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Maya e Monti: 2012, l’anno della siccità

Lanfranco Caminiti Pubblicato da
il 29 dicembre 2011.
Pubblicato in Attualità, Economia, gli Altri, Politica.

Cadrà il Pil, scadranno i bond, saliranno i debiti, scenderanno i consumi. Il 2012 s’annuncia fosco ma è inutile dare la colpa alle previsioni scellerate di antiche civiltà: i nostri profeti di sventura sono uomini a noi coevi, hanno facce e nomi di manager, banchieri e professori. Sul numero degli Altri in edicola questa settimana sveliamo l’identità dei nostri “Maya”: Monti e gli euroburocrati al servizio del Dio Spread. E proviamo a immaginare l’anno che verrà: calcio, cinema, tv, politica, economia… Venite a trovarci


Essi sanno. Hanno verificato i solstizi e gli equinozi, gli allineamenti degli astri, il succedersi delle stagioni. Hanno compulsato le antiche scritture, prestato orecchio a dimenticati profeti, controllato le divinazioni. Il lungo computo dell’era finanziaria, dei mutui e dei derivati, dei titoli di Stato e dei debiti pubblici, degli spread e degli swap, ha già indicato il suo momento 0.0.0.0.0. K’in, uinal, tun, k’atun, b’ak’tun. È il 2012. Sarà l’annichilimento, l’implosione, la catastrofe.

Nel 2012, 900 miliardi di euro di titoli sovrani europei vanno in scadenza, circa 300 sono italiani. Nel 2012, 1.200 miliardi di titoli americani vanno in scadenza. Nel 2012, una quantità enorme di debito privato, pari a circa un sesto del Pil mondiale, va in scadenza. Nel 2012, 800 miliardi di bond emessi da banche europee vanno a scadenza, di cui 140 miliardi sono solo di banche italiane: ne servono 38,5 miliardi a Unicredit, 23,2 a Banca Intesa Sanpaolo, 12, 8 a Banco Popolare, 9,92 a Ubi. Nessuno, niente può fare fronte a questa montagna di debiti, a questo cielo così scuro di debito da nascondere il sole. Neppure il dio Quetzalcoatl, il serpente-piumato, l’inizio e la fine di ogni cosa. Neppure Chac, dio della pioggia e del mais, giaguaro e cervo, drago e gazza. Una spaventosa siccità ci aspetta, la terra sarà arida a lungo, niente potrà più crescervi. Essi sanno.

Essi vedono. I villaggi in preda alla paura, il declino e l’abbandono dei campi, delle officine. Dal 2007, dallo scoppio della crisi, 34 milioni di posti di lavoro si sono persi nel mondo. Attualmente sono 210 i milioni di persone senza lavoro. Le stime del Pil sono sempre più al ribasso. Persino la Cina sta frenando, e così il Brasile, l’India. Per alcuni paesi si parla già apertamente di recessione. L’Ocse ha già tagliato la stima precedente per il Pil dell’area euro. Per l’Italia, il Pil nel 2012 è atteso a -0,5 contro il +1,6 prospettato sei mesi fa. Meglio di noi, con una crescita comunque limitata allo 0,3, Francia e Spagna, mentre il Regno Unito crescerà dello 0,5. L’Ocse stima nel 2012 un calo ulteriore del 3% per la Grecia (dopo il -6,1 di quest’anno), del 3,2 del Portogallo (-1,6 nel 2011). La disoccupazione nell’area Ocse è attesa in aumento all’8,1 nel 2012 dall’8 del 2011. Peggio di tutti, la zona euro con il 10,3 nel 2012, dopo il 9,9 nel 2011. I numeri si vanno allineando verso lo 0.0.0.0.0. Essi vedono. Quello che noi ancora non riusciamo a vedere. Masse brulicanti di uomini e donne che circondano le piramidi dei riti e degli dei, dei cimbali e dei tamburi, delle maschere e dell’ossidiana, e urlano e bestemmiano e alzano i pugni contro il cielo. Il cielo crollerà sulla terra. Sarà la fine.

