«L’articolo 18 non verrà toccato in alcun modo. Esso resta, e resterà, un pilastro essenziale per il sistema del lavoro in Italia». Così tuittò (voce del verbo twittare, da Twitter) il 26 dicembre scorso la ministra Elsa Fornero, confermando nelle stesse ore della reiterata nascita di bambino Gesù un’altra solida tradizione, da smorfia napoletana: il “18” è il numero della polemica, della pizzicata ideologica, buona per scannare la Camusso di turno e distrarre gli sguardi da altre più concrete operazioni. Il big match della politica italiana, la “riforma del lavoro”, verrà di notte con le scarpe tutte rotte a gennaio, e già possiamo spendere una profezia: esaurita la spinta propulsiva di termini quali “sacrifici” ed “emergenza”, si passerà all’osanna di “moderno” e “innovativo”, eseguito dal coro di voci bianche Ichino-Morando-Veltroni. Cosa farà il resto del Partito democratico, quello asserragliato nella forma della testuggine intorno a capitan Bersani? Un timido controcanto ai laburisti del terzo millennio oppure…? Il senatore Nicola Latorre vorrebbe lanciare il tappo del brindisi oltre le mischie di partito, puntando direttamente su ciò che l’elettorato da tempo attende e di cui manco l’ombra si intravede: l’equità.
Ci dia la ricetta, ché qui si ha fame.
Mi consenta di fare una premessa.
Prego.
La prima grande operazione politica che ci aspetta e di cui dovremmo renderci protagonisti è quella di ritrovare il filo tra la fase caratterizzata dall’emergenza, con cui abbiamo chiuso l’anno e a cui si è data unica risposta possibile – un governo “eccezionale” –, con una prospettiva, un’alternativa di governo. La costruzione di una proposta politica convincente che aggreghi la maggioranza degli italiani in vista delle elezioni del 2013.
Vista la rapidità degli eventi, il 2013 è una data da fantascienza. Restiamo all’anno entrante e a ciò che lo inaugurerà: una riforma del lavoro modulata intorno alla cosiddetta bozza Ichino, la stessa che da tempo qualifica il più aspro dei confronti nel suo partito. Come ne uscirete?
Qualunque nostra decisione non potrà prescindere da questo assunto: leggere questa crisi al di là dei numeri e dei bilanci di Stato. Ovvero, dovremo condurre le nostre battaglie nella consapevolezza che la natura di questa recessione non è solo economica. Nel passaggio epocale viviamo una grande occasione di cambiamento.
Veltroni dice che il modello Ichino è la cosa più di sinistra che ci sia.
Non sono d’accordo. Sono slogan. Noi dobbiamo puntare alla redistribuzione della ricchezza e al reddito. Questo è il cuore del problema. Insomma, mi affido ai dati: secondo la Banca d’Italia, cito il 2008, il 10% delle famiglie detiene il 45% della ricchezza generale. E il 50% il 10%. Questo è il vero scandalo. A cui dobbiamo rispondere con una massiccia opera di giustizia sociale. Aggiungo anche, e lo dico ai colleghi sopracitati, che l’equità, la centralità del lavoro e la questione del reddito sono temi sui quali noi del Pd ci giochiamo tutto: credibilità, futuro, e possibilità per una nuova Italia.
Inutile nascondere che a buona parte del partito, tali parole, non facciano grande effetto.
Bersani sta gestendo in maniera egregia questo passaggio delicato. La sua risoluta iniziativa sull’articolo 18 («Non si discute nemmeno») non è funzionale come diatriba interna al Pd, ossia allo scontro tra Ichino e Fassina. No. Bersani ha stoppato la ministra perché ritiene sia una sciocchezza considerare la riforma del lavoro in maniera disgiunta dal progetto politico.
Bene. Niente revisione dell’articolo 18. Ma il nodo delle nuove schiavitù permane.
La precarietà è un problema serissimo. E complesso. Quando facemmo la legge a firma dell’allora ministro Tiziano Treu, rispondemmo a un’esigenza reale: la flessibilità del lavoro è insopprimibile, va governata. Rafforzando le tutele e rendendo il mercato più dinamico. Lì però subimmo una serie di trasformazioni peggiorative (l’aumento del numero dei possibili contratti), con pochissime aggiunte in tema di stato sociale, tanto da vanificare lo spirito iniziale di quella legge. Per questo oggi dobbiamo ribadire con forza: non si può innovare un sistema aumentando la flessibilità in uscita.
Che tradotto suonerebbe…
Non si può risolvere la precarietà licenziando. Perseverare è diabolico. Soprattutto quando ti trovi nel bel mezzo della crisi.
Spostare il timone di una riforma dal lavoro al reddito sarebbe credibile?
