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Pippo Civati: «Quel pasticciaccio brutto Pd-Pdl»

Lorenzo Misuraca Pubblicato da
il 21 febbraio 2012.
Pubblicato in gli Altri, Politica.

Sembrano passate ere geologiche da quando Pippo Civati e Matteo Renzi posavano insieme e minacciavano la dirigenza del loro partito, il Pd, di rottamare la vecchia nomenklatura e portare il nuovo alla guida del paese. La cronaca politica dell’ultimo anno ha raccontato una storia diversa. Renzi e Civati hanno divorziato, con il sindaco di Firenze partito col big bang e finito in un buco nero, e il paese finito in mano ai compassati sessantenni del governo Monti. Eppure Pippo Civati non demorde e continua a mantenere la sua posizione critica all’interno del Partito Democratico, a colpi di twitter, strumento che utilizza in maniera quasi ossessiva. “Ciwati”, come ama definirsi sul web, sogna una sinistra 2.0, che non vede affatto rappresentata nei tatticismi e nel collateralismo confuso col governo tecnico del Pd di questi mesi.
Pd e Pdl sotto l’ombra materna del governo Monti continuano a flirtare. L’ultima occasione è l’intesa sulla riforma elettorale.

È un pasticcio incredibile, una soluzione che non garantisce nessuno e che paradossalmente ripresenta dinamiche proprie del Porcellum. E se consideriamo che con i Ds lottavamo per trasformare il Mattarellum in uninominale, e adesso non se ne parla, figurati se stiamo andando nella direzione giusta.

A tre mesi dall’insediamento di Monti, dopo l’ipnosi collettiva che ha tenuto il paese immobile, una parte dei movimenti e della politica comincia a schierarsi apertamente contro il governo dei tecnici. Qual è il suo giudizio?

È stata una soluzione per certi versi necessaria e funzionale per il cambiamento verso l’esterno. Il fatto di non mandare in giro per il mondo Berlusconi è già di per sé sconvolgente. Per certi versi Monti mi fa pensare al primo periodo Prodi, al rigore. Poi certo gli elementi di critica a questo governo sono parecchi.

Quali?

Il primo è che non esprime una volontà politica, se non indirettamente. E poi il fatto che la maggioranza sia così composita, per dirla con un eufemismo, significa che molte cose non si possono fare. Ad esempio una vera patrimoniale, che non è stata portata a termine per veti politici. Dopodiché se ci fossimo preparati per la scelta del leader, di un programma e delle alleanze, forse le cose sarebbero diverse adesso. Ancora non sappiamo bene qual è la coalizione a cui fare riferimento.

E nel frattempo il Pd prende un’altra batosta a Genova, con la vittoria di Doria alle primarie.

Il problema non sono le primarie e come ci si comporta alle primarie. Se il Pd ha scelto di fare le primarie di coalizione, vuol dire che accetta l’ipotesi di non vincerle. Il problema viene dalle decisioni del partito. Non avendo ancora scelto la coalizione e nemmeno se Bersani sarà il nostro candidato premier, è evidente che ci sono delle difficoltà.

Facile dire quello che non ci piace, quello che non vogliamo…

Per me bisogna fare un centrosinistra moderno. E questo non si fa mettendo insieme partiti diversi a prescindere dal programma. C’è bisogno di un po’ di sinistra ogni tanto, non nostalgica, non preoccupata di ristabilire gli equilibri del passato. E paradossalmente questa sinistra la vedo oggi più nei movimenti che nei partiti. Le amministrative, i referendum, la battaglia delle donne e dei giovani, sono tutte cose di grande importanza.
A proposito, una delle cose che queste esperienze sembrano suggerire è che forse servirebbe una forza nuova a sinistra, capace di andare oltre i partiti attuali. L’asse nascente tra amministratori di peso come Vendola, De Magistris e Emiliano, sembra andare in quella direzione…

Sono tentativi di tenere alta la tensione che c’è e che non sta nei partiti ma nella società civile. Poi bisogna vedere quanto ci sia davvero di “società civile”. I tre leader di riferimento sono tutte persone strutturate politicamente dentro i partiti.

Rimane il tema. Non è l’ora di pensare a un grande partito di sinistra?
Noi avevamo espresso l’intenzione di una lista civica nazionale tempo fa. È un fatto sicuramente importante, poi c’è da capire come si organizzano veramente. Ma in ogni caso, il problema non è fare un nuovo partito, ma riformare il ceto politico anche a livello nazionale. E mi sembra che siamo lontani mille miglia da questo. Dico solo una cosa…

Si sfoghi.

La direzione nazionale del Pd non è stata più convocata da settembre. Io ho chiesto di convocarla, ma non mi è stato nemmeno risposto. Capisco che c’è stato l’appoggio a Monti e il periodo non è facile, ma bisogna lavorare per capire in che direzione si vuole andare. L’elaborazione politica, la progettualità, sono sospese in questo momento.

Intanto, a proposito di impegno politico e esperimenti di rottura. I tempi sono maturi per fare una valutazione del big bang di Renzi e del Movimento 5 stelle di Grillo.

Sono esperienze con dei limiti, certamente. Però ci sono delle ragioni dietro questa voglia di partecipazione, che sono quelle di cui parlavamo prima. In particolare, si tratta di due soluzioni, in un caso, quello di Renzi, più leaderistica, in cui alla fine si fa un comitato elettorale all’americana. Nell’altro caso, Grillo ha provato con la sua copertura religiosa a creare una grande assemblea in rete. Ma io penso che sia importante comprendere le esigenze che si manifestano attraverso questi tentativi.

E dopo averlo capito, cosa tocca fare ai partiti?

Il nostro fine dev’essere portare l’indignazione al governo del paese trasformandola in progetto politico.

A partire da quali battaglie di sinistra?

Dobbiamo ragionare su strumenti come il sussidio universale che nel resto d’Europa vede esperienze molto avanzate, così come sul reddito di cittadinanza. Sull’articolo 18 penso che non ci sia bisogno di toccarlo. Non è che negli altri paesi europei ci siano meno precari che in Italia. Solo che sono meno precari dei nostri precari, perché hanno una serie di tutele e sussidi che in Italia non esistono.

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