«La parola lavoro è molto più antica della divisione destra e sinistra». Franco Piperno, attivista politico, professore di fisica e fondatore insieme a Toni Negri e Oreste Scalzone di Potere Operaio, inizia così a ragionare col nostro giornale intorno al significato e l’attualità di una lemma così importante per la sinistra. «La frattura politica – ragiona Piperno – si dà quando cominciamo a parlare di lavoro salariato. Che è stato il paradigma del lavoro nelle società industriali. Il lavoro salariato si caratterizza – oltre che per il salario come corrispettivo di mansioni effettuate – per il carattere assolutamente ripetitivo dell’attività. Cosa che non lo rende affatto desiderabile alle persone che sono costrette a svolgerlo».
Ma ora questo lavoro è entrato in crisi.
È per questo che dovremmo recuperare un’idea del lavoro come attività. Cioè un lavoro legato al piacere. Naturalmente in questo piacere non c’è niente di vanesio: ogni lavoro è anche fatica. Il piacere significa che nel lavoro l’uomo può realizzarsi, come un atleta si realizza nella corsa. ll lavoro sarebbe così l’assolvimento di una vocazione.
Pensa sia davvero possibile?
Gli operai di fabbrica non erano affatto contenti del lavoro che facevano. Oggi che questo lavoro ha perso centralità, ci si schiude davanti un’occasione del tutto insperata. Il capitalismo ha spinto la tecnica a un livello così alto di potenza che il corpo umano – nella stragrande maggioranza dei lavori – non deve più essere impiegato in operazioni ripetitive. È una vera e propria liberazione.
Il prezzo che si paga però è la disoccupazione.
La disoccupazione, a ben vedere, è tempo liberato dal lavoro. Sfruttandolo, si potrebbe uscire dal circolo vizioso del lavoro che ha come unica gratificazione la retribuzione, cioè il reddito per consumare. Ma le persone dovrebbero essere rese consapevoli di avere un’energia propriamente libera, che può essere impiegata in tantissimi modi. Anche dando vita a iniziative sociali. Di cooperazione.
Ma come si fa a vivere senza reddito?
Se noi per un attimo ci mettiamo gli occhiali di Monti e del suo cinismo, vedremmo che in Italia la gente non ha problemi di sopravvivenza. Ha problemi di autonomia, anche gravi. Ma le persone hanno di che vivere. Comunque.
L’idea del reddito di cittadinanza è inutile allora?
Lo dico in maniera provocatoria: il reddito di cittadinanza la gente ce l’ha già. In maniera aberrante, certo. Il reddito di cittadinanza sono i genitori, la famiglia. Ma di fatto una condizione garantita di sopravvivenza i giovani europei ce l’hanno. Ovviamente sono totalmente d’accordo con l’idea di istituire il reddito di cittadinanza. Ma non bisogna farsi illusioni sul fatto che questo comporti una trasformazione radicale della realtà. È come il femminismo, il reddito di cittadinanza: una misura sensata.
Monti dice che i giovani devono togliersi dalla testa l’idea del posto fisso.
L’ho apprezzato. Ogni tanto i “tecnici” dicono delle verità. Io ho avuto amici che sono stati per quarant’anni alla catena di montaggio. Le posso assicurare che non hanno avuto un futuro radioso.
I sindacati però non l’hanno presa bene.
Il fatto è che la cultura tradizionale del movimento operaio è disastrosa: nella realtà produce effetti che sono tutto il contrario di quello che si propone in teoria. Pensi alla Fiom. Combatte per l’occupazione. Per loro, avere più lavoratori è un elemento di forza. Ma così facendo è costretta ad abbracciare l’idea della crescita, che non fa altro che riprodurre il meccanismo che si vorrebbe far saltare. Mi dica lei qual è il motivo per cui bisognerebbe salvare Termini Imerese?
Non ne ho idea. Meglio chiudere?
Sì. Meglio chiudere la fabbrica e occuparsi degli operai. Non del posto di lavoro. È assurda l’idea di tenere in piedi una fabbrica. È questo il frutto malato di una cultura lavorista. Cultura di cui il sindacato è impregnato. È l’idea che uno i soldi uno li deve avere solo se lavora. Così un’attività che non ha più alcun senso viene protetta coi soldi pubblici. Invece di proteggere le persone, si proteggono i macchinari e gli uomini legati a quei macchinari. Mentre un welfare più intelligente e più giusto sarebbe capace di preservare le persone nelle sicurezze che hanno conquistato.
