A sentire chi da anni lo urla per professione, sembra che il tintinnar di manette sia un gioco a costo zero per la democrazia. Una semplice operazione d’igiene penale dalla quale le istituzioni pubbliche hanno solo da guadagnare in termini di credibilità e trasparenza. Nella realtà, invece, il conto dell’eccitazione carceraria viene prima o poi servito a caro prezzo al tavolo dello stato di diritto e della sovranità popolare.
L’ex governatore dell’Abruzzo Ottaviano del Turco sa bene cosa significa essere costretto alle dimissioni, stare in galera per ventotto giorni e agli arresti domiciliari per tre mesi, sotto l’assalto di un’opinione pubblica che nella sua grande maggioranza prende per oro colato le carte bollate della procura. C’è una «valanga di prove schiaccianti che non lasciano spazio a difese», aveva detto il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi nella conferenza stampa del 15 luglio del 2008, il giorno dopo aver ordinato l’arresto di Del Turco e aver aperto di fatto una crisi politica che portò di nuovo alle urne gli elettori abruzzesi e il centro-destra a sostituirsi al potere.
Di quelle «prove schiaccianti che non lasciano spazio a difese», oggi, rimane solo un’ombra piccina piccina. Dopo tre anni e mezzo di indagini, la magistratura non è riuscita a trovare ancora riscontri oggettivi dell’accusa di concussione mossagli sulla base delle parole pronunciate agli inquirenti dall’imprenditore Vincenzo Maria Angelini, considerato all’epoca il re delle cliniche abruzzesi. Roberto Rossi ha scritto oggi sull’Unità un articolo molto informato e preciso sul vicolo cieco in cui sono finite le indagini, evaporate alla luce della realtà. «Non ci sono conti correnti – constata Rossi – né in Italia né all’estero, non ci sono case, quadri, proprietà che non siano giustificati, non ci sono auto, investimenti, spese fuori post. Nulla».
Quello che è andato perduto è la carriera politica di Ottaviano Del Turco, macchiato per sempre dall’onta di essere finito sotto gli artigli di un procuratore della Repubblica (che nell’immaginario della sedicente sinistra stile Il Fatto Quotidiano equivale alla macchia della colpevolezza). Va da sé che se le cose dovessero confermarsi in questa forma il valore del danno subito da Del Turco andrebbe ben al di là della politica e riguarderebbe quel pezzo di vita sottratto alla libertà che nessuno sarà mai in grado di restituirgli. Ma a uscire danneggiati da questa conferma sarebbero anche gli abruzzesi che avevano votato per Del Turco alle elezioni e si sono visti espropriare del loro potere di sovranità da una decisione legittima nella forma del diritto ma discutibile dal punto di vista del rapporto tra potere giudiziario e sovranità popolare – il caposaldo di qualsiasi stato liberale.
La faccenda però non sembra interessare abbastanza l’opinione pubblica nostrana, impegnata a discutere nel dettaglio la fondamentale riforma del pane fresco anche alla domenica. Ma se l’Italia vuole continuare a essere il paese di Cesare Beccaria, non solo dal punto di vista della pura espressione geografica, farebbe veramente bene a interrogarsi sulle misure “dei delitti e delle pene”. Se non ora, quando?
Giovanni De Caprio
29 gennaio 2012 at 22:49
@enrico antonioni
sono perfettamente d’accordo con la necessità di eliminare certi assurdi automatismi. E sono pure d’accordo che in una democrazia sana sia necessario prevenire la paralisi di organi costituzionali, consentendo che l’attività del potere giudiziario, oltre che a perseguire reati, possa indirattamente influire sulla vita delle altre istituzionii Tuttavia credo che a certi perversi risultati si pervenga si è lasciato un enorme potere discrezionale ai magistrati nell’uso della custodia cautelare. Come giustamente evidenzi, nel provveidmento che hai citato il giudice pone in correlazione il recupero della libertà con le dimissioni. E evidente che cio disvela un uso della custodia in carcere che va ben oltre la previsione di legge. Dovremmo ricordare che la custodia cautelare in carcere è, secondo il nostro codice di procedura penale, una estrema ratio, ossia un rimedio estremo, straordinario, e che al contrario, si è consolidata la prassi, senza alcun riferimento a leggi vigenti, ma solo sulla scorta di interpretazioni giurisprudenziali, che tale misura sia la norma. Purtoppo il tema è impopolare, perchè sappiamo bene che qualunque politico osi addentrarsi nella questione, viene immediatamente additato come amico dei cirminali e via dicendo, e credo che nessuno avrà mai il coraggio in questo paese di mettere mano ad una simile riforma. Non resta che sperare in una rivoluzione, una rivoluzione culturale anzitutto, ma haimè, all’orizzonte, non vedo niente………..
Enrico Antonioni
29 gennaio 2012 at 22:22
In realtà l’attentato al funzionamento di un ogano costituzionale dello Stato mi pare sia reato. La Regione (che esercita poteri legislativi) lo è sicuramente. Le dimissioni forzose (se ti dimetti esci di galera, questo l’avevano capito tutti ed è anche teorizzato nell’ordinanza di scarcerazione) del Presidente provocano lo scioglimento dell’organo legislativo e l’attentato alla sovranità popolare.
Bisogna rimettere mano a questi automatismi sciocchi. Se il presidente, o il sindaco, si dimette subentra il suo vice e si conclude il mandato elettivo. Altrimenti consegniamo al magistrato inquirente il potere di sciogliere organi elettivi che non ha e non deve avere.
Giovanni De Caprio
29 gennaio 2012 at 00:34
Condivido appieno l’articolo. Leggo spesso Il Fatto e piu che gli articoli mi soffermo a leggere i vari commenti. C’è una cospicua parte della pubblica opinione che è affetta da questa smania di vedere gente in galera. Oggi ad esempio era pubblicato un pezzo dedicato al discorso del ministro Severino all’apertura dell’anno giudiziario. Per la verità la solita e inconcludente litania sulle disumane condizioni carcerarie ( l’ennesima vergognosa ammissione !). Ebbene i commenti dei lettori erano unanimi: costruiamo nuove galere e assumiamo nuovo personale della Polizia penitenziaria. Perche nessuno deve farla franca. Questo è il trend, e questa è una parte consistente della sinistra italiana. Mi stupisce che il Fatto, con il suo stuolo di lettori inferociti, non abbia plaudito il ministro Alfano quando proponeva di costruire nuove galere anziche di svuotarle!