A sinistra non si può sfuggire alla sensazione che Sel viva un momento di difficoltà. Non mi riferisco a quella di un partito che, non avendo rappresentanti in Parlamento, non ha di conseguenza risorse. Né a quella che deriva da una visibilità che, in queste ultime settimane, si è sensibilmente ridotta. Sono difficoltà da non sottovalutare ma non mi sembrano la principale. Non penso neanche, o soltanto, alla difficile situazione in cui il governo dei tecnici ha messo tutto lo schieramento di sinistra e quindi anche l’organizzazione di Nichi Vendola. Anche se è evidente quanto sia stato complicato per Sel affermare una opposizione di sinistra a questo governo senza aderire alle tesi, pure ampiamente presenti a sinistra, del complotto internazionale o del golpe dei centri finanziari. Credo che le difficoltà del partito di Vendola abbiano una origine più profonda della quale, del resto, gli stessi dirigenti appaiono consapevoli.
Lo dimostra una recente intervista di Vendola all’Unità nella quale il leader di Sel definisce il governo Monti una variabile «colta e illuminata della destra» e dice chiaramente al Pd: «Se la prospettiva di un nuovo Ulivo di cui ha parlato Bersani non c’è più perché c’é una svolta a destra, noi saremo competitivi con il Pd in maniera virulenta». E aggiunge: « Io e Di Pietro non abbiamo paura a metterci a capo di un altro polo di governo, alternativo al Pd». Qual è quindi questa difficoltà prevalente che ha rallentato anche se non fermato la corsa di Sel nei sondaggi e negli ultimi mesi ha reso più opaca la sua presenza nella scena politica? È sicuramente l’assenza di una proposta chiara e visibile che possa essere definita di sinistra. È vero che questa mancanza c’era anche qualche mese fa, che Sel è una organizzazione politica in formazione e che nasce dalle macerie di una sinistra alternativa che nelle ultime elezioni politiche è stata espulsa dal Parlamento. Ma è altrettanto vero che la prospettiva di elezioni primarie nello schieramento di centro sinistra, elezioni nelle quali si potessero confrontare diversi leader e quindi diverse opzioni politiche è stata in qualche modo sostitutiva. Essa evocava la presenza di una proposta politica di Sel, indicava il metodo con cui questa si sarebbe potuta affermare e l’ambito che avrebbe dovuto cogliere.
Tutta la sinistra, senza paletti e senza pregiudizi avrebbe scelto. La proposta politica quindi si sarebbe completamente rivelata nel modo più giusto e più vicino al popolo. In questo quadro e all’interno di questa promessa politica il populismo di sinistra di Vendola ha assunto il valore tutto positivo di un’adesione alla ricerca comune, ed è entrato in contrasto, ancora una volta positivamente, con l’immobilismo del Pd, col minoritarismo elitario di tanta sinistra radicale e con la ricerca astratta di ricette di risposta alla crisi, di programmi a tavolino privi dell’anima e del corpo degli elettori e dei militanti di sinistra. Ma la prospettiva delle elezioni primarie è sfumata e il quadro è cambiato. La sola evocazione di una proposta politica di sinistra è apparsa insufficiente. E qui si è sentita una difficoltà, un senso di paralisi, quasi un’afasia sui grandi problemi del Paese. I nuovi tempi aperti dalla nascita del governo Monti esigevano una chiarezza e una proposta immediata. Una risposta al governo dei tecnici che sapesse cogliere la realtà dei problemi da essi posti (la crisi economica, le storture del sistema, la necessità di interventi immediati, il superamento dei tempi e dei modi della vecchia politica) e nello stesso tempo svelasse la non neutralità delle scelte fatte mostrando l’alternativa ad esse.
Chi, se non Sel, poteva lanciare nel confronto popolare una nuova proposta politica che forse non avrebbe pagato immediatamente, ma nel grande mare del disorientamento della sinistra sarebbe apparso un faro, una possibilità? Chi non avendo quasi nulla da perdere neppure seggi parlamentari, chi, non potendo certo essere accusato (proprio perchè assente dal Parlamento) di voler far cadere un governo da molti ritenuto indispensabile, poteva avere tanta audacia e usare quel populismo di sinistra che caratterizza l’esperienza vendoliana in un modo diverso? Chi aveva conquistato un prestigio politico che gli consentiva di rivolgersi ad un società e ad una sinistra che subiscono il presente, ma che, proprio per questo, avrebbero bisogno di vedere una prospettiva per il futuro. Sel le aveva tutte queste possibilità e queste qualità. Forse le ha ancora, ma dovrebbe fare in fretta. I tempi sono politica e la prudenza non è sempre una virtù.
CELESTE
23 gennaio 2012 at 18:24
Brava Ritanna,
da buona giornalista cerchi e indichi spiragli a politici che pensiamo siano sopravvissuti alla catastrofe.
Allego l’ultimo editoriale di Luigi Pintor di 9 anni fa, profetico e forse ancora utile a chi vorrà ripensare e riflettere…….
