Vergogna vergogna. In molti fuori dal tribunale di Perugia hanno avuto il coraggio di gridare così, dopo la sacrosanta sentenza che assolve Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di aver ucciso la studentessa inglese Meredith Kercher. Vergogna andava invece urlata prima. A gran voce, per la sentenza di primo grado che li riconosceva colpevoli di galera. Vergogna va gridata ancora oggi perché questi ragazzi hanno passato 4 anni in prigione, per nulla. Erano, sono non colpevoli. Così è stato sancito. Così era giusto che fosse.
Ma perché? Perché non hanno commesso il fatto?. Non è questo il punto. Non si tratta ben che mai oggi di dividersi tra colpevolisti e innocentisti. Per favore. Non è questo il punto. Il punto è che nei loro confronti non esiste uno straccio di prova – smontate quelle su cui si fondava la condanna di primo grado e che facevano riferimento al Dna – non esiste uno straccio di movente. Si è passati da “violenza sessuale” a “invidia”, fino a ipotizzare un omicidio per “niente” e quindi dai pm considerato ancora più grave, tanto da chiedere l’ergastolo.
Oggi è stata stabilità un po’ di quella certezza del diritto che dovrebbe stare a cuore a tutti. Anzi, a tutti e a tutte. Soprattutto a tutte. Perché nella sentenza di primo grado, in questa storia, in questo processo mediatico, quello che ha pesato inizialmente moltissimo sono stati i pregiudizi nei confronti di Amanda. Troppo bella, troppo americana (per certa sinistra), per essere innocente. Le hanno costruito addosso un vestito troppo ingombrante per lasciare spazio alla verità processuale. Come ha detto la straordinaria avvocata di Sollecito, Giulia Bongiorno, l’hanno trasformata nella Venere in pelliccia del barone von Masoch, cioè la donna sadica, l’ammaliatrice che nel caso di Amanda avrebbe ucciso trascinando con sé anche Sollecito.
Ma un’altra donna, un’altra grande donna, ha avuto l’intelligenza di capire che se si voleva smontare la tesi precostituita dell’accusa, si doveva agire lì. Nell’immaginario. In quella costruzione che aveva trasformato Amanda da ragazza qualsiasi a femmina fatale. Sadica e assassina. Ha capito. Giulia Bongiorno, che se voleva difendere il suo assistito, doveva smontare questa immagine. E la sua abilità è stata di non farlo con discorsi moralistici, ma proponendo un altro immaginario. Ha sostituito la Venera in pelliccia con Jessica Rabbit. Sono come gli altri mi vogliono. Ha sostituito l’immagine di donna maledetta in quella pop, più consona alla vita, alle speranze e anche alle vere miserie di una ragazzina a cui si voleva levare il futuro.
In prigione resta solo Rudy Guede. Per noi che non amiamo il carcere diciamo, sempre e comunque: purtroppo. Ma oggi a coloro che contrappongono l’assoluzione dell’americana e di Sollecito alla sua condanna perché dettata da questioni razziali o di classe, ricordiamo sommessamente che la colpevolezza di uno e l’innocenza degli altri non sono contrapponibili. E che non è mandando in galera due innocenti che si dimostra l’eventuale errore giudiziario anche del terzo coinvolto. Stando alle carte processuali, su Rudy pesano prove schiaccianti e un movente altrettanto chiaro. Questo non ci impedisce di conservare più di un dubbio. Ma soprattutto non ci impedisce di applaudire a une bella pagina della giustizia italiana, dopo la brutta pagina della sentenza di primo grado.
giulio
7 ottobre 2011 at 23:09
Cara Angela
grazie per la risposta, però in fondo mi hai dato ragione. io ho proprio scritto che “la spettacolarizzazione di questo processo ha cancellato la vittima.” ecco io avrei proprio aggiunto quelle righe che tu usi nella tua rispota: “in quell’aula di giustizia tutto era presente fuorché il ricordo di Meredith, la verità su Meridith.” ma non voglio farne una questione di lana caprina. secondo me queste parole avrebbero semplicemente equilibrato il tuo articolo su un tema che – proprio a partire dall’assoluzione dei due ragazzi – rimane tutto: la violenza ancora una volta su una ragazza, una donna.
