Che nemmeno lo tsunami giapponese riuscisse a smuovere un governo, quello italiano, di solito ondivago nel suo populismo spinto non ci credeva nessuno. Si è sempre saputo che, alla fine, l’ostinazione di Berlusconi e della sua maggioranza si ammorbidisce fino ad annullarsi nel momento in cui si scontra con reazioni contrastanti da parte dell’elettorato. E dunque non poteva accadere che la tragedia del Sol Levante non solleticasse anche da noi il fatidico istituto dei “sondaggi”, faro di azione per il Cavaliere da sempre. Sono passati dei giorni, intanto in tutto il mondo si sono rafforzati dubbi e perplessità sull’energia atomica, la Germania ha spento le sue centrali più vecchie, l’America di Obama riflette su “rischi e costi del nucleare”; sono passati dei giorni, si diceva, ma finalmente anche da noi è arrivato un qualche effetto dell’onda sismica giapponese. Ora, il governo Berlusconi frena sul suo piano di ritorno al nucleare che prevede la realizzazione in Italia di quattro centrali, frena sul progetto che, nelle intenzioni della maggioranza, doveva essere fiore all’occhiello della legislatura.
Già ieri il sottosegretario Stefano Saglia aveva lasciato intendere il nuovo clima. «Non possiamo mica chiamare l’esercito per realizzare le centrali nelle regioni che non le vogliono», aveva detto al termine del voto delle commissioni parlamentari che hanno dato comunque parere positivo al decreto del governo sul nucleare, in scadenza tra l’altro mercoledì prossimo. Oggi parla chiaro il ministro allo Sviluppo Economico Paolo Romani, il successore di Scajola, dato non irrilevante visto che proprio Scajola è stato fin dall’inizio della legislatura il motore del piano di ritorno al nucleare. Sentenzia Romani: «Serve un momento di riflessione». Ma c’è di più. Scena: Montecitorio. La cerimonia per i 150 anni dell’unità d’Italia si è appena conclusa in aula. Nel corridoio intorno alla sala dei ministri c’è un conciliabolo di esponenti del governo. La ministra dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si intrattiene a parlare con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, presentieil sottosegretario Bonaiuti. Dopo in po’ si aggiunge lo stesso Romani. Ed è semplice captare le parole pronunciate dalla Prestigiacomo: «È finita. Non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare, non facciamo cazzate: bisogna uscirne in maniera soft!». Le amministrative sono in dirittura d’arrivo, un dato che non sfugge allo stesso premier: meglio evitare polemiche, il nucleare è argomento sensibile dopo il disastro di Fukushima.
Da parte sua, parla pure il presidente dell’agenzia per la sicurezza nucleare, Umberto Veronesi, fino ad oggi silente. Quanto accaduto, dice, «impone inevitabilmente di mettere da parte lo sgomento e prendersi una pausa di riflessione profonda». Il punto è: visto che la legge delega sul nucleare scade il 23 marzo, che farà il governo nel prossimo consiglio dei ministri? Si fermerà o approverà il tutto comunque in attesa di “tempi migliori”? Dichiarazioni d’intenti a parte, in questi giorni l’iter parlamentare del decreto non ha conosciuto ostacoli. Legittimo dunque il dubbio (sollevato dalle opposizioni) che lo stop del governo sia solo un inganno, un modo per seguire l’onda popolare in vista delle amministrative, un modo per rassicurare e al tempo stesso scoraggiare la partecipazione ai referendum del 12 giugno su acqua pubblica, legittimo impedimento e, per l’appunto: nucleare.
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andrea
21 marzo 2011 at 14:57
aderiamo e diffondiamo il gruppo facebook “votiamo SI per fermare il nucleare”