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I nuovi schiavi d’Europa. E la chiamano equità

Ritanna Armeni Pubblicato da
il 16 dicembre 2011.
Pubblicato in Attualità, gli Altri, Politica.

In Italia ci sono circa sei milioni di lavoratori precari, che hanno tutti tre caratteristiche comuni: sono pagati poco, hanno contributi pensionistici esigui, e sono licenziabili da un momento all’altro. Non è più possibile che il mercato del lavoro si fondi sulla insicurezza di milioni di giovani. Esso va riformato per dare loro finalmente sicurezza. Ma poi si aggiunge che accanto alla sicurezza e proprio per raggiungerla è necessaria la flessibilità. Ed allora occorre fare chiarezza. Che cosa significa mettere insieme sicurezza e flessibilità? Quale piano per il mercato del lavoro è a questo punto prevedibile nelle prossime settimane? Sul giornale di questa settimana il focus Euroschiavi (di cui pubblichiamo qui l’intervento di Ritanna Armeni), interviste a De Magistris e alla direttrice del carcere dell’Ucciardone, uno speciale irriverentissimo sul presidente della Repubblica, dal titolo: Mistero Napolitano. E molto altro. In edicola e per abbonamento.


Mario Monti atto secondo: “mercato del lavoro”. Sottotitolo ” come recuperare flessibilità e sicurezza”. Teniamolo a mente questo sottotitolo perchè a partire da queste due parole “flessibilità e sicurezza”si consumerà il secondo atto di obbedienza all’Europa, quello, per intenderci, che qualche mese fa era titolato  brutalmente “licenziamenti” e che oggi più finemente si chiama riforma del mercato del lavoro.

In Italia come si sa c’è un problema di mercato del lavoro.  Ci sono, infatti, circa sei milioni di lavoratori precari. Variamente denominati ed contrattualmente inquadrati (la legge 30 prevede decine di possibilità)  hanno tre caratteristiche comuni: sono pagati poco, hanno contributi pensionistici esigui, e sono licenziabili da un momento all’altro. L’insieme di queste tre caratteristiche rende il precario o come si dice più nobilmente “il lavoratore a tempo determinato” estremamente fragile, privo di diritti e, quindi ricattabile.

Sulla sua condizione si sono scritte milioni di pagine, romanzi, documenti, discorsi. E tutti sono d’accordo che così non si può andare avanti. Anche coloro che in anni non lontani hanno visto nella precarietà una necessità ineludibile della modernità e nel lavoratore senza posto fisso la realizzazione di una libertà di scelta sono arrivati alla conclusione che il lavoro e la società della precarietà sono gravemente malati. E che occorre ricorrere ai ripari. Non è più possibile che il mercato del lavoro si fondi sulla insicurezza di milioni di giovani. Esso va riformato per dare  loro – così si dice – finalmente sicurezza. E fin qui non si può che essere d’accordo. Ma poi si aggiunge che accanto a questa e proprio per raggiungerla è necessaria la flessibilità. Ed allora occorre fare chiarezza. Che cosa significa mettere insieme sicurezza e flessibilità? Quale piano per il mercato del lavoro è a questo punto prevedibile nelle prossime settimane? Non è difficile da immaginare se si tiene conto del dibattito che fin qui si è svolto, dell’ideologia dominante, dei progetti più o meno esposti dalla forze politiche che sostengono il governo Monti e dalla mentalità “tecnica” di chi ci governa.

Gli “esperti” muovono da una constatazione: oggi ci sono due tipi di lavoratori, quelli che hanno un posto fisso e, che se lavorano in un azienda con più di 15 dipendenti, sono licenziabili solo per giusta causa ( va da se che in questi anni sono stati ampiamente licenziati per crisi aziendali, motivi economici, cambiamenti strategici, delocalizzazioni) e coloro che invece non sono neppure mai assunti. Due mercati del lavoro – si dice – paralleli e incomunicabili che vedono da un parte i garantiti e dall’altra i non garantiti. Come si fa a metterli in comunicazione e, quindi, ad eliminare quel precariato che danneggia i giovani e l’economia? Già come si fa? Intanto –dicono – andando alle cause di questa divisione che, sempre secondo gli esperti del mercato del lavoro e la mentalità dominante, non può che stare nella impossibilità di licenziare, in quel laccio creato dallo Statuto dei lavoratori e da altre nefandezze degli anni 70 che impedisce alle aziende di cambiare manodopera vecchia, inutile, viziata dai diritti acquisiti con lavoratori, giovani , freschi e disponibili. Se le aziende potessero licenziare  non si sarebbe in questa situazione di doppio mercato del lavoro, i giovani avrebbero già tutti il posto sicuro.