Parla come il ministro Fornero.
Questo è il paradosso. La sinistra è diventata conservatrice. È evidente. Quando io ero ragazzo, Amendola sarebbe stato anni luce più a sinistra di Rifondazione Comunista. Dal punto di vista culturale c’è stata un’implicita accettazione del modello capitalistico liberale. Anche le correzioni di buon senso che la destra comunista consigliava di fare sono fuori gioco.
Ci sono delle proposte di riforme, però.
Io penso che i riformatori italiani intelligenti avrebbero tutto l’interesse a una radicalizzazione della situazione politica del paese. E dall’altra parte penso che questi tentativi di radicalizzare possano andare d’accordo – almeno intellettualmente – con delle misure prese facendo riferimento a un’analisi della situazione reale e non ideologica.
Se dovesse osare, invece, cosa direbbe?
La dimensione di rottura vera sarebbe quella di fondare una città. Regole completamente diverse. Mostrare che si può vivere in maniera differente. La città è un’immagine che uso per rendere chiaro che il problema è veramente grave. Le istituzioni e i partiti sono impreparati. L’unica cosa che sanno fare è pensare a nuovi posti di lavoro. Cose completamente inutili. Non si pensa a creare lavoro, attività produttive: ma posti di lavoro. Il lavoro come ammortizzatore sociale.
Pensa che sia impossibile un maniera diversa di vivere dentro il capitalismo?
Si può rifondare una città che già esiste. Questo è chiaro. Quando dico fondare una città tout court è perché mi sembra più interessante, anche da un punto di vista pittorico. Io sono convinto – anche perché ho fatto l’amministratore – che sia possibile fare da subito delle cose che migliorano la vita della città immediatamente. Parlo di cose banali come il traffico, la mobilità, il rapporto con le Acli, il teatro e via dicendo. Fondare una città (o rifondarla) significa però rompere completamente l’ordine del discorso. Ma per fare una cosa del genere c’è bisogno di purgarsi. Non solo nel senso della catarsi. Anche in quello di liberarsi dei vermi che abbiamo addosso. Per vedere le cose da un punto di vista che non sia quello dei diritti del consumatore. Un punto di vista veramente diverso.
Nicola Mirenzi
22 febbraio 2012 at 23:28
@riccardo no, il codice captcha è una maledizione inestirpabile
@celestemurgia fai bene ad allargare il discorso, perché il discorso è veramente largo.
@rita la tua non è una cretinata, ma il reddito di cittadinanza non è nemmeno una cosa impossibile: in molti paesi del nord europa esiste già ora.
rita
22 febbraio 2012 at 22:41
Ti dirò, Nicola, subito l’avevo capita anch’io come Decebalo.
Poi ci hai fornito materiale in più che ho letto.
Premettendo che probabilmente dirò delle grossolane cretinate: a me anche questa sembra una delle solite bellissime missioni impossibili sulle quali soprattutto la sinistra più di sinistra ama baloccarsi buttandocisi a capofitto quando non sa dare risposte concrete a chi ha perso il lavoro, a chi ce l’ha precarissimo e schiavizzante, a chi (da sempre tra l’altro, sarebbe bene ricordarlo) non arriva a fine mese.
A me non convincono molto questi “viaggi” di Piperno e mi appassionavano neanche più di tanto quando ero più giovane.
celeste murgia
21 febbraio 2012 at 22:18
“possibile un passaggio di civiltà che fuoriuscisse dalla condanna biblica al lavoro”
Estrapolo il suddetto frammento dell’articolo di Lanfranco Caminiti che mi pare pertinente e aggiungo che questa intervista di Mirenzi a Piperno apre la discussione a nuovi scenari. Dice bene Piperno che ci dobbiamo sverminare.
Cioè aprirsi e diffondere (sarà possibile?) pensieri, culture ed esperienze già avviate, a volte seppur fallite o annacquate.
La profonda e monumentale esperienza ereditata da Ivan Illich, la decrescita ben divulgata da Serge Latouche, Paolo Cacciari e il giornale Carta in Italia, IL Bilancio Partecipato derivante dall’esperienza di Porto Alegre e la stagione per quanto ora sembra tramontata dei “Nuovi Municipi” ci hanno fatto sperare . Anche i tentativi fatti dalle Botteghe del Commercio Equo e Solidale poteva fruttare meglio.
