Socialize

FacebookTwitter

La concertazione ingabbia il conflitto. Camusso, fai come la Fiom!

Ritanna Armeni Pubblicato da
il 10 gennaio 2012.
Pubblicato in Attualità, Diritti, gli Altri, Lavoro.

Susanna Camusso farebbe bene a rifiutare la concertazione. Farebbe bene a prendere l’iniziativa. Non per subordinarsi agli inviti che illustri editorialisti e politici di destra le hanno inviato. Non per accettare le richieste proterve di mettersi da parte e di lasciar fare ai tecnici al governo. Non per questo. Ma per l’esatto contrario. Oggi la concertazione non serve più ai lavoratori (se mai è servita nel passato), li costringe in una gabbia già costruita, mette i loro rappresentanti nella condizione di consulenti del governo, cancella quindi ogni ruolo del sindacato e lo riduce a fantasma istituzionale privo di valore sulla scena politica.

Capisco bene che di fronte al tentativo di estromettere definitivamente le tre confederazioni dalle scelte decisionali, un grande sindacato si ribelli e dica di no, ma, riflettiamoci bene, la concertazione è davvero la cosa più conveniente che oggi si possa fare per difendere i diritti dei lavoratori di fronte a questo o ad un altro governo? Solo con questo metodo si può avere una relazione con le imprese? Nel 1992, quando in presenza di una delle tante crisi che hanno attraversato l’Italia, si decise per il metodo concertativo si poteva anche coltivare l’illusione che esso portasse a qualcosa di buono. E molti si illusero. Governo sindacati e industriali si impegnarono a costruire un tavolo comune nel quale risolvere i problemi sociali e vertenze e a varare un programma di nuovi investimenti e di rilancio economico. In sostanza a ingabbiare la conflittualità.

Era una illusione, appunto, come tutte le politiche sociali che prevedono due tempi, quello dei sacrifici dei lavoratori e quello, che viene dopo, della ricompensa e degli investimenti. E già allora da gran parte del sindacato fu vissuta come un ricatto. Giuliano Amato, capo del governo, aveva più o meno detto alla Cgil: “o accettate la concertazione, cioè la sospensione della conflittualità, oppure mi dimetto”. Bruno Trentin, di fronte alla concreta possibilità di una crisi di governo in piena crisi economica e finanziaria, fu costretto ad accettare. E poi, verificata l’opinione decisamente contraria degli organismi dirigenti del sindacato, a dare le sue dimissioni. Insomma già nel 1992 il maggiore sindacato era assolutamente consapevole che concertazione significava fine dell’autonomia, rinuncia ad una politica che nascesse dalle esigenze dei lavoratori, limitazione del ruolo di rappresentanza.

Da quel 1992 sono passati venti anni. Il metodo concertativo ha avuto un andamento contraddittorio, ma non è mai stato messo in discussione nel suo significato di fondo. Anche quando i rapporti fra governo e sindacati sono stati molto tesi, anche quando gli industriali hanno messo pesantemente in discussione conquiste importanti del mondo del lavoro anche quando, come nel caso dell’articolo 18 , la Cgil si è mobilitata come mai per impedire la sua cancellazione, nessuno ha mai osato affermare che era meglio farne a meno. Con quali conseguenze? Almeno tre che meritano una riflessione da parte della pragmatica Susanna Camusso: gli investimenti e il rilancio allora promessi non ci sono stati, all’opposto l’apparato industriale del paese ha subito un ridimensionamento di cui ancora non si vede la fine e i processi di delocalizzazione hanno reso debole il fronte dei lavoratori e inascoltate le loro richieste; il sindacato, impegnato in un ruolo istituzionale sempre più asfissiante, ha rinunciato di fatto (magari non nelle intenzioni) alla rappresentanza di un mondo del lavoro che i processi i globalizzazione e la conseguente ristrutturazione industriale hanno prodotto e che i governi che si sono susseguito alla guida del paese hanno agevolato, cioè la nascita di un esercito di precari mal retribuiti, sottoposti al ricatto occupazionale e privi di rappresentanza e organizzazione, la cui presenza ha reso comunque più deboli anche i cosiddetti garantiti; infine la stessa presenza del sindacato nella stanza dei bottoni è stata considerata di troppo. È storia di questi giorni la decisione del governo tecnico di procedere non dopo avere “concertato”, ma dopo aver consultato il sindacato.

