Stufi di prendere sberle, svolta o crisi, ora sì che ci sentiranno. Possono raccontarsela come meglio credono, i capetti del Carroccio, ma l’acqua del Dio Po comincia a prosciugarsi. Vi stagnano una manciata di decreti attuativi del federalismo fiscale e qualche misera dependance ministeriale di Roma ladrona. Robetta. E comunque troppo poco per ammansire una base nervosa e scalpitante, che quest’anno si è dovuta sorbire di tutto: le marachelle del premier, l’emorragia di voti, il balbettio dei propri leader su amministrative e referendum e pure la retorica patriottarda del centocinquantesimo dell’unità d’Italia.
E così dopo ventun anni di festose celebrazioni, Pontida spalanca le sue valli al più sfacciato malumore, tanto che stavolta non si sa chi sia il Barbarossa contro cui giurare, se il logoro fantoccio della sinistra o piuttosto Silvio l’eterno, la cui zavorra presidenziale sta trascinando i lùmbard verso l’abisso. O addirittura Bossi l’intoccabile, che potrà pure ruggire dal palco e sguainare la spada di Alberto da Giussano, ma qualche stupidata, diciamo la verità, l’ha combinata anche lui. Finora i lamenti sono rimbalzati sulle frequenze di Radio Padania, disperdendosi nei rivoli dei blog e dei giornali d’area. Domenica il pratone della bergamasca darà plasticamente un volto a tanta delusione, e non sarà difficile scorgere musi lunghi tra i due ettari di sacro suolo padano, in mezzo al vortice carnevalesco di riti celtici, barbe verdi, elmi vichinghi e kilt scozzesi.
C’è aria di smottamento, in quel di Pontida. E pensare che prima d’oggi era solo giubilo e chi osava toccare il luogo simbolo dell’orgoglio leghista restava fulminato. Ci provò agli albori dei Novanta Bettino Craxi, quando ancora il Carroccio aveva ruote fragili. Fuori dal perimetro dell’abbazia dello storico giuramento, il leader del Garofano avocò a sé e al suo partito una sana cultura delle autonomie contro il «gretto e miope localismo» di chi lo aveva accolto con il cartello “tornatene a Messina”. Un pugno di bifolchi, si rassicurava l’esperto condottiero. E invece vinsero i “barbari”, finì con le manette e i cappi della forca penzolanti in Parlamento.
Lezione che i maggiorenti della Lega rinnovarono all’erede putativo di Bettino, cavalier Silvio Berlusconi, quando tentò di impadronirsi della scena approfittando del coccolone di Bossi, nel 2004. Maroni confessò a microfoni aperti di aver vissuto con un certo fastidio il codazzo di fotografi al seguito del premier: «Poteva risparmiarselo». Dunque l’anatema: «Molti anni fa anche Craxi aveva fatto una cosa simile. Si sa come andò poi a finire». E che dire di Calderoli, così fiero di aver «decontaminato» Pontida da un gruppo di «socialistini»?
Forse avevano ragione i “barbari”. Forse davvero chi meno aveva compreso il fenomeno Lega erano proprio il Psi e i suoi epigoni. Craxi, Amato, Intini che lo chiamò «fascismo padano», e infine Berlusconi, così antropologicamente lontano dalle canotte dell’Umberto e dal suo sigaro versione Che Guevara. “El gh’è”, lui c’è. Sì, insomma il Bossi «glorioso erede del 25 aprile», il Bossi «costola della sinistra», il Bossi capo di una forza «popolana e laburista», il Bossi capace di sgambetti e ribaltoni.
