C’era una volta la parabola del Titanic. Lugubre quanto si vuole, ma con una sua rassicurante rotondità: prima parti, poi sbatti, infine affondi. Oggi che le navi si intoppano già alla prova del varo, anche l’iceberg è diventato un miraggio lontano e l’antica metafora non regge più. Lo sanno bene gli operai di Fincantieri, che hanno trascorso le feste con gli scheletri delle scialuppe in porto e l’intimo di sfratto sotto l’albero. E lo sanno i dipendenti dell’Irsbus e quelli della Fiat, della Lucchini e dell’Ansaldo Breda, gli operai del polo chimico e del tessile. 230 casi di crisi aziendali in attesa di risposta, 40mila posti a rischio nel breve periodo, 300mila lavoratori sulla graticola: agnelli sacrificali della Recessione, paventata dal centro studi di Confindustria, certificata dall’Istat e infine annunciata urbi et orbi dal ministro dello Sviluppo (sic) Corrado Passera. Lo sviluppo non c’è, il ministro invece sì, millantato protagonista della “fase due” che dopo il rigore dovrebbe aprire i battenti della crescita, ma che s’annuncia col segno meno, più cupa e barbina della precedente.
Spalancano la bocca solo gli squali del calcestruzzo, futuri partner del governo nella costruzione di chissà quali magniloquenti grandi opere che apriranno le porte ai privati attraverso il meccanismo del project financing. Se la ridono i giganti dei multiservizi, in fiduciosa attesa della deregulation del mercato dei trasporti locali e dell’energia (è questa la vera lenzuolata di liberalizzazioni, altro che aspirine e licenze dei taxi). Si sfregano le mani le fondazioni bancarie, finalmente a un passo dal controllo degli atenei e dei centri di ricerca universitari. Affilano gli artigli Montezemolo e Della Valle, sempre sull’uscio dell’ingresso in politica e pronti fin da subito a offrire i servizi extralusso a bordo dei nuovi treni della società Ntv (di cui Intesa possiede il 20%…).
Insomma, gode l’Italia dei grandi sponsor, mentre il resto del cosiddetto “tessuto produttivo” è un corpo morto: imprese che chiudono o migrano all’estero, lavoratori a spasso, fatturati in picchiata. Un recente rapporto dell’Istat fotografa il calo record di fiducia in tutti i settori dell’industria italiana, in particolare in quello manifatturiero. Nel Belpaese l’indice della produzione segna ormai da due trimestri il negativo, ufficializzando la stagnazione.
C’è la crisi, c’è la crisi. Tutto vero, però non basta la religione dello spread ad esaurire la profezia dell’apocalisse imminente, ché qualche responsabilità, gli uomini piazzati alla plancia di comando, ce l’hanno pure loro. A cominciare dal governo dei bocconiani, per esempio: hai un bel filosofare sugli incentivi alle imprese che assumono se poi allunghi l’età pensionabile e dici praticamente addio a quel briciolo di turnover che è rimasto in cascina. Siamo alla schizofrenia pura e semplice, e non si capisce perché verso i ministri piangenti occorra adoperare lacrimevoli indulgenze anche quando s’avventurano in così ardite fesserie.
Certo si può fare come fa Libero: dare la colpa di tutto alla Cgil e alla Fiom. Ma per quanto tempo potremo ancora raccontarci la fola del sindacato retrivo e conservatore?
Il punto è che ai piedi dei nostri capitani d’industria si continuano a srotolare tappeti di velluto a prescindere delle loro effettive doti manageriali e molto spesso in proporzione inversa ai loro poco lusinghieri risultati. Se l’industria italiana tira meno delle gemelle europee ci sarà o no un problema di investimenti, ricerca e progettazione, management e strategie? Anche i muri sanno che il crollo degli ordinativi non è mai solo frutto dei capricci della Borsa: ci sono aziende che non ce la fanno davvero, altre che non fanno bene il loro lavoro e nella crisi ci sguazzano, chiudono baracca sulla soglia dell’utile massimo o della bancarotta pilotata, magari bussano pure alla porta dei partiti come usava alla belle époque di Tangentopoli. Oppure più semplicemente si sfilano da Confindustria, stracciano accordi sindacali e si tengono le mani libere. Oggi, secondo i dati forniti dalla Camera di commercio di Milano, sono 5 milioni e 300mila le imprese operanti su tutto il territorio nazionale: quante di queste resteranno in piedi e quante altre sono colossi d’argilla, pronti a squagliarsi al primo soffio di recessione o a prendere la corsia preferenziale della delocalizzazione? Gli auspici non sono rosei, visto che il 28,5% delle imprese nate nel 2007 si è volatilizzato nel corso degli ultimi quattro anni.