buon lavoro
Angela azzaro
7 ottobre 2011 at 00:32
@Giovanni stra d’accordo con te sul discorso sulla giustizia americana e caso di cui parliamo. Si poteva parlare di pressioni che avevano condizionato verdetto solo in caso di un’assoluzione davanti a prove evidenti, a procedure chiare a pm che non basavano il loro lavoro sulla fuga di notizie! Come è evidente non è stato cosí e il discorso che fai tu è perfetto.
Aboliamo il carcere dici. Non è follia. O comunque è una follia che io condivido in pieno. Anzi il giornale condivide in pieno. Tanto da aver già fatto questa proposta. Il problema è che siamo piccoli e certi discorsi non passano. Quindi dai, proviamo a immaginare gruppo di lavoro e come agire sapendo che i radicali su questo sono validi alleati…
giovanni de caprio
6 ottobre 2011 at 22:13
@Angela perchè non lanciamo una sfida proprio dalle pagine di questo giornale? Aboliamo il carcere. E una battaglia di civiltà, di etica, un cimento nobile per chi crede davvero nella dignità umana. Non si può scendere in piazza contro le morti sul lavoro, contro la discriminazione razziale e sessuale, contro leguerre, e poi restare indifferenti allo scempio rappresentato nella condizione di circa 60.000 persone trattate come animali. Sono facce della stessa medaglia: la dignità dell’uomo. Se non siamo noi a difenderla, che deve farlo?
Sono sicuro che sistemi di rieducazione migliori ci siano, e mi offro volontario per un gruppo di lavoro che metta allo studio una vera rivoluzione del sistema sanzionatorio penale. Ricordiamoci che il carcere, come idea, offende non solo la dignità di chi sta dietro le sbarre ma soprattutto la dignità di chi sta fuori, rendendolo al contempo complice indifferente di un tale abbruttimento umano
se mi considerate pazzo mi fa piacere….. ieri è morto Steve Jobs e il suo motto era: siate folli!
giovanni de caprio
6 ottobre 2011 at 21:45
caro Maurizio devo in parte dissentire dalla tua opinione circa il nostro ” asservimento” agli USA. Sgombriamo il campo da facili luoghi comuni. L’atteggiamento americano trova giustificazione su un dato oggettivo: una profonda diversità di cultura giuridica, soprattutto processuale. Stiamo parlando di un Paese dove il dibattimento ( cioè il processo vero e proprio) si svolge secondo regole garantiste in senso ampio: anzitutto i giurati, che vengono scelti da accusa e DIFESA assieme. E che vengono scelti con un criterio rigoroso: cioè tra persone che del fatto che vanno a giudicare non sanno assolutamente nulla. Lo so, questo per un paese che ha una superfice come l’Italia sembra impossibile. Ma ti ricordo che per trovare i giurati per il processo ad JJ Simpson fu davvero un impresa perche di quella vicenda i media ne avevano parlato in tutti gli Stati dell’Unione. Va poi detto che i dodici giurati ( sono persone qualunque come la nostra giuria popolare della Corte di Assise ) durante il processo vengono letteralmente ” sequestrati” e non possono ne leggere giornali ne vedere la TV proprio per evitare condizionamenti di sorta e per mantenere il giudizio piu imparziale possibile. Ora pensa un po se un americano di media cultura e scolarizzazione non resta inorridito nel vedere che in Italia i giurati tra un udienza e l’altra vanno comodamente a casa e sono liberissimi di farsi un overdose di Bruno Vespa e dei suoi plastici, della ” Vita in diretta” e di tutti i giornali ( Di Piu, Chi e via dicendo ) .Insomma un vero lavaggio del cervello per chi invece deve giudicare se una persona è colpevole o innocente. Va poi detto che negli USA il Giudice (, quel signore che siede sullo scranno e che tutti chiamano Vostro Onore ) non entra in camera di consiglio con i giurati ma controlla solo il regolare svolgimento del processo!