Essi sacrificano. Al dio dei mercati: cuori strappati dal petto di giovani nuovi schiavi, di adolescenti vergini, di donne gravide, di anziani malati, di convalescenti bisognosi, di pensionati malfermi, di famiglie intere. Nessuno può più esigere il proprio passato, nessuno può più reclamare il proprio futuro. Non basta mail il sangue per placare l’ira dei mercati, ancora e ancora. Il dio dei mercati non è mai sazio. Lo stato sociale – la sanità, la scuola, l’assistenza – viene sacrificato pezzo dopo pezzo, privatizzato. Ogni servizio sociale è sminuzzato, messo in vendita, privatizzato. Le terre dove raccoglievamo la legna per gli inverni sono ora recintate e guardie armate le custodiscono; i fiumi, le acque, l’aria, quello che i nostri anziani avevano avuto in dono dagli dei, che avevano seminato, solcato, incanalato rendendolo comune, di tutti e di ciascuno, ogni cosa esige un obbligo, una tassa. Persino gli uccelli non sono più liberi e dovranno pagare per il proprio volo. Persino il sole, per le proprie rotazioni. Per le nostre feste, le nostre danze, le nostre canzoni, le nostre preghiere, dovremo pagare. Per i nostri racconti, dovremo pagare. Per i nostri capanni, dovremo pagare. Per nascere, per vivere e per morire, dovremo pagare. Tutti gli dei – la dea dell’amore, il dio del coraggio, la dea della rivolta, la dea della solidarietà tra gli umani – ci hanno abbandonato, sdegnati: vedono madri che vendono le proprie figlie, padri che non si oppongono alla schiavitù dei propri figli. Solo il dio degli swap e dei bund, dei futures e dei Cds, dei tassi di interesse e dei margin call, ride sguaiato, agitando la sua ferraglia, vomitando numeri di bilancio. Egli vuole lo zero assoluto, il pareggio di bilancio. Egli è lo zero assoluto, dove ogni cosa è ferma, dove non c’è vita. 0.0.0.0.0. K’in, uinal, tun, k’atun, b’ak’tun. A lui, essi sacrificano.

Essi muoiono. Tutte le maschere rituali del mondo non possono nascondere la decrepitezza del loro potere. Le macchie orride della pelle, le ossa incurvate perfidamente, le orecchie smisuratamente cresciute come cartilagini che seguono una loro oscena programmazione in un corpo già decomposto, le rughe scavate sui loro volti come segni di Caino. Spettri del potere, spaventano i nostri bimbi, terrorizzano i villaggi, portano la paura nei nostri cuori. Sono morti che camminano, sono l’armata delle tenebre. Sopravvivono per i nostri incubi, perché il coraggio ci è venuto meno. Il coraggio di piantare un paletto di frassino nel loro petto, per vederli come davvero sono: ceneri del passato. Essi muoiono. Sono già morti.

Essi sanno. La verità non guida il mondo. I numeri non guidano il mondo. «Di tutti i discorsi, quello dell’astrazione è il meno capace, perché si svolge in un’atmosfera povera di affetti» [Frédéric Lordon, Surréalisation de la crise, Seuil, 2011]. Le astrazioni numeriche – il lungo computo della crisi finanziaria – non sono capaci da soli di suscitare le nostre passioni. Sono cerchi nel grano. I numeri vanno infilati l’uno dietro l’altro col filo della paura. Con la paura della catastrofe, della fine di ogni cosa. Solo così l’universo spezzato, il cielo frantumato precipita nei nostri focolari, solo così riusciamo a incarnare le astrazioni: esse diventano la paura concreta per la capacità di acquisto dei salari e delle pensioni, per il volatilizzarsi dei nostri risparmi, per l’impossibilità di mandare i nostri figli in quell’università, per l’insostenibilità dei mutui, della vacanza, per il numero delle volte in meno che andremo dal parrucchiere, per qualsiasi fosse il nostro precedente livello di vita, per qualsiasi fosse la nostra aspettativa di un livello di vita più ricca. Il default diventa casalingo, una chiacchiera serrata a cena tra le mura domestiche, guardando assieme le bollette da pagare, parlando piano perché non sentano i figli. La profezia si avvera.

