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Veltroni cancella l’articolo 18. Ma quand’è che parte per l’Africa?

Andrea Colombo Pubblicato da
il 20 febbraio 2012.
Pubblicato in gli Altri, Lavoro, Politica.

Ora che Berlusconi è uscito da una scena pubblica egemonizzata come nessuno prima e più di lui era riuscito a fare, ci si potrebbe finalmente chiedere quando seguiranno l’esempio le sue controparti collocate ai piani alti del Pd. Personaggi meno vistosi e meno rumorosi, non meno letali. Per certi versi, anzi, persino più venefici: il satrapo ha messo in ginocchio il Paese ma alla destra ha regalato un ventennio di trionfi; i geniacci del botteghino, oltre a danneggiare di brutta la nazione, hanno affossato anche la fazione.

A guastare un’altrimenti perfetta simmetria c’è il fatto che, mentre l’immagine del reprobo occupava per intero il campo a destra, sul versante opposto tiene banco una foto di gruppo, con gli immortalati che competono furiosamente per la palma del più disastrato e disastroso. Vinca il peggiore, ma mica è facile capire di chi si tratti con campioni come Fassino Piero, quello che vorrebbe una sinistra ispirata all’illuminata azione riformatrice di Sergio Marchionne, e Massimo D’Alema, quello che passerà alla storia per aver passato decenni a inventare motivazioni sempre diverse per arrivare puntualmente alla medesima conclusione, «compagni, tocca allearsi con la destra».

Nonostante la vigoria dei concorrenti, però, il leader che più di ogni altro merita di regalare le proprie fattezze alla catastrofica politica del Pds-Ds-Pd è quello che a tutt’oggi più energicamente si dedica al compito di trasformare una vittoria che tre mesi fa era certissima in ennesima disfatta. Il più cattivo tra i buonisti di questo mondo. Il più dotato tra gli acrobati esperti nel cadere in piedi nelle più rocambolesche circostanze. Insomma, Walterino.

Invece di veleggiare verso l’Africa per constatare lo stato di salute dell’Altissimo, Walter si sta attualmente dando da fare per schierare il principale partito di centrosinistra contro quell’articoletto che ancora frena la liberalizzazione dei licenziamenti. L’ennesima frattura con la base sociale di riferimento del suo partito serve, parola sua, a «non regalare Monti alla destra». Nemmeno si trattasse di un barile di succulenta Nutella che lo puoi donare indistintamente a questo o quello.

L’idea che Monti e Passera non possano essere “regalati” alla destra perché “sono” una destra, pur se molto diversa da quella di Berlusconi, sembra non sfiorarlo, e il peggio è che probabilmente non lo sfiora davvero. È pur sempre il leader che alle ultime elezioni aveva schierato come capolista in Veneto Massimo Calearo, falco di Confindustria che come suoneria del telefonino, dicono, s’era scaricato l’inno di Forza Italia e vatti a stupire se il forzista travestito se l’è poi squagliata al primo svincolo, o che aveva piazzato in testa alla lista romana la figlia di un vecchio e purtroppo scomparso amico, senza che le si conoscesse dote politica di sorta se non l’età e una certa accattivante avvenenza .

Se Veltroni incarna più dei soci di partito l’anima berlusconiana del centrosinistra è perché nessuno come lui intende la politica come pura apparenza, depauperata d’anima e sostanza, di cuore e di cervello. E nessuno più di lui ha saputo far proprio il principio base della scuola politica di Arcore, in base al quale non c’è batosta, sconfitta o fallimento che la padronanza sapiente dei media non possa rovesciare nel suo contrario.

Come un Mida al contrario, l’uomo riesce a far appassire qualsiasi pianta sfiori, che si tratti dell’Unità, chiusa subito dopo la sua munifica direzione, del governo del Paese, piovuto in mano alla destra dopo la sua permanenza a palazzo Chigi, del comune di Roma, conquistato dagli ex fascisti al termine della sua non indimenticabile gestione, del Partito, uscito mantellato dalla sua segreteria sia in veste di Ds che di Pd. Solo che poi, con tocco degno invece del Mida propriamente detto, ciascuno di questi disastri è stato mutato in contrattempo trascurabile quando non addirittura in successo sostanziale grazie alla complicità di un universo mediatico mai tanto servile come quando c’è di mezzo Walter l’inaffondabile.

