Come mai, di fronte ai discorsi di Napolitano e Monti, sul loro richiamo al sacrificio dei lavoratori, alla “necessità” del rigore per le solite categorie, il coro più assordante è quello del silenzio? È mai possibile uscire dall’angolo a cui ci costringe la “terapia dello spread” e provare a immaginare un progetto diverso, che tocchi il cuore della politica e del cambiamento? Può la sinistra tornare a dissentire?
Quello che segue è uno dei tanti interventi sul tema che troverete da oggi in edicola sul settimanale più sinistro che c’è, Gli Altri.
(e poi: Aldo Bonomi sulla parola “comunità”, la vicenda di Liberazione, Renato Guttuso, Marco Presta…)
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Il termine “dissenso” non è più proponibile nella sinistra per una ragione di fondo: non sappiamo più che cos’è sinistra. Oggi sulla morte della sinistra si esercitano menti brillanti che disegnano la traiettoria del riformismo fino a concluderla con il superamento storico di questa antica connotazione identitaria e cervelli altrettanto brillanti che ragionano sulla fine della sinistra politica e investono speranze e energie sui movimenti di contestazione che stanno emergendo nella grande crisi dell’Occidente. Sembra la scena finale della prova d’orchestra felliniana. Il disaccordo riguarda le stesse categorie di interpretazione della nostra storia. C’è stato un tempo in cui riformisti e rivoluzionari davano lo stesso nome alla formazione economico-sociale contro cui combattevano ma si dividevano sui mezzi e sul fine della lotta. Oggi una parte della sinistra, quella maggioritaria, ha persino paura di pronunciare la parola “capitalismo” temendo di venir risospinta sui testi marxiani non accorgendosi che di questo parlano non più solo i sacri testi del Moro ma anche i film di Oliver Stone sugli gnomi famelici di Wall Street.
Si può dissentire da una sinistra che si rifiuta di definirsi tale? E dal lato opposto si può dissentire da un’altra sinistra che aspetta dai movimenti sociali non il segno di un nuovo protagonismo ma addirittura la fondazione di una nuova teoria della ribellione? Viene voglia di dissentire da entrambe. Dalla prima perché ha smesso di progettare e dalla seconda che non sa che cosa progettare. In fondo si stanno consumando gli ultimi scampoli di due storie fallimentari. Entrambe nascono, scusate il gioco di parole, con la morte del Pci. Tutte e due hanno in via di principio rinunciato a seguire la strada della sinistra non comunista. La prima perché voleva andare oltre la socialdemocrazia, la seconda perché il suo oltre era un atto di rifondazione del mito appena caduto. Per la prima volta nella sua storia la sinistra italiana, tutta la sinistra, si è separata dalle altre sinistre che si giocavano la partita in giro per il pianeta. E abbiamo assistito al paradosso di due sinistre italiane entrambe proiettato a dar lezioni al mondo , l’una cercando di far vestire al pacifismo e al movimento no global il vestito stinto della utopia comunista rifondata, l’altra impegnata a spiegare alle socialdemocrazie il loro fallimento storico, costrette, al termine del percorso, a pascolare in solitudine e disperazione nel vecchio recinto italiano.
C’è una notizia che mi ha colpito in questi ultimi giorni ed è il sorpasso, annunciato dal “Guardian”, del Brasile di molte economie europee, fra cui quella italiana e quella britannica, quasi a ridosso di quella francese. Sì, proprio quel Brasile governato per tanti anni da una sinistra che non si è camuffata sotto altre vesti e che ha avuto un presidente sindacalista e capo-popolo e una presidente, a lui succeduta, con trascorsi giovanili di aperta ribellione. Forse il vero dissenso che si può suscitare nella sinistra italiana di oggi è la richiesta imperiosa di un bagno di umiltà e di una nuova immersione nella storia del mondo reale. Lo si ammetta o no, dobbiamo partire dalla presa d’atto della sconfitta storica delle due sinistre che nacquero sulle ceneri del Pci. Il vero dissenziente di oggi è quello che accetta la fatica dello studio e che confronta quello che impara con lo svolgimento della vita reale. Non ci sono più cattedre né insegnanti. Bisogna ricominciare tutto daccapo senza scorciatoie ribellistiche né sogni ministeriali. Se il professor Monti ci spiega con tante buone ragioni la necessità che all’Italia venga risparmiata la fine della Grecia è legittimo sperare che nasca una sinistra che abbia il coraggio di un nuovo progetto e che voglia costruirlo con la stessa passione e la stessa improntitudine del vecchio Lula.
