Ora che Scalfari ha sdoganato Sanremo, politicizzandolo, accusandolo di populismo, dedicandogli un pensoso e preoccupato video-editoriale in cui – senza misura – paragona Celentano a una bottiglia molotov, e quindi incita ai provvedimenti da prendere [è curioso st’uomo, la cui carriera è volata denunciando il tintinnar di sciabole del piano Solo e che tramonta chiedendo ordine e disciplina a ogni piè sospinto], anche uno sprovveduto come me si sente in diritto di parlarne [del Sanremo musicale non ho le competenze, del Sanremo come evento, stiamo sempre a parlar male, ma finché ci sarà succede].
Questo non è un Sanremo politico, al contrario di quel che pensa Scalfari, è un Sanremo teologico; segnato dal discorso [della montagna] di Celentano in cui si accusa la burocrazia ecclesiale di non parlare a sufficienza del paradiso, perché non possiamo rassegnarci a considerare che tutto lo scopo della nostra esistenza si riduca «a questa vita di merda, tra crisi e guerre». E vinto da Emma che si ostina a non voler credere che sia più facile morire piuttosto che vivere questa vita di crisi, e solo questa ostinazione la spinge a andare avanti, a immaginare un futuro – il passato ormai è perso –, a pensare che «questo non sia l’inferno».
Tra paradiso e inferno, insomma, s’è dipanato il filo del festival, che è perciò diventato il luogo proprio della sospensione della pena e della grazia possibile, della scelta tra la caduta, l’abisso, e l’ascensione, il cielo. Insomma, il purgatorio, un nodo da bolla papale, altro che solo canzonette.
Verrebbe quasi da pensare a una architettata combine teologica [da imputare al direttore artistico dimissionario, Mazzi] il cui esito non poteva che essere la vittoria di Emma, data subito per gran favorita. Io non voglio crederci. Emma peraltro ha fatto di suo; si è presentata con Gary Go, cantando insieme Il paradiso, una canzone di Lucio Battisti del 1969 dapprima passata inosservata e che Patty Pravo aveva ripescato e lanciato alla grande, dopo che aveva avuto successo in Inghilterra con gli Amen Corner che l’avevano ribattezzata If Paradise is half as Nice, che si potrebbe tradurre con una cosa tipo: se il paradiso fosse fantastico pure la metà. La vita è così / tu quando non hai / vuoi avere di più / e dopo che hai / ti accorgi che tu / fermarti non puoi / e vuoi quel che vuoi. Una scelta perciò assolutamente compatta la sua, un gioco di ridondanza, un ragionamento con i piedi tutti dentro la materialità e il desiderio. Un discorso, fatto nel modo che è proprio di un cantante, cioè cantando. Anche ammettendo che abbia strizzato l’occhio al pubblico e alla giuria, parlando della crisi, cioè dell’«argomento del giorno», per accattivarselo, non mi sembra questa possa essere una critica. Quasi sempre a Sanremo si vince per quello, per la capacità d’essere immediati, di giocare e vincere “questa partita”: è come la Champions, andata e ritorno e eliminazione diretta, non è un campionato lungo a diciotto squadre. Tutto Sanremo ha d’altronde giocato con la crisi: il conduttore tecnico, la sobrietà, il loden, lo spread e lo share, l’Italia in versione Elisabetta Canalis che se la chiami torna, l’orgoglio italiano [«Ho dato la vita e il sangue per il mio paese e mi ritrovo a non tirare a fine mese»], ecc. Emma è stata brava, e ha spiazzato anche me – c’azzecco quasi sempre – che davo per vincente Noemi [improponibile in ultima serata, con quel blu elettrico addosso a sparare con i capelli in rosso fiamma].
Era Emma, insomma, che parlava di governo e politica, parlava al governo, di ammortizzatori sociali, di welfare [«Se tu hai coscienza, guidi e credi nel paese dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare, per pagarmi dove stare, dimmi che cosa devo fare»]. Celentano parlava di Dio.
