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Oscar 2011, la fiera delle bugie dorate

Filippo Brunamonti Pubblicato da
il 28 febbraio 2011.
Pubblicato in Cultura, gli Altri.

«Da uno che sa dipingere ciò che si vede a uno che sa dipingere ciò che non si vede». – prof. Michele Casali (Silvio Orlando ne Il papà di Giovanna)

Quest’anno, a Los Angeles, qualcuno, in disparte, smorzava i toni dissacranti arrotolando il campionario delle frasi che, d’habitude, prendono (corpo e) anima la notte degli Oscar. Cattiverie gratuite, pronostici per bypassare visioni sonnambule, scatti caldi dei culetti dadaisti, fino al rapporto perverso tra la paella di Natalie Portman, il pesce sogliola di Colin Firth e la trasparente droga (culinaria) dello chef austriaco Wolfgang Puck. Non c’è bisogno della cattiveria: la potente macchina organizzativa dell’Academy Awards si è sforzata di far passar il messaggio anche tra i critici insaziati. Il super naturale Huffington Post ha ceduto per primo; “un Oscar non troppo originale ma, tutto sommato, divertente”, commenta moderato. In piedi su una sedia, il buonismo.
James Franco e Anne Hathaway, nel ruolo di presentatori, sembrano stati gli unici crepitii dell’ottantatreesima edizione, segnali inconfutabili di un tavolino da ping pong (ormai) senza palle. Il disastroso declino del più prestigioso premio cinematografico è sotto gli occhi di tutti, ma, al di là del ridimensionamento e di qualche battutaccia in onda (messa in bocca a Franco quasi fosse un criminale della Bassa), i critici si sono comportati come dei maghini, sensibili e finto-allarmati.
La statuetta placcata in oro 24 carati, alta 35 centimetri, quando viene ammirata ai gala o tra le mani del vincitore, è il momento vero e più rappresentativo dell’indolenza di attori, registi, produttori, sceneggiatori. Da Margaret Herrick, impiegata all’Academy of Motion Picture Arts and Sciences e fautrice del nome monumentale, sino alle cinquine dei nominati, pronunciate un mese prima della serata ufficiale. Tutto suona falso, quindi che male c’è (che c’è di male) se pure chi ne parla mente un po’? Fin da bambini le divinità di Hollywood, i grandi cinematografari, gli artisti della seta li consideravamo tra le persone più influenti e fortunate del mondo, il più bel regalo delle opere d’arte mai sognate dentro il nostro corpicino termico. Abitavamo il grande Inganno ricopiando quei meravigliasi figuranti sullo schermo (o in platea), seguendo le espressioni dei personaggi e tentando, da giornalisti, il “Prova a chiederglielo”. Il disfacimento a puntate è una successione divertita e amichevole alla pari di Sanremo, ovviamente non vede mai la luce una proposta distinta, si antropomorfizza ogni cosa, ad honorem. Sì, un fenomeno medianico come quello del 2011 non è da sottovalutare. I caustici della stampa che ci tengono compagnia, fascinosi, stimolanti, obbligandoci a ridere sulla Fine, hanno scelto – a fronte della messianica crisi economica che investe l’industria del cinema da oltre tre anni – di disegnare piazze, strade, chiese di L.A. in modo meno bastardo del solito, pattuendo l’inganno dell’acquatinta, così da operare in tutta sincerità sul glamour e la consegna dei premi. Ai cari spettatori, che vanno sempre di meno al cinema, la sorgente radioattiva dell’Oscar è stata benefica voltando, per una volta, le spalle al graffio, e invogliando il grande pubblico ad andare a vedere e scoprire i film incensati.
Su tutti, Il Discorso del Re, il film di Tom Hooper, che narra l’ascesa al trono di Re Giorgio VI d’Inghilterra e il suo formidabile balloon con la balbuzie: 12 candidature e 4 Oscar a confermare le previsioni (miglior film, miglior regia, miglior attore – Colin Firth – e miglior sceneggiatura originale). La divisione dei premi è stata efficientissima: miglior attrice al Cigno nero (Natalie Portman), i non protagonisti a The Fighter (Melissa Leo e Christian Bale), sceneggiatura non originale, montaggio e colonna sonora a The Social Network. L’intrepido, labirintico Inception ha fatto incetta di premi tecnici, “trasfigurandosi” a parola e (di)segno di un Inganno perfettamente congeniato. Via via, anche le sue difficoltà di essere compreso e adorato sono svanite nella notte.

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