Ci deve essere un attico molto bello, a Ponte Milvio. Più bello di altri. Con una vista magnifica, di quelle panoramiche, che tutto vedono. In questo attico, in bilico tra il ponte dei lucchetti e il megastore Trony, ci abita (forse, chissà) una firma nobilissima. Che scrive, a proposito dei disordini per l’iPhone:
…C’era gente in coda dall’alba, c’era gente accampata, e non era per una coda per il pane, era una coda per sentirsi in regola con l’identità del consumatore medio…
…Mi basterebbe che qualcuno (anche solo uno su diecimila) all’improvviso si fosse sentito umiliato, in quella ressa di schiavi, per avere qualche speranza in più sul nostro futuro.
…Non riesco a credere che un tostapane con lo sconto, pure in tempi di crisi nera, sia in grado di trasformare le persone in uno sciame di mosche disposte a schiacciarsi l’una con l’altra pur di posare le zampe sulla propria briciola.
Le mosche fanno schifo perché, sebbene in questo caso la materia del desiderio fosse un computer, il più delle volte per vivere decentemente mangiano merda. E chi ha un’immagine più nobile del gusto, le mosche le schifa, appunto.
Eppure, fuori di metafora zoologica: se è vero che oggi il tempo delle relazioni, delle navigazioni, del gioco, dell’interazione tecnologica coincide con quello della conoscenza del mondo e delle genti, come si può non considerare legittimo il desiderio di possedere (e a tutti i costi) un notebook e uno smartphone e un televisore in grado di recepire segnale? E se è così, perché non scorgere in quella fila, scontri compresi, un reclamo foolish e hungry per il riconoscimento del diritto alla cultura? (o vale solo quando ci si accuccia di fronte a un Apple store?)
No, precisano d’intorno. È una guerra plebea. Una Metropolis di alienati nella bocca del Capitale. Mosche e schiavi tenuti per una gamba dal demone del consumismo. E neanche uno Spartaco a spezzare quelle catene del delirio per restituire ai comuni mortali un’opzione di futuro. Questo deve aver pensato Michele Serra, mentre vergava quelle poche e decise frasi sul Mac (forse, chissà) comprato on line, con in una mano il telefonino e nell’altra le istruzioni, e cestinava nella sintesi dell’apocalisse (berlusconiana?) altre possibili letture.
A cominciare da quella per cui “la cultura è un bene comune” non allude solo alle collane Adelphi.
P.s. E comunque penso sia buona cosa, in previsione di un assalto ai forni e ai suoi frutti, procurarsi, e in saldo, un buon tostapane.
Giorgio Cappozzo
1 novembre 2011 at 21:32
I numeri sono discordanti. Ma si parla di migliaia di persone. Non c’è dubbio che tra questi molti abbiano fiutato l’affare, comprando a poco e rivendendo sulle aste on line.
ma credo che la maggior parte delle persone stesse lì per acquistare un prodotto per sé.
tuttavia i due fenomeni non si contraddicono. sono entrambi parenti della crisi.
Gabriele
1 novembre 2011 at 13:07
Magari fosse così come dice daniele, che il Michele Serra di adesso non sia piú come quello di vent’anni fa – gli è restato, in verità, solo un certo talento per la bella scrittura che ancora manda in visibilio le bocche buone, buonissime che si abbeverano a Repubblica. Per il resto, è tutto uno straparlare, un pontificare, una leziosaggine argomentativa (oltretutto qui ovviamente del tutto fuori bersaglio: sfido chiunque a trovare qualcuno che, in quell’orgia belluina, si sia comprato un tostapane o un ferro da stiro, e non piuttosto un I-Phone o simili). Lasciamo i Micheleserra, assieme agli Eugenioscalfari e agli Umberogalimberti, ai sapienti di Repubblica…
E poi ancora: la cosa più giusta circa questo bailamme a Ponte Milvio l’ha detta probabilmente un ascoltatore di una puntata di “Tutta la città ne parla” su RadioTre, che ha collegato gli acquisti da Trony con la sospetta ondata su eBay, il giorno dopo, di gadgets elettronici nuovi a prezzi competitivi.
daniele
31 ottobre 2011 at 10:59
L’acume e la misura di Giorgio Cappozzo in risposta al vieto moralismo snob di una grande testa che vent’anni fa ci deliziava con gli eccessi… fustigando i parruconi.
valentina cois
30 ottobre 2011 at 09:34
A me gli smartphone fanno compagnia. E sono molto più vivibili del Lexotan.