Guardando le diverse istantanee della giornata del 15, quello che forse più salta agli occhi è che quella piazza, ma ancora prima i percorsi e la gente che arrivano per manifestare, non hanno più rappresentanza né politica né sindacale. È saltato non un tassello, un particolare, un passaggio. È successo qualcosa di molto più importante, più grave che ci conduce fuori dal Novecento, fuori da quella temperie storico-politica che aveva combattuto contro le dittature e aveva costruito la democrazia. Oggi quella democrazia non basta più a garantire partecipazione e condivisione. A garantire uguaglianza. Lo iato tra la stanza dei bottoni e i cittadini è diventato ancora più profondo e lacerante. Le decisioni che vengono prese in nome del popolo sovrano appaiono sempre più lontane dagli interessi reali delle persone, degli uomini e delle donne in carne e ossa. Uomini e donne che sempre più spesso e con maggiore violenza vengono esclusi dal consesso civile, ricacciati in un limbo senza diritti.
L’Italia arriva a questo passaggio in maniera più drammatica di altri Paesi. Il ventennio berlusconiano ha esasperato gli animi e reso quel solco tra Parlamento e cittadini ancora più incolmabile, più difficile da superare, da rendere meno mortificante. Ma la contingenza italiana per quanto cogente e significativa non basta a spiegare da sola la crisi della rappresentanza. I poteri decisionali e sovranazionali, come è il caso della Bce, non sono stati votati, ma anche i Parlamenti democraticamente eletti oggi non sembrano più rispondere alle richieste di partecipazione che vengono dal mondo civile. In Italia e in tutto l’Occidente.
Ciò che appare chiaro è che un sistema che prima, per quanto difettoso, funzionava, oggi non funziona più. E non basta sottolineare che da sempre esiste una differenza tra democrazia formale e democrazia sostanziale. Perché il quadro che abbiamo davanti è molto più complesso, più difficile non solo da capire ma soprattutto da risolvere.
Riconoscere questo passaggio, la sua gravità, non significa necessariamente cadere nell’antipolitica o pensare che tutto sia inutile. Tutt’altro. Significa invece accettare i termini veri della sfida. Fare i conti con il passaggio ad una nuova epoca.
È questo lo sforzo più importante che la sinistra deve fare. Sconfitto finalmente Berlusconi, non basterà cambiare gli uomini e le donne che ci guidano. Pensare che basti questo, vuol dire non aver capito fino in fondo la radicalità del movimento che ha sfilato sabato. Lo sforzo da fare è molto più alto, molto più importante, ma a questo punto necessario: serve riscrivere le regole della partecipazione e della decisione. La prima riforma da compiere è questa e deve rompere la contrapposizione tra Palazzo e piazza, tra dentro e fuori, tra i pochi che decidono e i molti che subiscono la decisione. È vero che il parlamentare una volta eletto, deve poter godere della sua autonomia. Ma allo stesso tempo si deve costruire una nuova politica che riesca a muoversi non contro la società civile, ma dentro i suoi gangli, i suoi bisogni e i suoi desideri.
Non è sufficiente pensare di potere recuperare la crisi della politica e della rappresentanza, tinteggiando di moralità il Parlamento. Perché anche se i nuovi rappresentanti del governo saranno probi e seri, che cosa succederà quando si dovranno affrontare questioni spinose come la Tav? Chi deciderà? Chi convincerà chi? E cosa si farà quando la Bce chiederà altri sacrifici? Basterà un partito, un Parlamento a decidere cosa vogliono i cittadini? Certo, ci saranno i programmi a dettare la linea, ma è evidente che la complessità del presente richiede un nuovo protagonismo sociale.
La complessità che sta facendo implodere il sistema è in azione ovunque. Nessuno rappresenta più nessuno. Questa implosione si è vista, nel bene e nel male, anche nel movimento, da sempre luogo composito ma sicuramente connesso ad alcune figure di riferimento. Sono quei leader – come Luca Casarini – che oggi ammettono di non aver più il controllo e che – con la stessa onestà intellettuale – riconoscono che i violenti fanno parte del loro mondo, rifiutandone le pratiche, ma respingendo al mittente la divisione tra buoni a cattivi.
E l’implosione e la crisi riguardano anche la tv. Luogo privilegiato della scena politica, oggi i talk show si ripropongono, anche quando più in sintonia con i manifestanti, in una formula stanca: da una parte l’establishment, fuori in collegamento i cittadini, la protesta, l’occupazione. Ma anche questa formula è vecchia. Se nessuno rappresenta più nessuno, è la piazza che deve prendere la scena mediatica. Anche qui vale lo stesso caso del Parlamento. Non è cambiando il conduttore o i nomi degli ospiti che si risolve la situazione, la non rappresentanza. Vanno pensati nuovi format, in cui la realtà per tanti anni tenuta a bada, in congelatore, ridiventi protagonista.
Si deve aprire una nuova fase costituente che ripensi il patto democratico. Non è facile, non si può negare. Eppure è uno sforzo che va fatto. Che alcuni stanno iniziando a fare. Per esempio i lavoratori, i giovani e le giovani che hanno occupato il teatro Valle. Non si sono accontentati di un atto simbolico, che prevedesse una conclusione pacificata. Si sono messi a tavolino a riscrivere lo statuto che regoli la gestione della cultura. La loro critica è contro il sistema che ha permesso di accentrare un bene comune nelle mani di pochi. I soliti pochi. La sinistra allora non dovrà solo chiamare dirigenti più onesti e capaci, dovrà con gli occupanti di oggi accettare la sfida di riscrivere le regole, perché quel luogo, come la democrazia in generale, non sia solo formalmente ma sia realmente di tutti.
angela azzaro
24 ottobre 2011 at 16:18
@Ale, bella domanda. In qualche modo ho risposto parlando del Valle. Certo però che questa riflessione va portata anche dentro la politica tradizionale che poi è la più in crisi. E proprio perché in crisi invece di aprirsi pensa di risolvere tutto con logiche tradizionali.
ale di pietro
23 ottobre 2011 at 10:41
Un intervento necessario, bello, sentito che dovrebbe aprire subito una riflessione collettiva: come farlo? anche questo è un quesito che dobbiamo porci: quali sono i luoghi e i modi in cui cominciare?
Hop Frog
22 ottobre 2011 at 20:56
Concordo pienamente. C’è bisogno di ripensare a forme diverse di partecipazione con minore rappresentanza e più base decisionale. Si avverte la necessità di una democrazia diretta che incominci a scacciare un sistema basato su rappresentanze spesso, sempre più spesso, nate da accordi tra lobby e fuori da ogni controllo da parte dei cittadini