Ormai, è diventato un coro unanime: «Monti non ha certo la bacchetta magica». Oppure: «La politica seria non fa miracoli (copyright Eugenio Scalfari)». A parlare, sono gli stessi (la Repubblica, il Corriere della Sera, il Sole 24ore) che suonavano il piffero sulle virtù magiche e terapeutiche che avrebbe avuto il governo dei tecnici guidato da Monti. E che di fronte all’evidente indifferenza dello spread (Sempre più in alto, allegria! – avrebbe gridato Mike Bongiorno) agli scienziati della Bocconi, attenuano i toni enfatici della fase uno, per non arretrare di un millimetro nella fase due. Massimo Giannini de la Repubblica è più esplicito e crudo: «Oggi paghiamo per raggiungere il risanamento finanziario. Tutto il resto verrà dopo. Le riforme e la crescita, l’equità e le grandi opere». Solo che in molti pensano che non ci sarà nessun dopo.
Il quadro è questo qui: per l’Ocse, l’organizzazione internazionale di studi economici, nell’Economic Outlook semestrale, il Pil italiano nel 2012 è atteso a -0,5%; per il 2013 la previsione è di una crescita dello 0,5%. La disoccupazione è prevista in aumento all’8,3% nel 2012 e all’8,6% nel 2013, e la crescita dei salari rallenterà (+1,8% nel 2012 dal 2,8% nel 2011 e +1,2% nel 2013).
Il quadro è questo qui: secondo le previsioni economiche della Commissione Ue, l’Europa rallenta e l’Italia si blocca. La crescita del Pil della zona euro sarà limitata allo 0,5% nel 2012, con un ritorno alla ripresa nel 2013 all’1,3%. Ma per l’Italia la situazione, tra crescita nulla, spread e debito è ancora più preoccupante.
Il quadro è questo qui: Standard and Poor’s ha diffuso una nota (Market Intellect: Earnings Expectations For 2011 And 2012 In The U.S. And Europe) nella quale si sostiene che secondo le loro previsioni ci sarà una «modesta ripresa» negli Stati Uniti con una «lieve recessione» nella zona euro nel 2012. S&P non ha fornito una previsione quantitativa, ma ha sostenuto che «l’incapacità di risolvere i problemi del debito pubblico in Europa e negli Stati Uniti potrebbe causare una crisi più marcata».
Oramai è «quasi certa» una revisione al ribasso delle previsioni di crescita economica sul 2012 da parte del Fondo monetario internazionale. Così ha avvertito la direttrice Christine Lagarde: «La minaccia immediata è semplice: è quella di un circolo vizioso, di una sorta di spirale fatta da un peggioramento della fiducia, un aumento dell’instabilità dei mercati e di accumulo di debiti pubblici che spesso diventano insostenibili».
Secondo il Centro Studi Confindustria alla fine del 2012 il Pil sarà ancora a un livello inferiore di 4,5 punti percentuali dal massimo pre-recessione. E così le stime per il 2012 sono state tagliate dal +0,2% al -1,6%. Le esportazioni italiane cresceranno solo del 2,9% nel 2012. Le importazioni risentiranno della debolezza della domanda interna: +3,6% nel 2011 e +2,4% nel 2012.
Se questo è il quadro, se queste sono le misure, se queste sono le previsioni, nazionali e internazionali, parlare di crescita è un insulto. Qui siamo alla proposta di pagare i debiti dello Stato verso i creditori con obbligazioni nazionali che fra un po’ equivarranno alla pizza di fango del Camerun (vedi Cinzia Leone nel programma satirico Avanzi). La fase due di Monti – che ha imparato presto la tecnica politica dei «discorsi del re»: gli avvoltoi che aleggiavano su di noi, il precipizio verso cui ci spingevano, noi che abbiamo puntato i piedi; d’altronde da sempre sono i tecnici a stenderli – è un’ammuina: il professore si limita ormai a dire che si tratta di «semi per lo sviluppo». Ci affideremo perciò al dio della pioggia mentre lui punterà dritto al cuore delle cose: dare alle aziende mano libera di licenziare, tanto più ora che la recessione avanza. È il «servizio» per cui li hanno messi lì banche e Confindustria. Mica per basso interesse, eh, è che ci credono proprio che stia lì la ripartenza; però uno come Passera potrebbe fare mai una patrimoniale che costringa lui e i suoi sodali a pagare del proprio? Qui non siamo come la zattera della Medusa alla deriva nel dipinto di Gericault, tutti insieme; qui, mentre il Titanic affonda, si preparano le scialuppe solo per i passeggeri di prima classe, gli altri si arrangino con una ciambella.
Se questo è il quadro, l’unico a avvantaggiarsene politicamente sarà Berlusconi. La fase uno, o Salvitalia, è stata di Monti, la fase due, o Crescitalia, lo stesso, ma la fase tre la deciderà Berlusconi. Non c’è mica bisogno di puntare allo sfascio, gli basta giocare di melina, assistere all’inerzia delle cose che precipitano. Il tempo gioca a suo favore. Vediamo l’agenda. A metà gennaio si riunisce il Parlamento europeo, ma gli argomenti all’ordine del giorno sono del tipo: «Sicurezza dei pedoni e sorgenti luminose a diodi foto emettitori» (sic!). Sempre a metà gennaio la Consulta decide sull’ammissibilità del referendum per il sistema elettorale: sarà decisivo per i partiti. A fine gennaio incontro del Consiglio europeo. Ne uscirà qualcosa? Difficile crederci. In primavera, intanto, da noi saranno circa dieci milioni gli elettori chiamati alle urne per rinnovare i consigli provinciali e comunali. Sette le province al voto, mentre i comuni saranno 959, tra cui ventotto comuni capoluogo. Alcuni sono davvero importanti, indicativi. Berlusconi sa che le alleanze sul territorio potrebbero essere geometriche, e leggerà attentamente i risultati. Se gli andasse bene, potrebbe staccare subito la spina al governo e si voterebbe a novembre, oppure aspettare ancora e in primavera 2013 si voterà, e d’altra parte a quel punto Monti sarebbe solo in agonia. Sarà bastato questo primo semestre 2012 a acuire la situazione. Berlusconi lo ha appena detto: «Siamo già in campagna elettorale», e di fronte all’evidente stallo sarà “obbligato” a scendere di nuovo in campo. Berlusconi ha tutte le opzioni possibili a suo favore: se la crisi dell’euro si aggrava, se la Grecia va in default e esce dall’euro, se a marzo il Consiglio europeo non riesce a promuovere una convincente azione complessiva, rivendicherà di essere stato fatto fuori dai poteri forti europei. Non solo: se le cose precipitano e non c’è una forte risposta dei movimenti sociali, Berlusconi potrebbe pure presentarsi da argine a derive neonazionaliste e di estremismi populisti, come qui e là in Europa. Se le cose migliorano appena un po’, può comunque intestarsene qualche merito. Al contrario della Lega, tutta virata sull’opposizione frontale, Berlusconi avrà dimostrato il suo “senso di responsabilità”, e l’appoggio al governo per superare il momento più difficile.
Viceversa, per Bersani l’unico scenario buono sarebbero i conti risanati, la produzione che riparte di almeno un +2, in modo da allentare un po’ le tasse e ridare fiato ai ceti più poveri, l’occupazione che risale mentre si allenta il ricorso alla Cassa integrazione, le esportazioni in aumento e una ripresa forte dei consumi. Deve avere degli analisti economici strepitosamente lungimiranti, per crederci che accada da qui all’autunno. Che dio gliela mandi buona.
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