noi-chiiiii-ma-mi-faccia.html

  3. marco tarantino

    22 febbraio 2012 at 00:23

    Grazie Angela per avermi fatto venire la voglia di conoscere Bene. Di lui ricordo solo gli “uno contro tutti” da Costanzo, e, anche se ero poco più che adolescente, rimasi colpito dalla sua presenza, il modo totale un cui era presente a se stesso

  4. Luca

    21 febbraio 2012 at 18:29

    Anarchico e libertario è già una definizione, a voler essere stronxi. Anarchismo che lui rifiuterebbe, fottendosene di ogni ismo. E di ogni carmelobenismo, idioletto ormai stucchevole di chi adora imitando, idolatra assoggettando.

  5. Angela Azzaro

    Angela azzaro

    21 febbraio 2012 at 12:17

    Grazie Elena. Credo che tu abbia ragione rispetto all’eventuale diffidenza di Bene per i social network ma sarebbe stato molto piú bello se non fosse stato cosí. Immaginati la geniale follia di Bene a contatto con twitter o fb, ci faceva saltare tutti per aria

  6. Elena Bibolotti

    21 febbraio 2012 at 11:03

    sono convinta che C.B. avrebbe rifiutato i social network che a mio avviso rappresentano la rivincita degli imbecilli. Bello.