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Ma quante “Amanda” sono ancora in prigione?

Valentina Ascione Pubblicato da
il 4 ottobre 2011.
Pubblicato in Diritti, Giustizia, gli Altri.

Millequattrocento giorni. È quanto Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno atteso in carcere prima di essere assolti. Quattro anni. Un’ampia fetta sottratta alla gioventù dei due imputati, che all’epoca dei fatti avevano vent’anni o poco più. Un bel pezzo di vita spesa dietro le sbarre, mentre fuori si consumavano le schermaglie tra innocentisti e colpevolisti.

Ma lontano dagli onori della cronaca e dalle prime pagine dei giornali, dai riflettori e dai salotti televisivi, sono tantissime le vite ostaggio dei tempi di una giustizia bloccata. Di un sistema ormai al collasso sotto il peso di un arretrato pendente che sfiora i tre milioni e mezzo di procedimenti penali e sei milioni di procedimenti civili. Una paralisi che è valsa al nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo ben 1095 condanne per violazione della ragionevole durata dei processi, rispetto alle 278 inflitte alla Francia, alle 54 della Germania e alle 11 della Spagna.

E sono migliaia coloro che attendono giudizio, come i protagonisti della piéce di Samuel Beckett attendono Godot, tra le mura di quell’inferno conclamato che sono le nostre galere. Oltre 28 mila, secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia: il 42 per cento dell’intera popolazione carceraria che ad oggi conta circa 67400 detenuti. Un’anomalia tutta italiana che costituisce una delle principali cause del grave stato di sovraffollamento che affligge le carceri del nostro Paese, dove ci sarebbe posto per 46 mila persone: quindi oltre ventimila in meno rispetto a quelle attualmente presenti.

In Italia la carcerazione preventiva è consentita solo in tre casi: il pericolo di fuga, il pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di turbamento delle indagini. Eppure l’abuso di questo strumento appare ormai evidente e sono in tanti a denunciarlo perfino tra le massime autorità istituzionali. L’ha sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al convegno sui temi del carcere e della giustizia che si è tenuto lo scorso luglio al Senato, dove nel corso di un intervento dai toni gravi e inequivocabili ha parlato di un «crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione in concreto della carcerazione detentiva», che contribuisce a determinare una realtà «che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo».

In quella stessa occasione faceva eco al Capo dello Stato il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, invitando i magistrati «ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva, strumento da mantenere nell’eccezionalità, quando nessun altro strumento può essere utilizzato per soddisfare le esigenze cautelari». Parole riprese dal ministro della Giustizia Nitto Palma nella relazione tenuta due settimane fa a Palazzo Madama, in apertura della sessione straordinaria sulla crisi del sistema penitenziario e della giustizia.

Ma non è tutto. Secondo le statistiche la metà di coloro che oggi attendono giudizio dietro le sbarre, ammassati come carne da macello, al termine dell’iter processuale sarà riconosciuta innocente. Com’è accaduto a Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che da un giorno all’altro, nell’ottobre del 2009, si è visto sbattere in galera con l’accusa di terrorismo. A suo carico l’amicizia che da tempo lo legava a Diana Blefari Melazzi, membro delle nuove Br, e altre frequentazioni di gioventù. Frattaglie del passato sufficienti, in un clima da caccia alle streghe, a costituire per l’accusa un impianto probatorio. E a sottoporre l’uomo a un regime detentivo per certi versi più duro di quello imposto a mafiosi e camorristi. Dopo 18 mesi di carcerazione preventiva, però, Massimo Papini è stato prosciolto da tutte le accuse, anche se nulla potrà restituirgli il tempo che una giustizia miope gli ha scippato. Né a lui, né alle altre vittime di uno Stato che ogni anno sborsa milioni per risarcire le ingiuste detenzioni. Ferite più semplici da evitare, che da curare.

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2 Responses to Ma quante “Amanda” sono ancora in prigione?

