Il popolo bue e l’obolo a Santoro Almeno non toccate Pasolini!

Susanna Curci Pubblicato da
il 11 ottobre 2011.
Pubblicato in Cultura, gli Altri.

Siamo tutti degli imbecilli, non c’è altra spiegazione. Altrimenti quei 200.000 euro raccolti in meno di 48 ore non si riescono a comprendere; e non si riescono a comprendere per una ragione semplicissima: proprio noi utenti del web conosciamo alla perfezione il funzionamento della rete, in cui la gratuità delle prestazioni è all’ordine del giorno; in cui l’informazione è basata sull’orizzontalità, e non sulla verticalità; in cui ci si deve far strada a suon di click, di posizionamenti su google o di visualizzazioni su youtube.

Lo sappiamo tutti perfettamente, per esperienza personale. Conosciamo tutti il significato di una notte passata a scrivere un articolo che non sarà pagato, semplicemente perché la logica del web non lo prevede. Perché abbiamo imparato a pensare all’informazione come a qualcosa al plurale, che si costruisce piano piano e personalmente, selezionando ciò che riteniamo insufficiente ed approfondendo le notizie che invece troviamo particolarmente interessanti e rilevanti.

Siamo degli imbecilli perché accettiamo senza battere ciglio di “donare” dieci euro a testa a Michele Santoro perché lui ci “venda” (per sua bocca) la “sua” informazione di stampo televisivo e perché lo faccia invadendo il web (ci sono già due siti e il canale youtube all’attivo, senza contare la disponibilità offerta dall’Idv a ospitare generosamente il format sui propri blog), le tv locali, il canale “eventi” di Skytg24. Siamo degli imbecilli perché riteniamo perfettamente logico che Sky ospiti il programma gratuitamente – dunque ricavandone solo profitti – mentre noi si debba riuscire a finanziare ben 250.000 euro a puntata (che sulle prime otto puntate previste diventerebbero due milioni di euro) di tasca nostra e senza avere alcuna reale possibilità di azione sul programma.

Santoro, in parole povere, fa leva sulla nostra stupidità. E lo fa spudoratamente, paragonandosi senza ritegno alcuno a quel «commerciante tunisino che va con il suo carrettino in piazza per vendere frutta e verdura e quando gli impediscono di vendere i suoi prodotti si dà fuoco». Chi gli impedisca di vendere i suoi prodotti non è ancora chiaro, visto che ci ripropone i suoi comizi sempre uguali da oltre vent’anni, ma quel che è certo è che lui non si darà fuoco, anzi: «noi questa volta continueremo a tenere accese le nostre telecamere dovunque sarà possibile». Ovviamente, con i nostri dieci euro.

A contornare perfettamente l’ipocrisia di un Michele Santoro che elemosina soldi e l’incoerenza di un pubblico che, se per strada contratta giornalmente sugli spiccioli con il marocchino di turno, non si fa invece problemi a “donare” al milionario ex conduttore di Annozero i propri soldi «per il bene della collettività e dell’informazione»», ci pensa il titolo del programma. “Comizi d’amore”, in omaggio a Pier Paolo Pasolini, o almeno questa è la spiegazione che viene propagandata dai media. Non si può fare a meno di domandarsi come possa essere considerato un omaggio a Pasolini la riproposizione esatta di tutto quello che lui più detestava: la verticalità dell’informazione, il fascismo insito nell’uso del mezzo televisivo, il vippismo mediatico.

Comizi d’amore di Pasolini è un film-documentario d’inchiesta che si pone il fine di indagare il pensiero degli italiani degli anni ’60 (di ogni estrazione sociale e grado culturale), specialmente riguardo la propria confidenza con l’argomento sessuale, i tabù e la morale imposti dalla società. Sono gli italiani i protagonisti, ed è a loro che Pasolini augura, attraverso lo strumento dello sposalizio ricostruito nell’ultimo episodio, «che al vostro amore si aggiunga la coscienza del vostro amore». Ma chissà se questo Santoro lo sa.

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7 Responses to Il popolo bue e l’obolo a Santoro Almeno non toccate Pasolini!

  1. valentina cois

    12 ottobre 2011 at 21:15

    Non c’è populismo senza popolo. E il popolo di Santoro è avido di indignazione. Il risultato è matematico.

  2. giovanni de caprio

    12 ottobre 2011 at 20:47

    Brava. Santoro non è San Toro.

  3. ilario

    12 ottobre 2011 at 12:09

    ma imbecille sarai tu, continua a guardati gratis Maria de Filippi.

  4. baresi gianna

    12 ottobre 2011 at 11:48

    BRAVA

  5. daniele

    11 ottobre 2011 at 22:11

    Colpevolmente non conosco Susanna Curci, ma rendo omaggio al suo coraggio: parlare così di Santoro su queste tribune ricorda gli anni settanta quando le commissioni esterne composte da membri di Autonomia chiedevano agli esami “Mi parli male di Garibaldi….” Concordo in pieno con quanto scritto, a parte l’espressione “popolo bue” che ho sempre odiato.

  6. Laura Eduati

    Laura Eduati

    11 ottobre 2011 at 21:08

    Non sono d’accordo sulla prima parte del titolo. “Popolo bue” è insopportabile. Prendersela con il populismo santoriano è sacrosanto. Ma con coloro che gli danno in buona fede 10 euro, questo no. Per il resto, l’articolo è ottimo e lo condivido. Brava Susanna

  7. Fernando

    11 ottobre 2011 at 20:48

    Credo ci sia un fondo di verità in questo post. Ma penso pure che non vale la pena soffermarsi solo su questo. Il successo di Santoro è straoridnario almeno quanto quello de Il Fatto. Anche in quella occasione, sulla fiducia, vennero sottoscritti abbonamenti prima ancora che il quotidiano uscisse.
    C’è però un po’ di snobbismo in quest’articolo: non si può dire che tutti sono scemi o stupidi. Ma magari l’autrice è giovane e passiamoglielo. Il punto è: perchè Santoro e il fatto ci riescono? In fondo si limitano a prendere un pezzo di mondo, “orfano”, e a dargli una dimensione, una prospettiva. Direi persino una comunità, per quanto virtuale. Ed è di una comunità che avremmo bisogno, per quanto larga e plurale. Ma non c’è nessuno che provi a costruirla. E chi nel frattempo s’inventa delle soluzioni, parziali, sbagliate, anche culturalmente distanti da me, solleva una questione.