Io penso che il reddito di cittadinanza sia una strada praticabile. Ma tutto si tiene. Oggi è impensabile curare il malato senza tener conto del quadro generale. Ogni riforma va trovata in una cornice europea. Il lavoro, lo stato sociale. E il Pd, ci tengo a sottolinearlo, deve sentirsi sempre più parte del partito socialista europeo.
Ahia. Le orecchie di alcuni suoi compagni fischiano.
Per riformare l’Europa (e noi la vogliamo riformare, vero?) serve cominciare col riassetto dei soggetti politici.
La scorsa settimana su “L’Unità” un editoriale di Enrico Morando veniva così titolato: «Questo è il nostro governo».
La questione del “nostro governo” è una discussione del cavolo. Anche perché potrebbero dire lo stesso quelli del Pdl e Casini. Monti dobbiamo sostenerlo per uscire dall’emergenza. Ma se il ragionamento di Morando è mosso dalla preoccupazione se siamo ambigui… bé, è infondata.
Diamo per scontata la vostra “lealtà”. L’esecutivo farà altrettanto?
Io credo che il governo starà ai patti.
Qualcuno tra i vostri dice che andrete a congresso anzitempo…
Questa è una fase di tali cambiamenti che non saprei dirle. Se Bersani vorrà… E può pure starci l’intenzione di un chiarimento netto che preceda le urne. Ora mi concentrerei sulla lettura della crisi. Ha letto l’intervista al cardinale Scola? Ecco, io vorrei stare su quel livello di ragionamento.
Ragionare è indispensabile. Poi però arriva lo spread e, zacchete, inibisce ogni pensiero.
Dobbiamo sottrarci alla dittatura dello spread. Non va sottovalutato, ma non possiamo alzarci la mattina e fare colazione con spread e cappuccino. La vita è altro. Più che chiedermi a che punto sono le Borse, mi domanderei qual è il livello delle diseguaglianze. Un mondo più giusto abbassa lo spread.
C’era una volta la foto di Vasto. Bersani, Vendola e Di Pietro in tenero ménage…
Le aspre critiche di Nichi sulla manovra non sono del tutto condivisibili. Ma la sua posizione politica invece sì: lui si rende conto che, non essendo andati ad elezioni anticipate, siamo entrati in una nuova fase, dove prioritaria è la costruzione di uno schieramento alternativo.
Di Pietro?
Sta commettendo più di un errore. Per questo lancio un appello costruttivo a Vendola: non trascuriamo quella ampia parte dell’elettorato Idv che non si sente rappresentata.
daniele
2 gennaio 2012 at 15:52
“Quando facemmo la legge Treu, rispondemmo a un’esigenza reale: la flessibilità del lavoro è insopprimibile, va governata.” Capite che faccia tosta, questi reazionari! Rivendicano col petto in fuori la legge + criminale e criminogena (come direbbe Pannella) del dopoguerra per chi ha meno di 40 anni. Esigenze del padronato, Latorre, le care vecchie esigenze del padronato.
Guido da Torino
1 gennaio 2012 at 23:49
Solo adesso il PD per bocca di Latorre si accorge di essere finito in una strada senza sbocco: ha appoggiando incondizionatamente il governo Monti,ma ora di fronte all’iniquitò delle manovre del nuovo esecutivo,le sente NON sue e teme un possibile tracollo elettorale,sulla falsariga dell’esperienza del partito socialista spagnolo.Ma pur riconoscendo la gravità della situazione,ci voleva molta intelligenza ad appoggiare “sub condicione” il governo dei tecnici?Non è stato un grave errore negoziale approvare “a priori” ?E ora che vuo fare il PD?Continuare su quella strada?Sbagliare è umano,ma perseverare è diabolico!!!
rita
31 dicembre 2011 at 17:35
“La costruzione di una proposta politica convincente” … questa l’ho già sentita.
La parola “risolutezza” riferita a Bersani poi mi pare un parola grossa; ma vedremo nei fatti ……
Prendo atto del fatto che Latorre nomini il nome di Tiziano Treu, è già qualcosa. Però lo nomina invano perchè mistifica e non dice la verità e vuole farcelo passare come un errore dovuto ad ingenuità, visto l’abuso (che loro avrebbero subito) che ne è stato fatto da parte delle imprese.
Per il resto Latorre dice le solite banalità: la massiccia opera di giustizia sociale, le disuguaglianze, la vita non è solo spread, un mondo più giusto ecc….
P.S. una curiosità … tecnica: io scrivo qui da voi Altri, da due postazioni diverse e vi fornisco due mail diverse utilizzando però sempre il nome Rita (che poi è davvero il mio nome): siccome non sono ancora espertissima in queste questioni vi chiedo se è un problema, se “non si fa”. Grazie.