Continua il confronto sull’ultimo film di Nanni Moretti. Su “Gli Altri” in edicola questa settimana abbiamo pubblicato una recensione molto caustica di Gilda Policastro (leggete qui). Qui sul sito ospitiamo un giudizio decisamente più clemente a cura di Paolo Di Paolo. Ai lettori – del blog e del giornale cartaceo – l’ardua sentenza!
Ciò che non va, ciò che non funziona è il malumore. Sembra, nel Paese che i politici chiamano «questo Paese», che tutti i discorsi debbano cominciare e finire lì, chiudersi nell’orizzonte del malumore. E non si tratta più soltanto di discorsi intorno a temi sociali, politici, a previsioni sul futuro, non si tratta più dei sempreverdi «O tempora! O mores!» sulla televisione, sulla volgarità imperante, sul maltempo, sulle logiche del mercato. Il malumore, nell’Italia dei primi anni Dieci, è lo stato d’animo attraverso cui si leggono i libri, si guardano i film. È una categoria dello spirito. E poveri libri, poveri film – se devono sempre riuscire a bucare la cortina di insofferenza preventiva con cui il critico, giovane o vecchio non importa, si dispone a leggerli o a guardarli. Che peccato. Dovremmo difenderci dal nostro malumore, per intanto, se decidiamo di andare a vedere Habemus papam di Nanni Moretti.
Gilda Policastro, su Gli Altri, l’ha definito «un film fallito». Addirittura? No, no, non è un film fallito questo film inatteso e sorprendente. Non ha nemmeno troppa importanza fare la conta dei difetti – se è troppo lunga questa o quella scena, se è troppo ingessato Moretti ecc. –, non ha importanza perché un film e un libro valgono anche in virtù dei loro difetti, della loro approssimazione. Avete mai letto libri perfetti, nella vostra vita? E che cosa significa perfetto, se non appunto compiuto – compiuto rispetto alle nostre fallimentari possibilità umane? «Una seconda occasione, ecco l’illusione. Poteva essercene soltanto una. Noi lavoriamo nell’oscurità. Facciamo quel che possiamo. Diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Tutto il resto è la follia dell’arte» (Henry James, La mezza età).
È bello questo fallimento riuscito di Moretti, sono belle le imperfezioni che lo portano a mostrarci un vecchio papa, vestito come un uomo qualunque, su un autobus per le vie di Roma. Parla da solo. Le luci sul lungotevere fanno disegni strani fuori dal finestrino – una città! Il suo movimento, il suo segreto. Parla da solo, gli altri lo guardano con pietà o alzando le spalle. E lui ha questo viso aperto e gentile di Michel Piccoli, ha gli occhi piccoli, arresi, dolci. L’idea alla base della storia è stata già ampiamente discussa: l’inadeguatezza di fronte a un ruolo sproporzionato rispetto alle proprie forze.
Se il neoeletto Melville (il rimando è alla novella dello scrittore americano Bartleby lo scrivano, con quell’insistente, ossessivo «Avrei preferenza di no») si sottrae al ruolo assegnato, così fanno in qualche modo pure i cardinali, abbandonandosi a un improbabile torneo di pallavolo. Escono dal ruolo, appunto: l’invenzione, ingombrante o no che sia, è un tenero e scanzonato inno alle cose (quasi) impossibili – un po’ Nanni Moretti, un po’ Fellini. In pochi si sono soffermati sul gioco teatrale su cui l’intero film si basa: e non tanto, non solo nella messinscena della guardia svizzera che, papa assente, muove le tende dell’appartamento per rassicurare i fedeli; quanto piuttosto nell’antico sogno teatrale di Melville. Voleva fare teatro (come Wojtyla, grande papa teatrale), non ci è riuscito e adesso che gli tocca la parte più importante, niente, non si sente pronto. C’è una scena molto intensa: il papa in borghese è a tavola con una compagnia di attori impegnata nel Gabbiano di Cechov. Alle parole della cena si sovrappongono le battute del testo di Cechov: ciascuno ha il suo ruolo, ciascuno recita la sua parte nel mondo e sulla scena (sulla scena del mondo) ma non il papa. Il papa spaesato che lascia il palcoscenico vuoto. E non a caso più volte le tende rosse della finestra su piazza San Pietro le vediamo sbattere per il vento come un sipario aperto da cui nessuno sbuca. «Quel teatro – dice il personaggio Medvedenko nel Gabbiano –: sta lì, nudo, informe, come uno scheletro, e il sipario sbatte per il vento. Quando ieri sera ci sono passato accanto mi è parso che qualcuno là dentro piangesse».
Fa una grande impressione ripensare Habemus papam alla luce del Gabbiano: non è forse quello di Cechov un dramma sull’inadeguatezza? «Non potete capire la condizione di chi sente che sta recitando in modo orrendo». E ancora: i sogni disillusi, la capacità di sopportazione («la cosa più importante non è la gloria, non è lo splendore, non è ciò che io sognavo, bensì la capacità di sopportazione. Sappi portare la tua croce e credi»). Il rischio di impazzire, come il pazzo di Gogol’ citato nel Gabbiano, come l’attore nel film di Moretti portato via dall’ambulanza (per troppa immedesimazione nella parte). Cammino sempre e penso, dice il personaggio Nina – e così il papa di Moretti ha bisogno di camminare. Di ricordare qualcosa (le presenze della sua vita che, come in un incubo da sveglio, vede allontanarsi e sparire) e insieme di dimenticare tutto.
anna
26 aprile 2011 at 19:35
la tesi del malumore è interessante.
mi sono chiesta se fosse per quello che non ho saputo apprezzare il film di moretti.
può essere, ma non credo basti a spiegare la mia delusione.
non è questione (solo) di imperfezione.
L’ultimo bellocchio, per esempio, è altamente imperfetto, ugualmente evanescente, eppure mi ha incuriosita, affascinata, tenuta lì.
questo no, mi ha fatto guardare l’orologio per vedere quando sarebbe finito.
sarà perché là, in bellocchio ( che non ho mai amato) ho avvertito una necessità che qui non ho scorto?
è vero, ci sono spunti interessanti in questo papa. L’idea iniziale, certo, lo smarrimento di Piccoli, checov, soprattutto. Ma sviluppati in modo così superficiale diventano trovate, e le trovate non bastano a fare di un film sgangherato un bel film imperfetto, appunto.