Avanza dunque l’esercito dei questuanti, le assemblee di Confindustria sono oramai pulpiti buoni solo per scagliare anatemi e leggere elenchi di doglianze: difficoltà di accesso al credito, ritardo dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni (la Cgia di Mestre ha stimato in 10 miliardi di euro il “danno” da mancato introito), sgravi fiscali insufficienti, eccetera eccetera. Istanze sacrosante, però il mistero resta: c’è una “razza padrona” che non solo non paga pegno, ma su cui non spirano mai i venti gelidi della rabbia anticasta, di solito così pungenti nei confronti dei politici di professione.
«Una volta c’erano gli imprenditori che inventavano il lavoro. Oggi sono invecchiati anche loro e quelli che lo inventano sono in Cina. Devono svegliarsi. La Marcegaglia? Certo, anche lei…». Parola di Umberto Bossi. E se tocca cominciare l’anno dando ragione a Bossi, siamo messi male.
Sam Moser
5 gennaio 2012 at 18:43
La maggior parte delle aziende e’ allo stremo per l’oppressiva presenza ed eccessiva burocratizzazione dello Stato. L’imprenditore, la piccola media impresa, gioiello dell’Italia e che l’Italia l’ha salvata piu’ volte ( quella reale, quella delle famiglie ) sta morendo per eccesso di controllo e schiacciamento dello Stato. La realta’ sta a monte: se si facessero i veri e dovuti tagli e le vere e dovute “privatizzazioni” e non solo gli interessi dei politici e la loro compagnia di malfattori e ladri legalizzati ed invece di infierire sulle mase e sui piu’ deboli ci si concentrasse veramente sulla razionalizzazione e sui tagli ( soprattutto della politica e della burocrazia ) si avrebbe una “chance” ma cosi’ invece si parte svantaggiati in tutto e si danneggiano non solo gli imprenditori, ma le aziende, i lavoratori e le imprese e alla fine tutti noi. La vergognosa lottizzazione politica, l’incapacita’ del sindacato di essere sindacato – e meno politiiczzato e meno braccio dei partiti – la “svendita” del paese produttivo Italia e l’incapacita’ di creare con ideee nuove e nuovi sistemi realta’ nuove che possano dare la svolta ( guardiamo all’eccesso un Dubai dove un paese e’ nato dalla sabbia ed ha spalancato le braccia al mondo ) al nostro paese proprio per la diffusa e incurabile ingranatura del malaffare e politica nella parte sana e produttiva del lavoro e del paese non danno speranza. Ci sono vecchi al comando, vecchi al potere, vecchi che non si curano dei giovani e giovani castrati da questo strapotere clientelarista e soprattutto ci sono attenzioni solo ed esclusivamente nei confronti di aziende che possano creare parco voti=parco favori=malaffare=clientelarismo=soldi, quindi aziende grandi, importanti mentre i tessuto sociale e produttivo nonche’ di eccellenza e’ quello delle piccole e medie industrie, di quelle capacita’ e “know-how” richiesto ed apprezzato e che si fa pagare…ma non controllabile politicamente, solo “sfruttabile e tassabile” … un’indecenza. Necessita un cambio di regime dove destra o sinistra intese come ora non hanno piu’ senso ma dove “gente”, “persone”, “lavoratori”, “famiglia”, “istruzione”, “liberta’”, “dignita’”, “rappresentativita’” hanno dei significati precisi e precisi non solo connotati ma anche azioni coerenti per proteggere cio’ che abbiamo e per svilupparlo ulteriormente. Una stagione nuova: ormai tutto quanto fatto finora e’ stantio e da questa “nuova” politica disastrosa per il paese e la gente si deve fuggire e ricominciare…
BOMBACCI
5 gennaio 2012 at 18:22
Credo che l’articolo centri un tema che “dolosamente” sta scomparendo dal circuito informativo o che se presentato viene volutamente distorto. E’ in atto, a mio avviso, il tentativo, che sta perfettamente riuscendo, di far dimentica chi sono i responsabili della crisi e qual è il modello da cui è scaturita la crisi ( non dimentichiamo che quella che nasce come crisi dei subprime è la più grave di una serie di crisi che hanno colpito diversi angoli del pianeta e che si sono susseguite ad una frequenza sempre più ridotta). Il tentativo, dicevo, è quello di attribuire al popolo, ai lavoratori, ai pensionati le cause della crisi. La colpa della crisi é dei pensionati che devono poter godere dei trattamenti previdenziali solo dopo i 70 anni! La colpa è dei lavoratori che