Per non parlare della rigorosità con cui sono state acquisite delle prove. Esistono delle “linee guida” nella letteratura crimnologica mondiale su come preservare la scena del delitto e gli oggetti rilevati. Sono dei protocolli scientifici a cui occorre adeguarsi se non si vuole falsare l’attendibilità di una prova. Va da se che vedere un gancetto di un reggiseno conservato in quel modo, alla rinfusa e senza alcuna precauzione, e fondare un condanna su quel gancetto, fa inorridire non solo un americano, ma qualunque persona dotata di medio buon senso. E qui il mio pensiero va al delitto di via Poma ed alla sentenza di condanna del Busco, condannato in base a indumenti repertati in modo casereccio: tutti in un unica busta di plastica del tipo supermercato. E li rimasti per anni. Dopodichè si è proceduto all’analisi del DNA!
Insomma, se guardiamo un po’ più in la del nostro naso ci rndiamo conto che l’atteggiamento degli americani ( e parlo della classe colta che mi è sembrata la più infervorata!) non poggia su sentimento di tifoseria sportiva, ma sul rilievo dell’evidente uso non conforme, da parte degli investigatori italiani dei mezzi di indagine scientifica. E sulla profonda avversione degli americani per un sistema processuale come quello italiano – di cui le TV hanno dato ampio spettacolo – che, non garantendo dei giudici popolari scevri da condizionamenti esterni, come sopra ho spiegato, è lontano anni luce dal sistema processualedel loro Paese. Un ultimo rilievo. E’ davvero becera l’affermazione, sostenuta anche da diversi giornalisti, secondo cui gli americani non dovrebbero parlare perche hanno ancora la pena di morte. E’ un tragico equivoco, che denota una profonda ignoranza giuridica. Le due questioni sono totalmente diverse. La pena di morte attiene ad un profilo di politica criminale in senso stretto ed è un retaggio – che giudico barbaro – di una cultura protestante ancora presente in parte del sentire dio quel continente. E che mi auguro venga superata al piu presto. La critica verso il sistema giudiziario Italiano è processuale, di metodo: si contesta – per i motivi che ho chiarito sopra – il metodo con cui si è pervenuti ad una condanna. In definitiva, le posizioni dei media e della gente negli USA sono state dettate non dal fatto che la condanna fosse ingiusta o troppo alta, ma dal fatto che un loro cittadino è stato giudicato in base a regole assolutamente incomprensibili per il loro sistema processuale. Per la verità sono incomprensibili anche per noi………..
con stima
Maurizio
5 ottobre 2011 at 13:30
@Angela: punire nel senso di colpire persone colpevoli di atti che vanno contro le leggi dello Stato, e quindi contro il vivere civile e in società. Detto questo, ritengo molto più importante la “rieducazione” (anche se questo termine non mi piace) del reo. In più il carcere può servire come vigilanza affinché il reo non commetta di nuovo il reato e possa essere reinserito in società dopo un lasso di tempo necessario (o ritenuto tale) per la sua “rieducazione” e punizione. Ovviamente, il carcere italiano, ad oggi, non fa questo, perciò va riformato dalle fondamenta, attraverso l’uso di pene alternative, in particolare per i reati minori, e l’abolizione (almeno quando non ci sono prove) della custodia cautelare, che va contro il principio dell’innocenza fino alla fine del processo.
Sulle pressioni americane, credo che sia evidente come gli USA abbiano messo bocca in questo processo, e come questo abbia inserito un elemento di tensione in più nei giudici. La felicità delle istituzioni americane e i complimenti per aver svolto un processo giusto (come se loro avessero in mano prove, atti o altro che giustificasse una decisione piuttosto che l’altra) è stato un atto vergognoso, di cui dovremmo indignarci, perché effettivamente dà l’idea di essere le ancelle degli USA. La nostra indipendenza si vede anche da questo. Se si potesse condannarli o meno, non lo so, non faccio il giudice, non ho le carte, non ho visto le prove. Quindi non faccio nè il “colpevolista”, nè l’”innocentista”.
angela azzaro
5 ottobre 2011 at 11:32
@giulio, un po’ hai ragione, un po’ forse no. perché secondo me in quell’aula di giustizia tutto era presente fuorché il ricordo di Meredith, la verità su Meridith. Le parole di pietà vanno dette, ma non c’entrano niente con la verità processuale che è altra cosa. In realtà non capisco neanche i genitori della vittima: non capisco cioè perché se avessero condannato Raffaele e Amanda loro si sarebbero sentiti meglio. Davvero non lo capisco.
