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Paperoni e militari, l’equità resta un tabù

Alessandro Antonelli Pubblicato da
il 6 dicembre 2011.
Pubblicato in Attualità, Economia, gli Altri, Politica.

La parola chiave è felicità. Già, felicità: è più o meno felice il milionario che si vede alzare il balzello sulle sue enormi fortune? Secondo l’economista statunitense e premio Nobel Peter Diamond i super-ricchi comandano e controllano così tante risorse da esserne effettivamente sazi. Ecco la sintesi che ne fa James Bradford DeLong, ex vicesegretario al Tesoro americano, ospitata sul Sole 24ore di qualche giorno fa: «Aumentare o diminuire la quantità di ricchezza in loro possesso non incide in alcun modo sulla loro felicità. Non importa quanto peso mettiamo sulla loro felicità rispetto alla felicità altrui – sia che li consideriamo encomiabili capitani dell’industria meritevoli delle loro alte posizioni o ladri parassiti – non possiamo fare assolutamente nulla per influire sulla felicità aumentando o abbassando le loro aliquote fiscali». Premessa psicologica a una proposta shock, che in Italia farebbe rizzare i capelli ai nostri paperoni: la giusta aliquota da imporre ai cittadini più abbienti sarebbe il 70%. Aiuto! Son tornati i bolscevichi!

Il fatto è che il concetto di “giusto” suona grottesco allorquando il vero spread da registrare sulle curve del mercato è la distanza sempre crescente tra ricchi e poveri, altro che bund. Anche nel Belpaese dell’era Monti il rapporto tra lo stipendio di un top manager e quello medio di un lavoratore è arrivato a 400 a 1, nelle mani di un facoltosissimo 1% di nostri concittadini è concentrato il 13% dell’intera ricchezza nazionale. E le misure che s’apparecchiano dalle parti di palazzo Chigi non alludono certo a una clamorosa inversione di tendenza. In clima d’emergenza nazionale il cantico della sobrietà vale meno per certi Rockefeller che tolgono il disturbo dalle loro banche e dalle loro aziende con buonuscite astronomiche da far prudere le mani. Ultima, in ordine di tempo, la liquidazione di Pier Francesco Guarguaglini, ex presidente di Finmeccanica, congedato per volere del premier con un contentino di appena 5,6 milioni di euro (4 subito, il resto fra dodici mesi, dovesse mai finire per strada). Che poi è robetta, la cifra che corrisponde più o meno al suo stipendio di un anno. Nulla a confronto con i 40 milioni finiti sul conto di Alessandro Profumo al momento dell’addio a Unicredit. Per non parlare dei vari Cimoli d’Italia, che oltre a portarsi a casa il pingue bottino hanno anche lasciato macerie alle loro spalle (vedi Alitalia e Ferrovie), e per questo incassato il super premio. O dei veneratissimi Marchionne, dotati d’orgoglio patrio quando si tratta d’intascare contributi statali e poi romantici “cittadini del mondo” quando è l’ora di schiodare dal suolo italico in nome della delocalizzazione e della competitività. Tutto questo – sia detto per inciso – mentre il governo dimissionario proponeva il pagamento con due anni di ritardo del Tfr per i lavoratori pubblici.

Tuttavia, al cospetto di simili trattamenti deluxe sopravvive il timore reverenziale di affacciare qualche zero virgola di patrimoniale, altrimenti viene giù il consiglio dei ministri, mezzo ramo del parlamento e – circostanza non del tutto marginale – il pubblico umore dei tanti plauditores del governo dei sacrifici (sempre che i sacrifici siano quelli degli altri). Anche i professionisti dell’anticasta, già paghi dell’“esempio” della politica che ha messo alla porta un pugno di poveri portaborse e dato una sforbiciatina ai consigli provinciali, ululano di meno e ammainano bandiera.

La stangata sugli yacht e sugli aerei privati rasenta la presa per i fondelli, eppure è stata spacciata come surrogato di patrimoniale. Invece con un’aliquota dello 0,5 per cento sui grandi patrimoni, tanto per fare un esempio, si avrebbe un gettito di oltre 5 miliardi di euro. Dicasi lo stesso in merito all’ipotesi di portare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20% o “adeguare” i livelli d’evasione fiscale agli standard europei (ma l’Europa, si sa, è un menu à la carte, ognuno sceglie ciò che desidera e scarta quel che non gli va).

E comunque, se proprio il fortino dei danarosi restasse inespugnabile, sarebbe d’uopo una piccola revisione di bilancio. Qualora la cura Monti dovesse procedere nel solco della legge di Stabilità scritta per conto terzi dal governo precedente resteremmo, infatti, nel recinto di un’economia da basso impero, tutta armamenti e grandi opere. Refrain che trova sponde eccellenti anche nella squadra dei “tecnici” del super commissario, in cui abbondano fanatici della Tav e del ponte sullo Stretto e un ammiraglio siede a capo della Difesa.

La voce “infrastrutture strategiche” incide per il 27% dell’intera manovra, quella ascritta al capitolo difesa invece è di lettura più difficoltosa, data l’opacità di certi trasferimenti: il bilancio del ministero prevede per il 2012 uno stanziamento di circa 20 miliardi di euro, a cui però andrebbero aggiunti altri finanziamenti che pur incidendo su altri dicasteri (Sviluppo economico, Economia e Finanze) rientrano a buon diritto nel pacchetto “spese militari”: un totale stimato di oltre 23miliardi di euro.

Nel 13° rapporto di Sbilanciamoci ci si chiede: «A cosa servono 180mila militari, con i vertici che crescono e la truppa che viene tagliata? A cosa servono 2 portaerei, decine di fregate, 131 cacciabombardieri d’attacco, 121 aerei da difesa, centinaia di elicotteri, centinaia di blindati?». Sono domande che andrebbero inserite in un quiz a premi: chi risponde correttamente vince lo stipendio di Marchionne.

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