nono sono sufficientemente flessibili! La colpa è dello Stato che è ancora toppo presente (non ci si lamentava della presenza dello Stato quando si trattava di salvare banche..). Lo scopo è l’amnesia totale. NON POSSIAMO DIMENTICARE L’ORIGINE DELLA CRISI: il sistema creditizio ed il sistema finanziario volutamente deregolamentato (ad oggi il tema è stato di fatto dimenticato); l’assenza di autorità di vigilanza realmente tali (in realtà “ catturate” da coloro che dovevano vigilare). I rimedi a simili disastri dopo un primo momento di reazione sono destinati a restare su di un binario morto (basti pensare che coloro che dovrebbero rimediare provengono tutti dalle più grandi banche d’affari). Anche l’attuale crisi dei debiti sovrani in realtà è un’ulteriore manifestazione della prima crisi (per salvare le banche i debiti pubblici degli Stati sono aumentati, le banche gestite in modo criminale non danno “ossigeno” all’economia reale). Sarebbe sufficiente che la BCE (come la FED negli USA o la BOE in Gran Bretagna..dunque non stati comunisti..) garantisse l’acquisto dei titoli di Stato (non ci sarebbe bisogno di nessuna modifica ai trattati solo della volontà politica) in modo che l’interesse sugli stessi (e dunque lo spread sui BUnd) non salisse oltre una determinata percentuale. Eppure si preferisce non farlo, si preferisce adottare politiche contro il lavoro, contro i cittadini, politiche recessive. La Germania in questo modo elimina pian piano i diretti concorrenti europei ma gli altri leader che fanno..noi abbiamo Monti che è definito dalla stampa tedesca come il genero ideale: “ educato e non fa rumore..”. A dicembre la BCE ha prestato denaro IN MISURA ILLIMITATA AL TASSO DELL’1% ALLE BANCHE. Ha prestato 450 miliardi circa. Il nuovo anno farà altrettanto. Con mille miliardi si copre il fabbisogno per il 2012 dell’Italia e della Spagna sui mercati dei titoli di Stato(i paesi attualmente con maggiori difficoltà di collocamento). ALLE BANCHE SI’, AGLI STATI NO!
SE LE ORIGINI DELLA CRISI SONO FINANZIARIE ANCHE LE CAUSE DELLA SCARSA CRESCITA, DELLA CD. SCARSA PRODUTTIVITA’, VANNO RICERCATE PER LO PIU’ ANCHE NELLA SCADENTE CLASSE DIRIGENTE IMPRENDITORIALE. Uno studio neanche recentissimo dell’ufficio studi di Intesa S. Paolo (dunque la banca di uno dei ministri di maggior peso dell’attuale esecutivo..anche in questo caso non sono dati di pericolosi sovversivi), commentato anche dal giornalista del quotidiano confindustriale Corriere della Sera Massimo Mucchetti, evidenziava non solo il divario sempre più crescente tra i più ricchi e più poveri ma anche come gran parte della ricchezza si spostava sempre più sotto forma di rendita e profitto mentre i redditi diminuivano. La ricchezza ottenuta dai padroni, dai proprietari non veniva reimpiegata per investimenti produttivi che da diversi anni a questa parte patiscono un sensibile calo. Perché un simile dato è importante? Perché il fattore determinante nell’aumento della produttività è l’investimento in innovazione ed in ricerca e non la scelta di continuare a “strizzare” i redditi e le condizioni dei lavoratori. Nonostante ciò la riforma che vogliono far passare come una delle risposta più adeguate alla crisi e la cd. riforma del mercato del lavoro! La Marcegaglia pensasse ai sui rappresentati.. Dinanzi a simili sfide è evidente che non ci vuole meno ma più Politica (notare che ho messo la maiuscola per capire cosa intendo..). La situazione la vedo grave anche da un punto di vista più generale, culturale..Prima c’erano visioni contrapposte, pensieri contrapposti..era fascista, nazista, stalinista(..vi prego non si inizi una polemica perché ci ho messo anche Stalin di mezzo..se non siete d’accoRdo leggete il tutto, se volete, senza il riferimento sovietico..) che con la violenza negava il tuo diritto di esprimere una visione diversa, negava il tuo stesso diritto di esistere. La violenza era manifesta, chi voleva capire vedeva ciò che avveniva..Oggi no, oggi diventa sempre più realistica la realizzazione di un paesaggio in cui c’è un solo pensiero, il pensiero tecnico, si fa’ così perché non si può fare diversamente e poiché non si può fare diversamente è il miglior modo di agire..fosse questo il fascismo, la dittatura del nuovo millennio?