@ahp68, partiamo dalla parola femminicidio. Penso che l’utilizzo, l’importazione di questa parola, sia stato uno dei più gravi errori del femminismo degli ultimi anni. Io continuo a dire violenza maschile sulle donne o violenza di genere, puntando non sulla vittima ma su chi uccide o sulla connotazione di genere di questi omicidi. Credo di essere una delle giornaliste italiane che più ha scritto contro la violenza sulle donne. In maniera ossessiva, sistematica. Ciò non mi impedisce di appassionarmi ad altri casi. Sarà pure mainstream, ma il processo ancora prima mediatico che nell’aula di tribunale nei confronti di Amanda è secondo me di grande interesse, perché pieno di quella cultura da caccia alle streghe che ieri ha colpito Amanda, domani può colpire un’altra donna.
@giovanni e maurizio. Io sono stra d’accordo con giovanni il carcere per me va abolito. Soprattutto questo carcere. Punto e basta. E non deve punire ma rieducare. Che significa poi punire?
@sempre maurizio. guarda che a sinistra sulla storia delle pressioni americane si è detto e scritto molto. Mi devono spiegare che senso ha parlare di questo, quando la decisione della corte è stata dettata da un fatto inconfutabile: non c’era uno straccio di prova, manco un indizio. Non c’era il movente. Non c’era niente per cui si poteva condannarli. Unica cosa era la incomprensibile pressione dei pm che peraltro con la fuga di notizie e di carte processuali che hanno permesso ci hanno fatto fare una magra figura in tutto il mondo.
Maurizio
5 ottobre 2011 at 10:13
In parte d’accordo con Giovanni Di Caprio. Credo anch’io che la detenzione debba essere “rieducativa”. Tuttavia credo che ci debba anche essere una punizione per chi ha sbagliato. Unire questi due aspetti, puntando a un reinserimento del reo nella società, attraverso lavori socialmente utili, è strettamente necessario. Si svuoterebbero le carceri, evitando il sovraffollamento e si unirebbe la necessità (per me) di una punizione con quella di un reinserimento e una rieducazione del reo.
giovanni de caprio
5 ottobre 2011 at 01:53
Ma ci rendiamo conto che cosa assurda è il carcere? Spero che quando Berlusconi se ne va – e quindi la smettiamo di interessarci morbosamente dell’hard – ricominciamo a costruire qualche progetto politico e sociale. Tra cui non sarebbe male se iniziassimo a ripensare alla inutilità della galera. Che senso ha tenere persone in quattro metri quadrati prive dell’affetto dei familiari, dell’amore costretti come animali? Diranno molti: è la punizione! Ma secondo la nostra costituzione la pena detentiva non è ” retributiva” ma ” rieducativa” serve cioè a rieducare il condannato ( non l’indagato…) E se pure volessimo ” punire”, a questo punto ci rendiamo conto che il carcere non fa altro che rafforzare i propositi criminali? se seguiamo questa logica ” retributiva” – del tipo: hai sbagliato e per punizione stai 10 anni in una gabbia – arriviamo alla conclusione che per la società è piu redditizio uccidere il condannato che tenerlo li. Almeno si scongiura il pericolo che il delinquesnte quando esce, continui a delinquere.
Perchè non elaboriamo un progetto, ambizioso quanto si vuole, per una politica criminale nuova, diversa al passo con i tempi. Dove il carcere non esiste più.Follia? Utopia? chissà………..
Nicola
4 ottobre 2011 at 23:50
D’accordo con Maurizio e ah68.