Celentano non è il Messia ma neppure l’Anticristo. È un reazionario, non un uomo di centrodestra o un conservatore, e qui sta forse tutta la sua grandezza, la capacità di parlare a quella parte di noi, dentro di noi, che resiste sempre alla modernità, che è per principio “riformatrice”. Era così da ragazzo della via Gluck, quando se la prendeva con l’urbanizzazione delle periferie [e dove li avrebbero dovuti mettere gli immigrati meridionali buoni a tirare avanti le fabbriche?], era così quando cantava contro gli scioperi di classe [«chi non lavora non fa all’amore»], lo è oggi quando sposta il piano del conflitto dalla materialità [la crisi, le guerre] all’oltremondano, al paradiso, alla vita futura, che dovrà compensarci di questa.
Soffriamo, non c’è alternativa al patimento, ma saremo ricompensati. E non c’è discorso più reazionario di questo. Soprattutto se questo discorso chiude la domanda di Emma: «che cosa devo fare». La risposta di Celentano è: credere nel paradiso.
Altro che bottiglia molotov, questa è aspersione di acqua santa di Lourdes. E non come quella di Trapattoni, su un prato a vincere d’un gol di scarto. Ma a spegnere ogni incendio.
Dov’è però – come succede con ogni discorso davvero reazionario, cioè apocalittico – che questo pompieraggio, questo calmieramento si rovescia nel suo opposto, e si fa, cristianamente, «scandalo»? Nell’imputare ai «tecnici» del paradiso – ai preti, ai frati, alla chiesa che di questi giorni di scandali ne ha ben più terreni – di non parlarne abbastanza.
E qui, nell’antitecnicismo, Celentano diventa un Martin Lutero che affigge le sue tesi contro le indulgenze e il compromesso non sul portone della chiesa di Wittenberg ma sul palco dell’Ariston.
Il paradiso di Celentano – dice che nessuno può sapere come sarà, e che già nell’ipotizzarlo, nel disegnarlo finiamo col rimpicciolirlo, col banalizzarlo – è un gran rifiuto. Un gran rifiuto del presente e della sua riformabilità spicciola.
In questo rifiuto, in questa resistenza, in questa non-accondiscendenza Celentano intercetta il cuore degli italiani, quegli “ignoranti” come lui che non capiscono molto di tabelline, di spread, di grafici, di numeri, ma che si ostinano a credere che il mondo non possa essere tutto lì, che la loro esperienza – che non si fa mai cultura, non si fa mai informazione, non si fa mai narrazione, tutt’al più canzonette – racconta altro, chiede altro. Lasciate perdere i tecnici del paradiso, sembra dire Celentano, ciascuno piuttosto lo speri da sé, direttamente con Dio.
Se la leggiamo così, che è Celentano a specchiarsi in Emma – «ho ancora il sogno che non rimangano parole» – e non viceversa, allora sì che le cose si rovesciano.
Allora, sì, che ha ragione Scalfari, che invece è un conservatore: Celentano è una bottiglia molotov. Contro l’inferno [la Grecia] e contro il purgatorio [le misure per uscire dalla crisi]. Contro la paura.
Per ora, accontentiamoci di questa, di molotov. Non rimangano parole, canta Emma. Meglio che niente.
La vita è così / tu quando non hai / vuoi avere di più / e dopo che hai / ti accorgi che tu / fermarti non puoi / e vuoi quel che vuoi.