Abitare e vivere con i mezzi delle culture autoctone invece del denaro come unico valore di relazione ed organizzazione sociale deve essere possibile.
E’ necessario superare l’ossessione patologica della crescita e del profitto a cominciare da noi stessi e dai partiti definibili ancora di sinistra e movimenti ancora in campo. Invece i NO TAV soffrono l’isolamento.
Il rapporto con la Fiom, che tutti riconosciamo pilastro democratico fondamentale, secondo me soffre degli stessi attriti che il sindacato aveva nella richiesta dei pacifisti di chiusura delle fabbriche d’armi.
La mia preoccupazione non è che non sia possibile cambiare il mondo, la mia preoccupazione è che riscontro una assuefazione a questa cultura ritenuta unica che invece è solo la peggiore, complice in primo piano la cosidetta informazione e la discarica televisiva.
L’esperienza per anni a livello locale e oltre mi rende pessimista perchè tanta gente di valore e di qualità non hanno resistito alle sirene del potere e del denaro.
saluti
celeste murgia
Riccardo DE SIENA
21 febbraio 2012 at 21:14
Grazie Nicola ! Il tema è stuzzicante e merita di essere approfondito…vado a vedere (se ci riesco) sul sito che hai segnalato.
P.S.: non si può proprio abolire quel codice captcha del piffero ? Non lo becco mai alla prima !
Nicola Mirenzi
21 febbraio 2012 at 18:03
Piperno non dice di vivere senza reddito, anzi, chiede di istituirne uno di cittadinanza. Quanto a dove reperire i fondi su questo saggio potrai trovare delle informazioni utili http://www.i-libri.com/il-reddito-di-cittadinanza-di-giuseppe-bronzini.html
Decebalo
21 febbraio 2012 at 17:49
Scusate ma forse mi perdo qualcosa.
Chiave di volta di questa visione è la possibilità di vivere senza reddito. Su questo punto la risposta di Piperno non mi pare sensata. Alle spalle della famiglia?! E come mi potrei sentire realizzato se sarò per sempre dipendente da altro da me? E come può essere eterno il mantenimento casalingo? Il reddito di cittadinanza con quali risorse potrebbe essere assicurato?
Nicola Mirenzi
20 febbraio 2012 at 23:05
sul primo punto, piperno la pensa esattamente come te. è una parte dell’intervista che, per motivi di spazio, ho dovuto tagliare. grazie a te.
Riccardo DE SIENA
20 febbraio 2012 at 22:25
Una rivoluzione culturale, fondata su una filosofia del tutto diversa……
….la “S-PRODUZIONE” ? Ho capito bene ? O meglio, la produzione di beni non più legata alla (sola) attività lavorativa umana ?
Se questo è il concetto, mi affascina, non fosse altro che per l’idea (di cui sono convinto da anni) che la filosofia debba finalmente prevalere sull’ideologia.
Posso buttare, alla rinfusa, qualche ulteriore spunto di riflessione ? Ok, lo prendo per un sì….
1 – e se invece di “costruire (o rifondare) una città”, si partisse dalla campagna ? Forse un piccolo centro di provincia, o un borgo montano, potrebbero essere più facilmente gestibili – anche in termini rivoluzionari – rispetto ad un grande agglomerato urbano;
2 – educazione, istruzione, scuola…possono non-entrare nel discorso ? Non credo. Una riforma del sapere e della sua trasmissione, in senso non produttivistico, è necessaria tanto quanto la liberazione del salario dal lavoro (o del lavoro dal salario…). Gli esamifici – le scuole attuali – dovrebbero davvero sparire, insieme a quella autentica bestemmia della Conoscenza che è il “valore legale del titolo di studio”…e finalmente gli insegnanti tornerebbero a fare ciò che devono: gli “spiegatori”;
3 – anche una “educazione al divertimento” sarebbe ora di varare – e poi di sperimentare. A volte – lo so che sembro un pazzo – divertirsi è la cosa più difficile che ci sia. Salvo che per “divertimento” non si intenda impiornarsi (da queste parti significa “ubriacarsi”) o devastarsi con altra roba, più o meno pesante. Anche la “cultura” dello sballo a tutti i costi – a ben vedere – è funzionale al sistema.
Grazie, se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui. E grazie anche se non l’avete avuta.