Varrebbe allora la pena riprendersi quell’autonomia consegnata venti anni fa. Varrebbe la pena ripensare a quanto diceva quando era capo della Cgil un moderato come Sergio Cofferati: ritornare a fare il proprio mestiere, mettere al primo posto la rappresentanza dei lavoratori. Dare di nuovo valore alla conflittualità, come strumento essenziale in una vera e moderna democrazia e non come retaggio di un passato di cui si preferisce non tener conto. E approfondire, senza paura, il tema per troppo tempo ignorato delle forme che la conflittualità sociale deve assumere per essere nuovamente efficace. In sostanza operare un cambiamento di rotta simile a quello che la Fiom ha operato in questi anni. Il sindacato dei metalmeccanici, che pure non ha vita facile e ha avuto un avversario come Sergio Marchionne, ha conquistato un protagonismo e ha un ruolo preciso nella vicenda sociale del paese. Rappresenta una fascia del lavoro dipendente e non ha alcun timore di affermare con forza i bisogni ed i diritti di chi rappresenta quando questi vengono messi ferocemente in discussione e ritenuti inutili orpelli di una democrazia ormai superata.

La Cgil oggi ha necessità di recuperare la rappresentanza di tutto il mondo del lavoro dipendente, a tempo determinato e a tempo indeterminato, giovani e meno giovani. Non può farlo se rimane chiusa in un ambito istituzionale dove peraltro il suo ruolo è fortemente ridimensionato. Non può farlo se rimane legata a vecchie logiche che hanno fatto il loro tempo. Non può farlo se non scopre una nuova conflittualità. Può sembrare un passo indietro in realtà sono almeno due passi avanti.

Be Sociable, Share!
Puoi seguire gli aggiornamenti di questo articolo tramite il feed RSS 2.0.
Both comments and pings are currently closed.

2 Responses to La concertazione ingabbia il conflitto. Camusso, fai come la Fiom!

  1. Marna SILIMBANI

    11 gennaio 2012 at 19:36

    Condivido in pieno quanto scritto da Ritanna Armeni. La CGIL deve fare grossi passi avanti, solo così potrà aiutare i deboli e non tutelare chi è garantito (troppo facile). Vorrei raccontare cosa è successo a mia nuora. Dipendente con un contratto a tempo indeteminato di una agezia di una grossa compagnia di assicurazioni, è stata licenziata al rientro da una assenza per maternità a rischio con conseguente perdita del figlio. Possiamo unirci noi donne affinchè tutto ciò cessi? Può il sindacato dare garanzie alle donne di poter fare figli per la crescita del nostro paese?
    Rimango a disposizione per collaborare in tal senso

  2. eva

    11 gennaio 2012 at 00:10

    Il momento è drammatico.
    La concertazione è una sorta di adagio che va bene in fase presonno.
    C’è già il PD che ha assunto questo ruolo di cantare la ninna nanna
    agli italiani e riempire di coccole Monti.
    Qui invece occorre altro che essere svegli come sentinelle!
    Bisogna non lasciare solo Landini e non far finta che il conflitto non ci sia.
    C’è, è sacrosanto. Mai è stato così opportuno sostenere dignitosamente questa verità.

    Il momento è drammatico, su scala europea ed in più…da noi ora i liberisti sono doc, un po’ di ghiaccio, un po’ piangenti,ma di buona marca.Tanto è vero che riescono a rendere britannicamente flemmatici gli italiani con il loro stile. Sembrano umani, ma sono solo banchieri…Sembrano seri, ma sono solo seriosi…Sembrano neutrali, ma sono lì su comando…Ma sono di marca e fanno tutto questo molto bene, non da ciarlatani.

    Altro piccolo dramma: gli altri du sindacati… di cui sappiamo la storia recente. Penso non sia il caso di ricordarla. Anche se Bonanni ha un pizzetto risorgimentale, i suoi occhiali ricordano vagamente quelli della Gelmini; insomma ,è sempre lui, veltronianamente da due o più parti…

    In questa situazione concertare vorrebbe dire non assumersi la responsabilità di rappresentanza del mondo del lavoro, vorrebbe dire vanificare nei fatti l’articolo primo della Costituzione.