In isolamento Carmine Parmigiano c’era finito dopo una scazzottata con alcuni compagni durante l’ora d’aria nel cortile del carcere di Rebibbia. Trentaduenne, originario di Salerno, scontava una pena per reati di furto e scippo. Nella cella di isolamento, dove per punizione avrebbe dovuto trascorrere due settimane, è stato trovato morto il 30 giugno scorso per “strangolamento autoprovocato”. Houssein Tahiri, afghano di 31 anni, viene invece messo in cella di isolamento in via precauzionale: per evitare che tenti di uccidersi come aveva fatto qualche giorno prima, il 19 aprile, tagliandosi la gola con una lametta nella casa Circondariale Coroneo di Trieste. Rifugiato politico in Italia dal 2007, ai suoi soccorritori aveva detto di voler tornare nel proprio Paese.
Sono questi solo due degli episodi di suicidio e tentato suicidio censiti quest’anno da Ristretti Orizzonti. Ma rappresentano anche due esempi di applicazione della misura dell’isolamento prevista in alcuni casi specifici dall’ordinamento penitenziario e dal codice penale italiano. Una pratica che nelle nostre galere è adottata correntemente e che solo pochi giorni fa il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha definito inaccettabile. Una condanna senza appello, contenuta nel rapporto annuale del Cpt, nel quale si legge che «l’isolamento non dovrebbe mai essere imposto come parte della pena». Secondo i dati raccolti dall’organismo europeo, infatti, questa sarebbe una pratica potenzialmente pericolosa per gli effetti dannosi che potrebbe avere sulla salute di coloro che vi sono sottoposti. Il Comitato ha quindi invitato gli stati membri del Consiglio d’Europa a ridurre al minimo indispensabile il ricorso a questa pratica – che solo Italia e Russia applicano come parte della pena da scontare – anche come misura disciplinare o utilizzata per proteggere il singolo carcerato. Dunque anche in casi simili a quelli che l’hanno vista imporre a Carmine Parmigiano e a Houssein Tahiri.
Tenere isolato un detenuto, privarlo delle attività in comune e dell’interazione con gli altri, mal si concilia con le finalità rieducative della pena sancite dall’articolo 27 della Costituzione. E anche quando ciò accade per tutelare la sua incolumità, magari disponendo la detenzione nelle cosiddette “celle lisce” (prive di arredi, suppellettili e in alcuni casi perfino del materasso), risulta difficile comprendere come anche un soggetto particolarmente a rischio possa trarne giovamento. Sottrarre a un detenuto lacci, lenzuola e altri oggetti potenzialmente utili a togliersi la vita, non significa scongiurare realmente questo pericolo. È sul disagio che bisogna intervenire, con quell’attenzione e quella cura che oggi, nelle carceri italiane, è sempre più difficile assicurare.
Valentina Ascione
23 novembre 2011 at 16:59
Giovanni, pienamente d’accordo con te sulla neccesità di una riforma..(come l’avevano chiamata…ah!) “epocale” della giustizia.
Roberto, hai ragione. “Tempi”, insieme ad altre realtà dell’area cattolica, ha preso posizione a favore dell’amnistia.
Roberto
22 novembre 2011 at 22:21
per giovanni de caprio:
fortunatamente “gli altri” non è l’unico giornale che se ne occupa. Con un backgroung molto diverso, se ne occupa ed ha posizioni analoghe, anche “Tempi”
giovanni de caprio
21 novembre 2011 at 00:16
Siete l’unico giornale che puntualmente solleva problemi relativi alle condizioni carcerarie. Purtroppo l’unico. Ho già sostenuto su questo blog la mia personale opinione della assoluta inutilità del carcere come concetto : non rieduca, non emenda, non serve a nulla se non a rafforzare propositi criminali o distruggere le persone. Occorre trovare nuove soluzioni.. Una completa e organica riforma del sistema penale che riveda completamente sia le fattispecie delittuose, sia il trattaemnto sanzionatorio. E un impresa monimentale, si dirà, ma è un umpresa che bisogna avviare perchè qualcuno deve pur avere il coraggio di iniziare. Ci vuole una rivoluzione, è vero, ma culturale. Che passa attraverso un punto obbligato: la legalizzazione della droga. Il 70% dei detenuti è in carcere per i reati di cui agli artt.. 73 e 74 della legge 309/90. Una legge immorale e abominevole, e ipocrita : le organizzazioni criminali traggono la principale fonte di guadagno dal traffico di stupefacenti: un fiume di denaro che si moltiplica in modo esponenziale attraverso investimenti più o meno ” puliti”.. I mafiosi, grazie al mercato nero creato dal proibizionismo, riescono a trovare il denaro per comprare supermercati, concessionarie di auto e sociatà finanziarie.Legalizzando la droga e vendendola liberamente senza restrizioni la criminalità perderebbe immediatamente il mercato e resterebbe senza liquidi da reinvestire. In pratica resterebbe sul lastrico .Ma il proibizionismo, oltre ad arricchire le mafie, ha prodotto un progressivo sovraffollamento delle strutture carcerarie già di per se carenti e inumane. Con i risultati che chi opera nel settore ben conosce.
Ora, o si comeprende davvero che occorre ripensare al sistema sanzionatorio penale, o si preferisce vivere – essendone complici – in uno stato che tollera la barbarie di quete gabbie affollate di gente sottoposta ad ogni umiliazione possibile
La pena nella costituzione è concepita come strumento rieducativo e non retributivo. E dovere del legislatore sanare questa incivile ferita : un sistema che, depenalizzata la droga, dovrebbe differenziarsi tra crimini violenti e non, con programmi rieducativi di diversa intensità e soprattutto con l’utilizzo del lavoro quale strumento riabilitativo e della confisca di beni per i responsabili di reati contro il patrimonio pubblico
Un ultimo appunto: ritengo ancor piu barbaro dell’isolamento, il negare al detenuto il contatto intimo con la proria compagna o compagno. La privazione della sessualità equivale ad una tortura forse la più feroce, ma nessuno, dico nessuno, si è mai preoccupato di denunciarla.