Lanfranco Caminiti
21 febbraio 2012 at 07:51
credo che lei veda solo la “costruzione” dell’evento, proprio così come lo immaginava quel carrozzone deludente e insultante della rai.
la costruzione dell’evento prevedeva che dentro uno spettacolo costruito montianamente, governativamente, consolatoriamente, ci fosse un giullare.
una botta di vita che transitava, non sedimentando nulla, e desse un po’ di luccicchio al carrozzone. l’hanno fatto con benigni l’anno scorso, no? il cavallo, il tricolore ecc ecc.
dentro questa “grammatica” – c’è gente che viene pagata per questo, gli autori, i direttori artistici – ci stava celentano.
io non discuto celentano, e le sue profezie.
sto parlando dell’effetto celentano, di questo celentano, in questo sanremo.
si può fare spallucce e mandare tutto affanculo.
però, se l’italia tutta – che è per principio divisibile in innocentisti e colpevolisti – ne ha parlato, forse vale la pena entrare nel merito, nel dettaglio, e non limitarsi all’ingrosso.
il dettaglio, per me, è che “questo” celentano ha fatto saltare i giochi.
forse i suoi stessi giochi – tipo, il siparietto con pupo, o quelli che gli avevano scritto.
e credo che dipenda dalla ricezione di celentano, quindi dagli spettatori, mica solo dalle cose dette da celentano.
se ha creato questo scandalo, allora vuol dire che le cose da lui dette, che ciascuno – come ho fatto io – interpreta a modo suo, legge a modo suo, applica nel circostante suo, nella sua esperienza, in questo momento siano dirompenti, e comunque abbiano rotto lo schemino della rai.
e a me questo sembra interessante, molto.
di come cioè sia vissuta la ricezione di celentano.
cioè mi sembrano interessanti gli spettatori.
celentano ha parlato del paradiso, in un momento – la crisi, il governo – in cui incombe solo il purgatorio.
questo è il punto. non importa come lo abbia detto, e le sue elucubrazioni.
e in questo momento, non si può proprio – la crisi sarà lunga, i sacrifici dureranno e dobbiamo farne altri e sempre di più – parlare di paradiso.
il paradiso ci è vietato. anche solo menzionarlo.
Riccardo DE SIENA
20 febbraio 2012 at 16:28
Le profezie di Celentino….
JE REGRETTE…O, se si vuole, MI RINCRESCE.
Celentano è un po’ come l’articolo 18 (…di che cosa ? ).
Nessuno dei due è il vero problema. Entrambi sono – secondo la ben nota formula – “mezzi di distrazione di massa”…nulla più.
Il molleggiato cerca da decenni di accreditarsi come predicatore, laico ma non troppo, come un Savonarola televisivo, un fustigatore di quelle contraddizioni sociali ed economiche nelle quali lui stesso ha intinto il pane per lustri e lustri. Facile fare i predicatori a pancia piena..e a villa decorata.
Je regrette o, se si vuole, mi rincresce, ma non sono d’accordo. Né con lui né con lo “star system” che lo ha prodotto e nutrito per tutti questi anni. La concretezza che mi deriva dall’abitare in montagna, in una regione “difficile” come sono tutte quelle alpine, mi porta sempre a considerazioni pragmatiche e a valutare le persone e le situazioni in base a ciò che sono, non a ciò che sembrano. Dico perciò che Celentano è una molotov senza benzina, una promessa sempre rinnovata e mai mantenuta.
Ma il vero problema non è lui: il vero problema è costituito da chi ancora lo cerca, lo adula, lo celebra e da quelli che paradossalmente inveiscono – come Scalfari – e sparano ad un non-bersaglio.
Il vero problema è una RAI impazzita, disposta a cedere un sacco di soldi (nostri) a un sacco pieno di vento (Celentano, anzi Celentino). Per che cosa ?
In tempi di crisi nera e di fame vera, i capoccioni di Viale Mazzini si ostinano nella politica del “panem et circenses”, elargendo alla plebe televisiva (sempre noi…) spettacoli rutilanti e sfarzosi, costosissimi, pieni di “stelle” e vuoti di arte.
In tempi di crisi vera e di fame nera, mi sarei aspettato qualcosa di più serio dalla Radio Televisione Italiana: ad esempio, non mandare più in onda le Profezie di Celentino.