La causa del precariato, insomma, sta nei diritti dei più vecchi esattamente come il motivo delle loro basse pensioni dei giovani sta in quelle più alte dei loro genitori. Per eliminare il precariato quindi vanno eliminati quei diritti a cominciare dal famigerato articolo 18 che impedisce appunto i licenziamenti. Il progetto di legge Ichino che fornirà sicuramente la base ideologica e culturale per ogni futuro provvedimento dei tecnici del governo propone esattamente questo. Naturalmente non in modo così brutale, anzi. Si parte dal fatto che non ci possono essere assunzioni a tempo indeterminato, ma tutti devono essere assunti a tempo determinato, con stessa retribuzione e stessi contributi. E si deve ammettere che la formulazione iniziale appare allettante. Ma una volta assunti, tutti, proprio tutti, sia i nuovi che i vecchi lavoratori, sono licenziabili. Il loro contratto non garantisce nulla.

A questo punto si pongono due domande. La prima: ci troviamo di fronte all’assunzione a tempo indeterminato dei giovani o all’estensione della precarizzazione per tutti, vecchi e giovani ? E ovvio che siamo di fronte ad una ulteriore precarizzazione del lavoro. Ma – e questa è la seconda domanda – in questo nuovo mercato chi sono i più deboli e chi i più forti? Sono tutti più deboli anche se sono deboli in modo eguale. Ancora una volta , come per le pensioni si parlerà di equità nel trattamento fra giovani e vecchi, fra padri e figli. Ma questa equità a ribasso come agirà nella concretezza della nuova situazione determinata dalla riforma delle pensioni che obbliga a rimanere a lavoro quasi fino a settanta anni? Non è difficile prevedere che le aziende cercheranno di mandare via i più anziani, che, a parità di contributi, terranno la forza lavoro più giovane. Questa – si può legittimamente sospettare – è la flessibilità che oggi si predica. Per loro, per i nuovi espulsi dal mercato del lavoro che, secondo la nuova legge,  non avranno ancora raggiunto l’età della pensione e per tutti quelli che lo saranno per motivi “economici” si promette un nuovo sistema di assistenza. Quale? Come e di quanto peggiorerà la vecchia condizione? E’ ovvio che un sistema assistenziale per quanto efficiente o prodigo non garantirà quel che garantisce un lavoro ed uno stipendio. Ma questo nella testa dei nostri tecnici al governo è secondario. L’importante è un mercato del lavoro totalmente precarizzato in cui tutti siano egualmente a disposizione e tutti possano entrare ed uscire  secondo le esigenze aziendali. Un sistema di welfare compassionevole comunque sarà proposto. E anche questa la chiameranno equità.

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3 Responses to I nuovi schiavi d’Europa. E la chiamano equità

  1. rita

    17 dicembre 2011 at 19:43

    Sarò pesante, ma anche qui vorrei precisare quello che sanno quasi tutti ma che viene quasi sempre taciuto: alcuni anni prima della Legge Biagi ci fu il pacchetto Treu e tra i sottosegretari comparivano anche Antonio Pizzinato e la mia concittadina Elena Montecchi, entrambi pds ovviamente; e c’era comunque anche Bertinotti ….Da lì in poi, tralasciando anche tutto quello che di negativo era successo nel corso dei quindici anni precedenti, ad esempio la legge sulla limitazione del diritto di sciopero, le condizioni dei lavoratori sono diventate via via sempre meno tutelate e lo sfruttamento è stato sancito proprio per legge.
    A volte penso che l’ex ministro del lavoro Treu sia una specie di intoccabile e innominabile.