Aggiungo che accetto la sentenza così come ho accettato quella di primo grado e che tutti dovrebbero fare la stessa cosa. Politicizzare questa vicenda mi pare alquanto disgustoso. Se la condannavano si trattava di giustizia forcaiola. L’hanno assolta? Giustizia forcaiola idem. E tutti a dare addosso ai giudici. E che cavolo c’entra poi la sinistra?? ma davvero sono questi i temi che creano immaginario e identità? Mah…
D’accordo con l’Azzaro solo nel condannare gli schifosi fischi della folla indirizzati verso i due.
Maurizio
4 ottobre 2011 at 16:24
Quanto sono d’accordo con ahp68! Ad ogni modo, non vorrei che anche noi ci dividessimo in tifoserie. Un tribunale ha deciso che i due sono innocenti. Così sia. Soprattutto perché nessuno fra noi ha più carte e conoscenze della giuria e del giudice, che non credo abbiano scelto alla leggera. In tutto ciò, va evidenziato il profondo disgusto per la spettacolarizzazione del processo, per gli speciali macabri, per le dirette vergognose. Tutto questo porta ai raduni fuori dal tribunale, alla ricerca della gogna purché sia, alle diverse tifoserie. Di questo dovremmo parlare, questo dovremmo cambiare.
P.S.: io questa “certa sinistra” che condannava Amanda perché “troppo americana” non l’ho sentita assolutamente. Non usiamo qualsiasi cosa per bacchettarci fra noi.
ahp68
4 ottobre 2011 at 09:07
articolo curioso. no perchè ieri c’è stato il più grande femminicidio almeno degli ultimi venti anni – una storia che ha per corollario lo sfruttamento e ricatti cui sono sottoposte le donne del sud nelle maquilladoras di cui il meridione è pieno – ma anche voi decidete di aprire – come tutti i quotidiani borghesi e padronali – con questa storia di perugia.
una venere libera fa più notizia della morte di cinque schiave… su questo ci sarebbe da riflettere…
giulio
4 ottobre 2011 at 09:05
Condivido lo spirito dell’articolo. Sentire gridar vergogna e chiedere la gogna mi ha fatto proprio “senso”…ma c’è una cosa che non va in quello che scrivi e te lo dico molto sommessamente che la spettacolarizzazione di questo processo ha cancellato la vittima.
Una povera ragazza nel fiore dei vent’anni ancora una volta uccisa dalla violenza. Ecco due righe su questo, in mezzo o alla fine non ci sarebbero state male. Non devi ricordarlo certo a te, per le tue mille battaglie, che in questo paese ancora le donne muoiono uccise da mani maschili.
buon lavoro
giulio
Hop Frog
4 ottobre 2011 at 05:53
Vergogna, vergogna ed ancora vergogna! Il grido dovrebbe essere lanciato nei confronti di quelli che sono stati ore davanti al tribunale senza vergognarsi minimamente della loro stupida ed insignificante condizione di plagiati; senza vergognarsi di essere bandiera e simbolo della vittoria della manipolazione mediatica dei cittadini. Vergogna verso chi ha trascinato il paese in questa situazione da popolo televisivo incapace di ribellarsi alla droga della Cronaca Nera e delle “tette e culi”
angela azzaro
4 ottobre 2011 at 01:41
@tonino grazie…
@morgan, seguendo il tuo consiglio potrei risponderti in maniera diretta ma poco carina, forse per te estetica, cioè mandandoti a quel paese. Mi riservo invece di darti questa brutta notizia. si dice avvocata, è stragiusto e te ne devi fare una ragione. almeno se leggi me. se no esiste un metodo semplice, leggi altri articoli dove si dice avvocato anche per una che è avvocata.
Morgan Mainardi
4 ottobre 2011 at 01:07
“Avvocata” non si può sentire; per favore, cercate di conciliare femminismo forzato e senso estetico, grazie..
Tonino Cafeo
4 ottobre 2011 at 00:14
Non c’è che dire , analisi lucida. Rara in un pezzo “a caldo” . Brava Angela!