  1. ada palmonella

    5 ottobre 2011 at 16:11

    Ho seri dubbi che il ministero di Giustizia onori i suoi debiti con i risarcimenti. Condivido, cara Valentina, la tua voce. Ormai nelle “patrie galere” siamo arrivati all’estremo! La custodia preventiva è per tutti. Tutti in galera anche se “domani siamo sicuri che esci”. Intanto si occupano gli ultimi posti in piedi rimasti vuoti. E quando una decina usciranno, arriverano altri 20. Sempre di più. Custodie cautelari senza senso. Fermi quasi punitivi tanto “se sei innocente lo stabilirà il giuice”. Alti funzionari che parlano ma non traducino le parole in fatti. Personalmente, come estrema soluzione, visto che l’amnistia “è questione politica” e quindi non applicabile, (MA? O meglio : e che vor dì?) personalmente l’unica soluzione che ormai vedo possibile, lasciando la scelta alla natura e non all’uomo, è il 2012. la fine di questo tipo di mondo. Confuso, disorientato, caotico. Aspetto il 2012 e l’inizio dell’epoca d’oro. Per ricominciare. Chissà se i Maya, preannunciando la fine di questa epoca, non siano riusciti ad entrare nelle carceri italiane dei nostri tempi – per loro futuri – ed abbiano visto l’unica soluzione per ridare la vista a chi oggi è miope. E anche sordo.

  2. giovanni de caprio

    5 ottobre 2011 at 01:32

    Condivido. E sinceramente sono anche perplesso. Perchè in nome dell’antiberlusconismo più becero la sinistra italiana ha perso per strada un valore che da sempre ha coltivato, quello del garantismo. Garantismo non vuol dire perdono, indulgenza, buonismo. E’ un concetto tecnico giuridico che il legislatore nel 1989 ha voluto consacrare nel nuovo codice di procedura penale ( Vassalli, un socialista….) e in sostanza vuol dire garantire a tutti un diritto di difesa paritario a qullo dell’accusa.Purtoppo, diciamo la verità,negli ultimi anni buona parte della sinistra si è lasciata sedurre dal giustizialismo più retrivo, stringendo amicizie pericolose con chi delle manette, cara Valentina, ha fatto il proprio simbolo. E non puoi dire di no…….Il punto è politico: ho già scritto tempo fa su questa pagina che il principio ” il memico del mio nemico è mio amico” non sempre porta a buoni risultati. Lo ripeto. Siamo sempre pronti a scendere in piazza a difesa dei magistrati perchè minacciati dall’odiato nemico, Ma ci manca la lucidità di comprendere che – morto berlusconi – il problema delle manette facili, della carcerazione preventiva spesso inutile, resta lo stesso. E allora, questa edificante pagina di giustizia scritta ieri dalla Corte di Perugtia -che ha finalmente affermato la necessità di prove certe per condannare, che ha avuto il coraggio civile di smascherare l’illegittimo e prevaricante operato della polizia giudiziaria-sia davvero uno spunto di riflessione per la sinistra: Smettiamola con questi innaturali copule politiche con personaggi reazionari e forcaioli, mascherati da uom ini e donne di sinistra. Iniziamo una vera battaglia per svuotare le carceri, luogo di avvilimento della persona.Ma ben sapendo che le carceri sono riempite da chi la gente in galera la sbatte facilmente. Molto attinente il tuo riferimento alle esigenze cautelari ( pericolo di reiterazione, di fuga e di inquinamento delle prove) Proprio per questo mi domando: ma dopo i moniti del Presidente della Repubblica, perche non iniziamo noi a far sentire ai magistrati la NOSTRA voce? Non posso dimenticare la recente vicenda di Lino Iannuzzi,giornalista e scittore, che il Tribunale di Sorveglianza di Napoli voleva sbattere in galera perchè se libero ” avrebbe continuato a scirivere”. Mi sarei aspettato dall’intellighenzia di sinistra una sommossa. In altri tempi – bei tempi – saremmo scesi in piazza e per primi gli intellettuali. Oggi scendiamo in piazza in favore di chi in galera la gente la sbatte.
    Concludo con una nota di disgusto per le affermazioni pubbliche del PM di Perugia all’indomani della sentenza: mi sarei aspettato che tacesse, ma mi ha spaventato la protervia con cui non ha voluto ammettere l’inconsistenza dell’impianto accusatorio dimostrando completo disprezzo per la pronuncia della Corte. Le sentenze vanno rispettate. per i comuni mortali s’intende……..