Uno dei guai peggiori del berlusconismo, il motivo per cui ogni giorno che il premier resta in sella è sempre più insopportabile, è che questi anni ci consegnano una sinistra, e in generale un’Italia, meno libertarie. Meno attente a un valore importante come la libertà. È vero, come si ripete sempre, che la libertà senza la giustizia sociale non vale nulla, anzi vale zero, ma anche l’uguaglianza sociale senza la libertà cambia di segno, assume un valore minore, a volte perfino negativo. Non si tratta quindi di contrapporre due valori, due culture politiche, di sostituire l’una con l’altra, ma di capire che l’una senza l’altra conta poco. Conta poco soprattutto oggi, dopo secoli di battaglie a favore della libertà o dell’uguaglianza, spesso di battaglie di una contro l’altra. La sfida oggi, soprattutto a sinistra, è mettere insieme queste due culture politiche, farle convivere. Per alcuni versi è la sfida per eccellenza, la sfida più importante. Quella che ci dovrebbe stare di più a cuore dal punto di vista culturale, politico e anche dal punto di vista filosofico.
Invece questi anni di berlusconismo ci hanno riportato indietro, restituendoci una sinistra che la libertà sembra averla messa tra parentesi. Schiacciata dall’improbo ma doveroso sforzo di contrastare l’arroganza del potere che ci governa, ha spesso confuso il male con la cura, ha pensato che per contrastare un presidente dedito più che al Paese ai suoi affari privati si potesse fare a meno della cultura garantista, del dubbio, della dialettica, della capacità di ascoltare le ragioni degli altri, del dialogo con chi è più lontano dalle proprie posizioni. Berlusconi ha ideologizzato fino alle estreme conseguenze la battaglia politica, ma la sinistra invece di rifiutare questo piano, ci è cascata in pieno e ha usato lo stesso paradigma di colui che voleva giustamente contrastare. Cioè ha fatto suo lo scontro frontale, la guerra tra opposte fazioni. E in guerra come si sa non ci sono zone grigie, non ci sono dubbi, non si può dialogare. Chi lo fa è un traditore. È stato così in questi anni: chiunque non partecipasse allo scontro tra bande, chiunque provasse a dire qualcosa che non fosse scontro ideologico veniva tacciato di tradimento, di collusione con il nemico.
Si è pensato che per contrastare l’uso fatto da Berlusconi della parola libertà non si dovesse contrapporre l’uso vero, esplicitare che cosa sia davvero la libertà. Che la libertà non esiste se non è libertà di tutti. Si è preferito seguire altre strade, strade che a una restrizione degli spazi democratici perseguita dal governo sostituissero una visione in alcuni casi altrettanto equivoca, altrettanto dogmatica. Un esempio lo abbiamo sotto gli occhi proprio in questi giorni a proposito della legge sulle intercettazioni. Legge liberticida come giustamente è stata definita, che ancora una volta pensa di risolvere il problema con la repressione e messa in discussione dell’articolo 21 della Costituzione. Ma dire questo non basta. Non basta dire che la legge è stata fatta e viziata dagli interessi personali di Berlusconi. Non basta perché una sinistra che ha davvero a cuore la libertà non può pensare che oggi questo nobile concetto coincida con la fuga di notizie dalle procure, con lo sputtanamento della vita delle persone, con il gossip, con un giornalismo ridotto a velina. No, non si può. Bisognerebbe avere la lucidità di dire no a entrambi i disegni: quello che tenta di salvare il salvabile della vita del premier e quello di chi, anche se maggioritario, anche se travestito da paladino dei diritti, mette in scena e in piazza una cultura poco attenta a quelle garanzie, anch’esse costituzionali, che attengono al rispetto della persona e della stessa vita democratica. Ma quale rispetto c’è, di quale democrazia parliamo se la vita di una persona viene sbattuta in prima pagina, processata senza capo d’accusa, sviscerata nella sue parte più intime? Che cosa c’entra tutto ciò con la democrazia? Che cosa c’entra con la giustizia? E scusate che cosa c’entra con la stessa possibilità dei magistrati di indagare su chicchessia? In un’epoca in cui lo stesso teorico delle comunicazioni di massa, Mc Luhan, appare ormai archeologia teorica, non porsi il problema di come la libertà si coniuga con l’informazione è da folli. E non si tratta di inventarsi nuove leggi, di scrivere nuovi editti, di tracciare il solco per nuovi dogmi. Si tratta invece di ragionare su limiti e responsabilità, su rispetto e privacy, su che cosa sia informazione e cosa no.
La sinistra ha davanti un compito improbo, ma inevitabile. Sconfitto, speriamo, colui che la parola libertà la ha usata svilendola, dovrà ricostruire una cultura politica che guardi alla libertà come bene prezioso e inderogabile. Non è solo colpa di Berlusconi. Veniamo da anni di sermoni sulla sicurezza, sul controllo; anni di fondamentalismi religiosi e politici. Non sarà quindi facile. Ma non provarci sarebbe un suicidio dei propri ideali, che sono ben altra cosa dalle certezze ideologiche.
giovanni de caprio
12 ottobre 2011 at 21:04
Lucida, chiara e intellettualmente onesta. Cogli nel segno. Mi innamoro sempre più delle tue idee, che poi sono le mie. Sono narcisista?
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