  2. Sam Moser

    17 dicembre 2011 at 17:55

    Ottimo articolo ( ed una intrinseca risposta ad ” eva ” ). Credo che da tempo si debba “rivoluzionare” il “Sistema Italia” che pero’ nel bene o nel male ha funzionato sebbene con tanti e tutti i suoi problemi e contraddizioni. La prima cosa e’ quella di “sfasciare” ( nel doppio senso di togliere dalle bende che costringono e nel secondo di abbandonare una qualsiasi e remota recondita eredita’ dal fascismo – i.e corporativismo industriale e dei lavoratori – ed inaugurare una nuova realta’) la presente condizione e realta’. L’idea della revisione dell’Art.18 va fatta ma alla luce di quanto sta accadendo con la “manovra” ( dove equita’ non ce n’e’ e gia’ qui non occorre essere di dx o sx per bollare come falsita’ e “golpe” tutto l’impianto ) bisognerebbe anche intervenire sulle tasse e contributi ridicoli che gravano sui dipendenti e lavoratori ( e direi sulla societa’ operosa, tutta ) ma anche imprenditori e aziende e che sfavoriscono ingiustamente i lavoratori e penalizzano le aziende. I “privilegi” e anche le assurdita’ ormai slegate dalla realta’ coinvolgono anche i vari sindacati ormai ( come per confindustria ) incapaci di rappresentare o di essere veramente in contatto e utili nonche’ efficaci ed efficienti come voce dei lavoratori. Sono dei carrozzoni politici. La societa’ si e’ evoluta in tutto il mondo e gli strumenti da noi sono rimasti quelli ferraginosi e “vecchi” non piu’ attuali e utili a risolvere o ad aiutare nel nostro “nuovo ordine” ( sic! ). E’ giusto nella mia opinione che tutti vengano assunti alle stesse condizioni: tutti sono persone e hanno gli stessi diritti basati sulla qualita’ e quantita’ del lavoro e NON eta’. L’anzianita’ entra a far parte solo per incrementare i benefici del lavoratore e non dovrebbero avere null’altro a che fare. Ci sono 3 punti : 1) Licenziabilita’, dopo un periodo di prova: tutti dovrebbero essere “licenziabili” ma per “giusta causa” ( motivi gravi e/o incapacita’ e/o danno alla collettivita’ aziendale di lavoratori ed impresa, con “avvisi”, almeno 3 nel tempo, etc. ) e, salvo in caso di atti contro l’azienda ( furto, vandalismo, sabotaggio, etc. etc la faccio breve ) dovrebbero essere remunerati dall’azienda medesima per il licenziamento ( 3, 6, 9, 12 mesi, a seconda – qui si anzianita’ – dei casi ) mettendo una responsabilita’ economica e morale sulle spalle dell’imprenditore o azienda che renderebbe piu’ facile assumere ma anche moralmente – e materialmente – difficile licenziare, 2) piu’ liberta’ nelle contrattazioni aziendali e ruolo diminuito del sindacato nelle singole aziende e riorganizzazione del sindacato medesimo diventando piu’ attinente alla realta’ lavorativa e molto “slegato” da quella politica. Molto difficile questo per come ormai tutti i sindacati siano diventati per lo piu’ baracche politiche e lontani dalla realta’, 3) de-fiscalizzazione degli oneri sociali e soprattutto “riversare” ed eliminare a favore dello stipedio netto del lavoratore gran parte delle tasse ed orpelli che deprimono i salari Italiani – basta fare un paragone con Inghilterra, Irlanda, Germania…- e concedere un nuovo tipo di “respiro” alle retribuzioni dei dipendenti. Il tutto e’ complesso ma il modo di affrontarlo non e’ il “garantismo” ma la responsabilita’ sociale equamente distribuita tra lavoratore ed azienda con delle difese “ragionevoli” a favore del lavoratore, non in un “liberismo” selvaggio ma in una liberta’ reciproca molto responsabilizzata che poi deve trovare risposte a livello dello Stato per evitare “arroganza” da parte del datore di lavoro e “blocco” istituzionalizzato da parte del sindacato che, nella mia modesta opinione, danneggia alla fine il lavoratore piuttosto che avvantaggiarlo colpendo sia l’azienda che il lavoratore ed i lavoratori in generale a causa di una preferenzialita’ appunto come delineata dall’articolo. Flessibilita’ e’ responsabilita’ e purtroppo i sindacati ormai hanno fatto il loro tempo e c’e’ bisogno di un nuovo “patto” libero tra lavoratori e aziende visto che sono parti organiche di una cosa sola rivolta alla creazione, produzione di un bene o servizio dal quale il beneficio per entrambi, proprieta’/azienda e lavoratore dipendono congiuntamente.

  3. eva

    16 dicembre 2011 at 16:03

    Cara Ritanna,
    ciò che più mi fa arrabbiare di tutta questa storia è che i liberisti di destra e di sinistra vogliono tutti i lavoratori, le lavoratrici più poveri/e, così non riescono più neppure ad essere cittadini/e
    Se ti corrodono diritti e remunerazioni come lavoratore sei fritto/a su tutti i fronti.
    Pensano a inventare istituti di welfare anzichè rimettere in moto una sana imprenditorialità che non lucri sulla precarizzazione ;così se tutti siamo costretti ad elimosinare un po non avremo energie per tenere alta la propria dignità di cittadini.
    Hanno intenzionalmente pensato ad ubriacare con gli slogan dei vecchi egoisti garantiti contro i giovani precari per nascondere meglio che il vero conflitto è altro:quello eterno tra ricchi e poveri…La forbice è rispuntata in questo decennio con un inasprimento degno del terzo mondo, qui, da noi , in Italia.
    Tutto questo con la complicità del centrosinistra: per ignavia, per bassi compromessi, per stupido senso d’inferiorità ( il senso di colpa d’essere stai comunisti) che ha portato a scimmiottare i liberisti… capaci soltanto a smarcarsi nel confronto coll’ignobiltà del berlusconismo..
    Noterella: questi eroi liberal del Pd – vedi Soru – per cui sembravano tutti sbavare…piacciono ancora ? Che dire del dio-Marchionne portato in palmo di
    mano dai dirigenti di questo pirandelliano centrosinistra?