Tre mesi fa sembrava che solo un miracolo potesse sottrarre al centrosinistra la vittoria nelle prossime elezioni politiche. Quel miracolo si è già per metà realizzato grazie al governo tecnico imposto in buona misura dai maneggi di Walterino. Resta da sbrigare l’altra metà del lavoretto e il Buono ci sta lavorando alacremente. Se qualcuno nel Pd non riuscirà a mandarlo in Africa o a quanto meno a casa, c’è il rischio che ce la faccia anche stavolta.

Ma la posta in gioco, nello scontro durissimo in atto nel Pd, è forse ancora più importante: si tratta né più né meno che di sconfiggere la principale sacca di resistenza del berlusconismo in Italia. Questo e non altro, a conti fatti, è il veltronismo.

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5 Responses to Veltroni cancella l’articolo 18. Ma quand’è che parte per l’Africa?

  1. rita

    25 febbraio 2012 at 22:14

    e ora rispunta anche quello della Lega delle cooperative, proprio come nel 2002, quando non solo il governo mostruoso, ma anche certe associazioni tradizionalmente vicine alla sinistra (cna, confesercenti) erano i favorevoli a quel tipo di modifica, o meglio, a quella previsione di casi in cui non si sarebbe applicato l’articolo 18.
    E naturalmente la grande agitazione di chi all’epoca contestava, non toccava mai queste associazioni di categoria, dato che la cosa era passata del tutto sotto silenzio.

  2. rita

    21 febbraio 2012 at 18:05

    Gli altri articoli che sto leggendo su questa faccenda mi hanno ricordato una cosa che mi ero dimenticata e cioè che Veltroni all’epoca faceva parte del cosiddetto “correntone”, cioè dell’ala più di sinistra del partito.
    E se uno con questo curriculum di valoroso esponente del correntone ragiona così, figuriamoci gli altri …

  3. rita

    21 febbraio 2012 at 15:53

    Il fatto è che la volontà di intervenire sull’articolo 18 da parte dell’attuale governo dovrebbe ricalcare le stesse – credo – modalità del 2002, dunque dovrebbe essere un intervento parziale e non totale come appunto stava per succedere quella volta là.
    Poi le interpretazioni sulle conseguenze di un tale intervento possono essere diverse, ma il punto di partenza mi pare sia lo stesso.
    D’incanto però i toni e il linguaggio sono radicalmente cambiati, da parte dei partiti e dei singoli e mi pare, a occhio e croce, che Valter Veltroni non potesse che conformarsi a questo nuovo clima.
    Di slogan, di stroncature nette non ne sento più: giù le mani dai diritti si urlava all’epoca, l’articolo 18 non si tocca, scriviamo la cartolina a quel boia di Berlusconi ecc ecc.
    Ora, soprattutto, quasi tutti minimizzano – è questo che mi fa perdere il lume – e si allargano le braccia e si dice che, dopotutto, sarà un intervento parziale, mentre allora si parlava sempre di cancellazione totale e per tutti dell’articolo 18!

  4. Fernando

    21 febbraio 2012 at 10:33

    Ciao Andrea,
    onestamente considero l’intervento di Veltroni positivo. Perchè credo che faccia chiarezza su cosa sia realmente il PD. Non ci si può aspettare una virata a sinistra del PD, semplicemente perchè non è nella natura di quel progetto politico. E anche il buon Bersani, che perosnalmente mi sta molto simpatico, può semplicmente modificare la strategia di breve termine. Il PD, quello vero, è quello di Veltroni!
    AL massimo sarebbe auspicabile un suo superamento, visto che ormai è proprio il PD a bloccare lo sviluppo di una forza politica di sinistra.
    Ciao

  5. miro renzaglia

    20 febbraio 2012 at 18:33

    grande andrea… e questo è a futura memoria: http://www.youtube.com/watch?v=wdisSqVy3OM