Due giornate di parole sotto il sole implacabile. 2000 presenze, 120 comitati. 55 interventi, 10 associazioni. 13 donne che si sono espresse nome personale, 30 interventi del punto G. A guardarla da fuori, asincrona, metabolizzata nello spazio di una notte, l’assemblea convocata dal comitato “Se non ora quando?” riemerge con un fermo-immagine: una piccola città di donne (e di uomini, non pochi per la verità) che ascoltano, pazienti, responsabili, senza dare in escandescenza. Il silenzio, nel rumore dei pensieri. La capacità di elaborazione nel farsi e disfarsi dei discorsi. Più che le cose dette (importantissime), resta la fotografia di un modello collettivo di comportamento: la serietà con cui si incontra il pensiero delle altre.
Ed è vero che fino ad un certo punto la kermesse rischiava di assomigliare ad un festival riproducibile all’infinito di “Se non ora quando?”, con parate di comitati di tutta Italia e slogan autoreferenziali e autopromozionali (“quanto siamo state brave il 13 febbraio!”), da un certo momento in poi non è stato più così. Nella sua complessità, la manifestazione era innervata di una pluralità di voci anche discordanti e di una comune energia produttiva di senso. Non sono mancate critiche rispetto all’egemonia della voce “maternità” collegata alla voce “lavoro”, ma la declinazione di questi due temi ha trovato forme anche inedite e vale la sintesi trovata da Fabrizia Giuliani: «Non è smettendo di avere figli che avremo più lavoro, e non è smettendo di lavorare che avremo più figli». Fischi per Rosy Bindi e per Flavia Perina, è vero. Ma cosa c’è di sbagliato nell’affermazione di Bindi che invita il suo partito, il Pd, a farsi attraversare dalle onde di questo muovo movimento, a prendere esempio dalle donne? E quale rischio si può correre se si sottoscrive la sintesi di Flavia Perina: «Basta dire che le veline sono di destra e che l’impegno è di sinistra»? Tutte in piedi per Lidia Menapace, per la sua figura storica ma anche per le cose che dice, lei che si è dichiarata «convinta dal primo momento» dal movimento che ha portato in piazza le donne il 13 febbraio, mentre manifesta riserva sul concetto di “democrazia trasversale” che dal dopoguerra porterebbe direttamente a Giulia Buongiorno: «La trasversalità non è qualunquismo». La Buongiorno, dal canto suo, si è presentata con il suo solito piglio non formalizzato, diretto, ma non a tutte è piaciuto il riferimento al tailleur che indossava per rispetto delle donne.
Comunque, se l’abito dovesse fare il monaco, allora si dovrebbe dire che l’Italia ha donne tutte diverse pronte a fare la rivoluzione, perché nella piazza senese non c’era, fortunatamente, nessuna divisa militante. Disomogena anche la selezione musicale scelta tra una sessione di lavoro e l’altra: da Nada ad Aretha Franklyn. Mentre ci è parsa un po’ estenuante la sfilza di spot promozionali realizzata dal comitato per lanciare le Giornate a Siena e riproposti a Siena: pieno stile cinema italiano di recitazione forzata, quando le cose che si dicono sembrano sempre false. Il poema discorsivo letto e scritto da Fabrizia Giuliani e Francesca Comencini che intrecciava il discorso del potere alle trame del corpo, risaltava per la capacità di rottura linguistica: tra qualche critica, ha indubbiamente introdotto un piano di complessità capace di compensare certi slogan duri a digerire.
Molte presenze di donne giovanissime, che hanno parlato in prima persona, dimostrando che il privato è sempre pubblico. Dai loro interventi si disegna implicitamente una mappa dell’Italia ancora asincrona: con un Sud ancorato ai bisogni e un Nord che ha perso presto la capacità di esprimere i propri desideri. I dati Istat forniti da Lida Laura Sabbadini hanno fatto saltare più d’una sulla sedia, ed è da questa vistosa sproporzione tra italiane e italiani costretti a vivere in un paese dove le donne mandano avanti il Welfare senza essere riconosciute e retribuite, che nasce il bisogno di esserci costantemente, al di là delle differenze. Dietro l’idea di costruire un paese per donne c’è il bisogno di costruire un paese per tutti. Come scrivono e recitano Serena Sapegno e Titti Di Salvo nel documento finale: «Rilanciamo un grande movimento il più possibile organizzato… C’è il bisogno di occupare la scena pubblica per guidare l’Italia. Il fallimento della politica indica il fallimento di una classe dirigente formata da uomini. È arrivato il nostro momento».
Caterina
16 luglio 2011 at 23:22
Per quanto riguarda l’andare a Siena, almeno da parte mia è stata una necessità. Avevo bisogno di vedere con i miei occhi e capire cosa stava succedendo, l’esperienza è stata positiva.
Ma Siena non è il punto di arrivo, deve essere invece il punto di partenza, adesso sta a noi capire se vogliamo o no fare qualcosa per il nostro Paese. Cosa? Uscire dall’isolamento e dialogare, cercare un punto d’incontro, vagliare le possibilità…….
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Claudio
11 luglio 2011 at 19:52
«Rilanciamo un grande movimento il più possibile organizzato… C’è il bisogno di occupare la scena pubblica per guidare l’Italia. Il fallimento della politica indica il fallimento di una classe dirigente formata da uomini. È arrivato il nostro momento». L’avevo capito da un pezzo che “i diritti delle donne” non c’entrano nulla, ma è solo un movimento antimaschile.
Le signore piagnucolano sempre quando si dice mezza virgola sulle donne, però loro possono sparare tutto quello che vogliono su di noi
Qualche mese fa eravate “1 milione” oggi siete “2000″ altri due mesi e finisce il chiasso….per fortuna!