Un mondo è fallito. I sacerdoti della lingua diabolica, quella dello spread e dei bund, devono imporre sacrifici per salvare le strutture, l’architettura del loro mondo. Devono sacrificare la democrazia, sequestrare, privatizzare il discorso pubblico: solo loro parlano la lingua del diavolo, solo fra loro si capiscono. Privatizzare il potere, pubblicizzare la paura. È un gioco antico quanto il mondo.

Per reggerlo, per renderlo sempre eterno, i partiti, i sacerdoti della politica, come adepti new age parlano di un’Età dell’Acquario, quando la democrazia ritornerà.

È vero. La democrazia ritornerà. I numeri torneranno a correre 1.3.8.13.20., a girare.

Sarà nel 2012. L’anno delle rivolte.

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4 Responses to Maya e Monti: 2012, l’anno della siccità

  1. Luca Paolicchi

    4 gennaio 2012 at 20:15

    Complimenti Lanfranco un articolo bellissimo, mi è piaciuto veramente tanto! Essi sanno, ma sono ignoranti. Essi vedono, ma sono ciechi. Pensavamo (e temevamo) che l’Apocalisse sarebbe stata causata da un’esplosione di energia maligna, da un virus incontrollato, da una guerra fratricida, invece quello che hai descritto è un processo di implosione. La razza umana come un malato di anoressia si priva progressivamente di ogni nutrimento, biologico e affettivo, diventa volatile come quei titoli che insegue nei templi delle meringhe finanziarie e alfin scompare! K’in, uinal, tun, k’atun, b’ak’tun. Dovrei essere triste e invece il tuo articolo mi ha dato felicità, se l’uomo è capace di descrivere la propria realtà con tanta arguzia, allora forse si può ancora salvare! Grazie, Luca :) ))

  2. mimmo gallo

    2 gennaio 2012 at 18:44

    L’articolo descrive con una notevole capacità fantastica una sorta di apocalisse di un sistema economico giunto al capolinea, ma ancora in grado di produrre distruzione, nuove povertà, cinismo, egoismo e accanimento contro i più deboli e contro quei pochi lavoratori privilegiati che hanno ancora un piccolo salario con cui far sopravvivere la propria famiglia.
    E’ un mondo brutto quello che ci è davanti : la speculazione finanziaria ha annientato l’economia reale, devastando le regole, cancellando i diritti e quel poco di rappresentanza nei luoghi di lavoro.
    Stiamo assistendo all’arrivo a raffica di stangate : dal Governo, dalle Regioni, dai Comuni . Stangate che tolgono il respiro e rendono difficile la vita quotidiana di milioni di persone. E tutto con il benestare di quasi tutti i partiti e del Presidente della Repubblica che sostiene ” che i sacrifici non saranno inutili”, scariscando la responsalità dello scricchiolio dello stato sociale alle pensioni troppo alte che ha elargito lo stato agli italiani.
    Non credo ,di poter accusato di lesa maestà nei confronti di Napolitano, se provassi a chiedergli: signor Presidente, va bene i sacrifici, sperando che a giovarsene siano i giovani, ma perchè li devono fare sempre gli stessi e cioè, lavoratori e pensionati. E perchè,signor Presidente non dire neanche una parola contro gli speculatori, gli evasori, i corrotti? E perchè non pretendere dal suo governo ( quello del prof. Monti) un pò di equità di cui non si registra traccia?
    Tornando all’articolo che sto cercando di commentare ( andando fuori tema per la verità) non credo che le eventuali e improbabili rivolte siano la soluzione dei problemi per sanare delle società malate e drogate di profitto e di ingiustizia. Ritengo, invece , che occorre un’onda, una sorte di sentimento collettivo capace di coinvolgere milioni di persone contro lo stato delle cose esistente, come forza d’urto propositiva.
    La “resistenza” a queste società insopportabili e tremendamente brutte e ingiuste deve partire da una grande mobilitazione di massa come forma alternativa alla lotta di poche centinaia di iindignati che già sono spariti, senza lasciare traccia. Bisogna delineare una nuova progettualità che abbia in se della concretezza per essere capita da tutti. Deve nascere un grande movimento contro l’ingiustizia che non deleghi alla politica istituzionale la rappresentanza dei bisogni, dei diritti, della propria vita.
    Questo perchè non credo più ai leader, ai partiti e ai teorici della rivoluzione.
    Credo che solo una grande ondata di mobilitazione e partecipazione possa arginare il feroce attacco alle condizioni di vita di tanta gente e aprire spazi a un modello di società in cui ci sia posto per tutti.
    A conclusione del mio ragionamento registro un lato debole: chi potrà suscitare questa ondata di sentimento collettivo ? Edifficile rispondere a questa domanda. Mi sento solo di dire che occorrebbe creare una sorta di rete sociale, come luogo e punto di riferimento per l’elaborazione di idee, progetti, proposte , che abbiano come denominatore comune la sconfitta delle ingiustizie e delle diseguaglianze.