Ridevano tutti, all’epoca della prima marcia contro Roma. Rideva il navigato politico della Prima Repubblica, mirando lo striscione di quei grezzi montanari con su scritto, con sgarbo alla lingua latina, «Bossi, premio nobel honorem causa». Rideva pure Gasparri, canzonando il ridicolo di certi proclami e ironizzando sulla costituenda aviazione padana con allusioni alla guerra lampo dei fratelli Marx. Ridevano tutti, quando si teneva a battesimo la “Repubblica del Nord”, col Senatùr commosso e in braccio il suo pargolo Roberto Libertà. Ridevano, e non sapevano che Pontida, dal dì della prima vittoria elettorale, era già qualcosa di più di una festa: era un’appendice istituzionale, un ufficio periferico e a cielo aperto del potere centrale. Irene Pivetti dava la sua benedizione dallo scranno più alto di Montecitorio, e poi il picchetto e l’alzabandiera, lo scippo del “Va Pensiero”, un francobollo dedicato delle poste italiane, i matrimoni con la sposa di verde vestita, l’idea di batter moneta e fare acquisti con gli scudi padani (poi sarebbero arrivati i “neuro”). Tale era il grado di ufficialità concesso alla kermesse del Carroccio, che nel 2000 sul palco ci salirono pure i carabinieri, facendo arrabbiare tantissimo Nando Dalla Chiesa che ne pretese la radiazione dall’Arma.
Ben prima della menata dei ministeri al Nord, insomma, a Pontida si decidevano le sorti estive non solo della Lega ma della maggioranza tutta, si sbrigavano le pratiche del “polo del buon governo”, delegazioni dei minatori sardi si recavano tra le valli lombarde a incontrare il ministro del Bilancio Pagliarini e quello dell’Industria Gnutti.
Pontida: un topos romanzesco, un feudo denso di simbologia, un fortino inespugnabile. Cosa che non è mai andata giù agli anti-leghisti, a cominciare dall’Associazione nazionale arditi d’Italia, che una volta vi organizzò un presidio, con tanto di turni di guardia, «onde vanificare il criminale disegno di preparare e quindi realizzare l’avvento della Repubblica del Nord». Gli ambientalisti proposero invece un contro-giuramento dei cittadini extracomunitari, in risposta alle pulsioni xenofobe incipienti, mentre un manipolo di sindaci neogaribaldini progettò addirittura una marcia anti-secessione.
Si gongolavano, le camicie verdi, nel registrare tanta attenzione nei loro confronti. Come si dice: molti nemici molto onore. Oggi però dell’atmosfera epica dei primi raduni resta solo un vago ricordo. Il Carroccio che avanza come un cingolato, macinando tutto ciò che si frappone tra il suo corpaccione e la propria meta, rischia pericolosamente di sbandare.
«Lega più di lotta che di governo», provano a darsi animo i dirigenti alla vigilia dell’adunata. Ma di lotta se n’è vista poca, mentre al governo ci sono da decenni. Poi dice che uno si butta a sinistra…
antonio - caserta
17 giugno 2011 at 19:04
Indubbiamente la Lega non può più continuare ad essere la forza di complemento del cavaliere. Ne va di mezzo la sua credibilità, il suo futuro. In questi tre anni di governo, Bossi ed i suoi hanno portato a casa poco o nulla, mentre l’uomo di Arcore ha continuato a fare il bello ed il cattivo tempo, pensando solo e soltanto ai fatti suoi. E’ chiaro allora che le promesse degli incontri di Arcore, proprio perchè si sono dimostrate inutili e velleitarie, non sevono a nulla più. Bisogna allora cambiare registro. Ciò significa che nel breve volgere di questo secondo semestre 2011, la Lega deve portare a casa qualcosa di sostanzioso per il suo elettorato a cominciare per esempio dalla riforma del fisco, alla copertura di alcuni grandi lavori come la pedemontana lombardo-veneta fino alla disponibilità delle banche a concedere la liquidità di cui hanno bisogno le piccole e medie imprese del territorio.
Da Pontida ritengo che usciranno in chiave ultimativa le richieste accennate prima e quindi scadenzate in termini di realizzazione pena l’uscita dalla maggioranza.
Se è vero che il cavaliere dorme poco perchè la notte è preso dalle sue morose, con gli aut, aut di Pontida non dormirà più.