La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.
Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile. Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. E’ una constatazione non una polemica.
Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive.
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.
Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile. Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.
Francesco Colocci
23 gennaio 2012 at 11:41
Cara Ritanna, coraggio certamente sì ma anche concretezza e rigorosa attenzione al destino comune se le informazioni sulla catastrofe provocata prevalentemente da Berlusca sono vere. Infatti – come sosteneva Luigi Einaudi – prima la più corretta, approfondita ed oggettiva informazione e poi le decisioni. Niki Vendola è sicuramente una risorsa ma non si può sprecare per lisciare il pelo ai disfattisti del radicalismo cosiddetto di sinistra. Dire no è sempre facile e populistico (c’è sempre chi raccoglie il messaggio) ma la politica è GOVERNARE LA CASA COMUNE tenendo conto della complessità delle esigenze. Dunque non spingere Niki nell’angolo della insignificanza politica mentre si trova a rappresentare un orizzonte di speranza soprattutto, se saprà sapientemente dialogare con la sinistra sclerotica del Pd in cui Bersani rappresenta pur sempre una faccia accettabile e, pare, onesta. Del resto senza Pd, non tanto elettoralmente ma in vista di un governo del Paese, non si va da nessuna parte.
Sam Moser
23 gennaio 2012 at 02:21
x carlo: siamo matti? Di carrozzoni di stato ce ne sono anche troppi ancora e sono patetici proprio per la politicizzazione e lottizzazione interna poi non parliamo di “nuovo modello” ma di che stai parlando? La muffa e fuffa della sinistra incomincia proprio con il SEL e finisce con il PD per passaresotto il giogo di IDV. Suggerisco realta’ e non utopia ormai garantita fallimentare.
Sam Moser
23 gennaio 2012 at 02:17
Chavez, Raul e Fidel Castro, Kim Jon Il…tutti interventi soporiferi da tre ore minimo. Se vi appendete a Ggiggino ‘A’Purpetta di Napoli e a SVendola di Bari siamo a posto!!!!!! Rispettiamo il pensiero e le opinioni di tutti ma per piacere!!!!! Sta muffa via!!! Sangue nuovo e pulito….
carlo
21 gennaio 2012 at 22:59
Non c’è più tempo per gli equivoci altrimenti tra pd e sel non ci sarebbe più alcuna differenza. Il primo chiarimento eliminando uno degli equivoci, mi sembra quello di scegliere con chi stare in Europa, a quale gruppo aderire cioè. Il secondo mi sembra quello di fare chiarezza se continuare ad assistere alla demolizione di una stato sociale modello social democratico, oppure respingere il liberalismo imposto da questo governo di tecnici (tecnici liberisti chiaramente) per un rilancio di un nuovo modello di socialismo europeo.
Forse ai più sfugge, si fa un gran parlare, convincendoci che sia un bene, di liberalizzazioni, ma ci si rende conto fino in fondo dei rischi che questo inaudito modello comporta? io avrei preferito ascoltare l’indicazione del governo di nazionalizzare alcune grandi società sul vecchio modello delle ppss (partecipazioni statali), una grande industria strategica sotto il diretto controllo dello Stato e non dei privati. Ecco caro compagno Vendola, queste sono alcune cose dove occorrerebbe fare al più presto chiarezza perché qui non c’è da rifondare un partito , ma una intera società, un intero modello. Lo avevi accennato e suggerito ai nostri dirette interlocutori Bersani e Di Pietro, ma almeno il primo ha preso un’altra strada e allora facciomolo subito questo congresso a diamoci una linea strategica, per noi di SeL, e per la società italiana.
Bruno Roveda
21 gennaio 2012 at 19:32
Riscrivo perché INCOMPRENSIBILE…
(…) a rischio di intaccare (pazienza) qualche grande o pioccola leadeship del “partito” … _Francesco_
E senza paura di “smantellare” qualche più o meno consistente “comitato elettorale” diffuso qui e là nei teritori… _Bruno_
Bruno Roveda
21 gennaio 2012 at 19:28
(…) …
E senza paura di “smantellare” qualche più o meno consistente diffuso qui e là nei territori…
Francesco
21 gennaio 2012 at 15:23
Cari Altri,
sono d’accordissimo. Bisogna passare al più presto dalle formule (primarie, foto di Vasto, nuova sinistra di governo) ai contenuti. Dalla narrazione (sacrosanta) alle proposte. Cosa farebbe Nichi se (vinte le primarie che non ci saranno) andasse al governo? Cosa direbbe a Bruxelles? Con quali argomenti affronterebbe Merkel, Draghi, Standard and Poor’s? Bisogna mettere in campo ALTRE idee di economia, di Europa, di uscita dalla crisi. E raggruppare intorno a queste una “massa critica” di cittadini e movimenti. Ma per fare questo bisogna APRIRE Sel, farne campo di confronto per le intelligenze della sinistra e dei movimenti, a rischio di intaccare (pazienza) qualche grande o piccola leadership del “partito”…