    Torino, 02.01.12 Mimmo Gallo

  3. fulvio esposito

    30 dicembre 2011 at 23:17

    Sono commosso, un articolo bellissimo complimenti!
    Noi stiamo provando a muoverci …
    “La MMT è oggi probabilmente l’unico strumento esistente di scienza economica e sociale che è in grado di sventare il colpo di Stato finanziario Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista che, particolarmente nell’Europa dell’Eurozona, ha posto fine di fatto alla democrazia. E’ in gioco il destino reale di milioni di famiglie, di centinaia di migliaia di aziende, e dell’Italia stessa nella sua esistenza democratica. L’urgenza è massima, l’Eurozona è al collasso, pochi immaginano oggi le tragiche conseguenze decennali di questo disastro criminoso.” (Paolo Barnard)

    http://www.paolobarnard.info/docs/ilpiugrandecrimine2011.pdf

  4. Franco Luceri

    30 dicembre 2011 at 11:40

    Lanfranco Caminiti, il tuo non è l’articolo di un giornalista ma di un Dio.
    I grandi filosofi del passato dicevano che non esiste un matematico che ragiona. Ma i matematici e gli economisti di oggi potrebbero dire altrettanto dei filosofi, perchè solo una razza di imbecilli poteva abbandonare nelle mani di economisti idioti e truffatori sette miliardi di esseri umani da ridurre ad animali da macello nascondendogli una verità mai pronunciata.
    Oltre ai fallimenti singoli degli imprenditori incapaci, esistono i fallimenti degli Stati e quindi dei lavoratori dipendenti che non falliscono singolarmente, ma come popolo sono anche loro imprenditori e soci dell’azienda Stato.
    Se l’Italia fallisse, chi pensate che siano i veri falliti: gli imprenditori che sono un misero 7%, oppure i lavoratori che sono il 93%? E’ da questo squilibrio numerico che arrivano i fallimenti delle democrazie liberali, che hanno un esubero di lavoratori spaventoso, perchè gli imprenditori onesti vengono macellati da sindacati e fisco certi di migliorare il sistema ripulendolo dagli imprenditori improduttivi perchè incapaci di rubare. Ora però dovranno vedersela con gli imprenditori ladri e le banche usuraie. E non è una passeggiata.
    Se desidera contattarmi sig. Caminiti ha la mia email, mi piacerebbe approfondire con lei il concetto di popolo di lavoratori falliti, se e quando portano lo Stato al fallimento. Cordiali saluti.