Guido da Torino
9 gennaio 2012 at 23:44
A PROPOSITO DI DISSENSO
LIBERALIZZAZIONI? MA DA CHE COSA? Monti ed i suoi ministri pensano che i grandi problemi che attanagliano le famiglie italiane si possano risolvere eliminando le rendite di posizione di benzinai,tassisti,liberi professionisti come farmacisti,medici,notai,avvocati,fiscalisti,…
Per carità,intendiamoci,ben vengano queste liberalizzazioni, purchè gli eventuali risparmi non siano subito dopo fagogitati da nuove contromisure degli interessati,sotto gli occhi disattenti del governo. Non c’è alcun dubbio che molti degli appartenenti a queste categorie conseguono un reddito al di sopra del SOCIALMENTE consentito,sottraendo denaro fresco dalle tasche di altri italiani onesti.
MA I PROBLEMI DEGLI ITALIANI SONO TUTTI QUI? Mentre Monti parlava con Fazio,e prima ancora mentre lanciava la sua manovra “lacrime e sangue”,con i tagli alle pensioni e l’aumento dell’ICI/IMU,i prezzi dei generi di prima necessità,(che trainano gli altri),quali i carburanti,l’energia elettrica,il gas,le autostrade,le assicurazioni,subivano ulteriori ed ingiustificati incrementi,nel SILENZIO ASSOLUTO del governo;aumenti sia ben chiaro che si sono aggiunti a quelli aumenti “silenti” che da 15 anni a questa parte hanno visto ridurre del 40 % i redditi da lavoro e le pensioni.
PERCHE’ IL PROF. MONTI NON PENSA DI INTERVENIRE IN QUESTO CAMPO?
PENSA CHE SIA UN ASPETTO MARGINALE O PEGGIO ANCORA INEVITABILE DELLA CRISI ECONOMICA?
PERCHE’ NON PROGETTA QUALCHE CONTROLLO ANCHE NEI PALAZZI DOVE SI DECIDE IL 90% DEI COSTI CHE SUBISCONO GLI ITALIANI?
OPPURE RITIENE CHE ANCHE IN QUESTO CASO LO ZAMPINO IN QUESTIONE E’ QUELLO DEI FURBETTI DI CUI SOPRA?
BASTA CERCARE DI PRENDERE IN GIRO GLI ITALIANI,NON CI CASCHIAMO PIU’!!!
Massimiliano Bencardino
7 gennaio 2012 at 11:03
Rispetto al post precedente vorrei far notare che secondo il “CORRUPTION
PERCEPTIONS INDEX 2011″ il Brasile rispetto all’Italia è appena un gradino più sotto. L’Italia è al 69° posto con un index di 3,9 ed il Brasile al 73° con un index di 3,8. E non enfatizzerei troppo che lì vi siano rappresentanti della criminalità al governo, perchè qui mi sembra che avvenga lo stesso. Per il resto sono d’accordo con le vostre osservazioni.
Sam Moser
6 gennaio 2012 at 23:28
La sinistra non esiste piu’ : anche questo termie e il suo significato vanno rifondati. Esiste la gente, il popolo nella sua varia composizione ed esistono dei principi di base indistruttibili e irrinunciabili. Liberta’, uguaglianza, democrazia, rappresentativita’, responsabilita’, moralita’ e compassione. Il resto e’ fuffa. Ottimo articolo ma sotto la bandiera della sinistra non metterei il paragone del Brasile paese corrottissimo e in cui gli stessi al governo sono dei rappresentanti del malaffare e della connivenza con criminalita’ e corruzione nonche’ spregio della legalita’ inerente e dell’uguaglianza del popolo. Il Brasile e’ un pessimo esempio e chi lo ha portato a quel livello e’ la sua massa e non di certo un Lula o la nuova presidentessa – e dobbiamo anche chiederci con che costi -. Credo che la “sinistra” debba fare una rivoluzione interna ed abbracciare proprio nel nome di questa sua liberta’ e ricerca continua di democrazia ( che il PCI NON ha mai avuto ) una base ampia di gente, di popolo, di lavoratori e non solo per dare una spinta non solo al paese ma alle idee ormai affossate dal vetero-comusmo, dall’assenza di stimoli ed idee e dall’inesistenza di un orgoglio che possa cancellare la vergognosa posizione di un Re Napolitano e di quattro scalzacani superpagati e incapaci facenti parte pure loro della casta come Bersani & Co.